Muoiono di freddo in 19. Strage sul gommone al largo di Lampedusa
Alessia CanditoCorpi ammassati uno sull’altro. Vivi e morti accasciati sui tubolari di un gommone mezzo sgonfio in balia di onde enormi, oppure rannicchiati nella pancia di quella carretta, nel disperato tentativo di resistere, continuare a respirare, cercare riparo dal vento e dal gelo, mentre acqua salata e carburante diventano una miscela letale che brucia i vestiti, mangia le carni, corrode. Attorno solo mare e il profilo scarno della piattaforma petrolifera di Bouri all’orizzonte. A bordo, l’ennesima strage, con diciannove persone, 18 uomini e una donna incinta, morte alle porte dell’Europa. “Ipotermia” hanno sentenziato i medici che per primi hanno esaminato i corpi. Morti di freddo.
I superstiti li ha salvati la Guardia costiera, andata fino a 85 miglia dall’isola per soccorrere quel gommone che Frontex aveva segnalato in avaria e portare a terra vivi e morti. Degli ottanta partiti da Zwara, solo in 58 sono riusciti a incolonnarsi con passo malfermo sul molo Favaloro di Lampedusa. Gelati, pro…
Corpi ammassati uno sull’altro. Vivi e morti accasciati sui tubolari di un gommone mezzo sgonfio in balia di onde enormi, oppure rannicchiati nella pancia di quella carretta, nel disperato tentativo di resistere, continuare a respirare, cercare riparo dal vento e dal gelo, mentre acqua salata e carburante diventano una miscela letale che brucia i vestiti, mangia le carni, corrode. Attorno solo mare e il profilo scarno della piattaforma petrolifera di Bouri all’orizzonte. A bordo, l’ennesima strage, con diciannove persone, 18 uomini e una donna incinta, morte alle porte dell’Europa. “Ipotermia” hanno sentenziato i medici che per primi hanno esaminato i corpi. Morti di freddo.
I superstiti li ha salvati la Guardia costiera, andata fino a 85 miglia dall’isola per soccorrere quel gommone che Frontex aveva segnalato in avaria e portare a terra vivi e morti. Degli ottanta partiti da Zwara, solo in 58 sono riusciti a incolonnarsi con passo malfermo sul molo Favaloro di Lampedusa. Gelati, provati da una traversata da incubo, con acqua e cibo che sono finiti in fretta, mentre il gommoncino su cui viaggiavano perdeva la rotta.
«Il motore si è guastato, il carburante è finito», hanno spiegato alcuni all’arrivo. Le prime due persone, hanno raccontato, sono morte martedì, una dopo l’altra. Si sono spente di freddo, di stenti. Nelle ore successive, anche altri se ne sono andati. Chi era accanto a loro, pensava che si fossero solo addormentati, vinti da stanchezza, fame, sete. E invece. Gli ultimi cinque hanno ceduto a un passo dalla terra che speravano di toccare, mentre la motovedetta già viaggiava verso Lampedusa.
Lì sul molo si è temuto che altri potessero non farcela. «C’erano molte donne e anche bambini e bambine in stato di confusione — spiega Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope, programma migranti delle chiese evangeliche — Riuscivano a stento a parlare». In condizioni critiche soprattutto sei adulti, fra cui due uomini intossicati da idrocarburi e in ipotermia e due bimbi, uno di due anni, l’altro a stento di uno. Inizialmente si temeva che l’unica donna fra le diciannove vittime fosse la mamma del più piccolo e che a tentare di proteggerlo dal vento e dal gelo, fosse stata una perfetta sconosciuta. Ma dall’hotspot, gestito dalla Croce Rossa Italiana, dove è stato portato dopo un paio di ore in osservazione al poliambulatorio, smentiscono. E anche da Oim confermano: «Non risultano bambini non accompagnati».
Cosa sia successo a bordo, quando a Lampedusa è tarda sera, pochi fra i superstiti riescono a raccontarlo. Troppa la stanchezza, troppo profondo lo shock. «C’erano altre tre persone», dicono alcuni. «Non troviamo una nostra amica», spiega una donna. Ma è tutto da verificare, le penose procedure di identificazione delle salme cominceranno solo oggi. E i naufraghi sono ancora troppo provati per fornire un racconto lucido su quanto successo a bordo. Che ci fosse un barchino in difficoltà in quell’area, lo aveva segnalato già martedì Frontex con un messaggio di allerta a tutte le navi in area. E per ore, la nave Aurora di Sea Watch aveva cercato quel gommone. Invano. «Non sappiamo se si tratti di loro», sottolineano, ma di certo, denunciano, in meno di tre giorni sono morte almeno 104 persone. «Molti avrebbero potuto essere salvati con un più adeguato dispiegamento di forze per i soccorsi da parte dell’Italia e degli Stati europei, al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile”.».
Secondo l’agenzia Onu Oim, da gennaio si contano almeno 850 vittime nel Mediterraneo, 643 solo lungo la rotta centrale. «È uno degli anni più tragici dal 2014. La cosa che più colpisce — spiega il portavoce italiano, Flavio di Giacomo — è che questo succeda con soli 6mila arrivi. Che a meno partenze corrispondano meno morti, non è sempre vero». Flotta civile, ong, organizzazioni come Save the children parlano di «strage» e «ecatombe», chiedono «canali legali e sicuri di accesso e un sistema strutturato di soccorso», perché queste morti — ricorda Sheila Melosu di Mediterranea — «dipendono dalle scelte politiche, non dal mare», mentre il Consiglio d’Europa ricorda: «È imperativo soccorrere le persone in mare e non lasciarle annegare». Ma da Lampedusa all’Egeo, dove un altro naufragio è costato la vita a 19 persone, si continuano solo a contare cadaveri.
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