Cronaca

Vincenzo Sparagna: “Paz, Tamburini e gli altri geni del Male vivono ancora a Frigolandia”

Vincenzo Sparagna a Frigolandia. Foto di Luigi Narici/AGF
Vincenzo Sparagna a Frigolandia. Foto di Luigi Narici/AGF 

La libera repubblica in Umbria, dove si conserva memoria di una stagione culturale e politica ribelle, compie vent’anni. Parla il suo fondatore

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Frigolandia (Perugia) – Ci inerpichiamo per strade non proprio agevoli: in particolare l’ultimo tratto, ma finalmente una scritta si staglia maestosa davanti a noi: “Frigolandia”. Ovvero la “Prima Repubblica Marinara di Montagna” che – il prossimo 25 aprile –festeggerà insieme alla Liberazione i suoi primi vent’anni.

È situata in un bosco di due ettari nel comune di Giano dell'Umbria, all'interno di un'ex colonia balilla inaugurata da Mussolini, poi utilizzata come scuola del villaggio e finita abbandonata per trent'anni. Oggi è una repubblica immaginaria che ospita la redazione (quando c’è), gli importanti archivi e diverse stanze per i visitatori che vogliono fermarsi, anche a dormire. Tutto rigorosamente in un gelo polare perché non c’è riscaldamento.

A parte un grande braciere all’entrata, dove appoggiamo subito le salsicce: una delle regole per sostenere le spese annuali della struttura è che gli ospiti facciano la spesa per il pranzo. Inoltre, se si desidera diventare “cittadino” della Libera Repubblica di Frigolandia, si può richiedere il “passaporto”: un abbonamento del costo di 100 euro che, oltre a supportare il progetto editoriale, dà diritto a soggiornarvi fino a sette giorni, anche non consecutivi. Ogni anno vi transitano un paio di migliaia di persone e il pubblico è composto al 90% da persone tra i 20 e i 40 anni: studenti, artisti, appassionati e molti lettori di nuova generazione che scoprono la rivista tramite internet e le mostre in giro per l'Italia.

Subito dopo il pranzo e una visita all’archivio, ci trasferiamo nell’unica stanza riscaldata da una stufetta per l’intervista a Vincenzo Sparagna, 79 anni, che di Frigidaire e di Frigolandia è creatore, protagonista e ambasciatore. Nel viaggio ci accompagna anche l’ambasciatore di Frigolandia a Roma, Gabriele di Gorilla Blu, uno spazio espositivo in via del Cedro 33 a Trastevere, nato a Dicembre 2021 come negozio-museo, in cui si possono comprare alcuni materiali dell’archivio di Frigidaire, riviste, poster, strani oggetti e vinili usati.

Foto di Luigi Narici
Foto di Luigi Narici 

È appena tornato dalla Nuova Zelanda dove la figlia vive con la sua famiglia e lo sbalzo di temperatura gli ha procurato una bronchite,ma non per questo si dà per vinto: ha visto di peggio. L’aspetto oggi è quello di un hippie (assomiglia un po’ a David Crosby e quando inizia a parlare scopri che ha anche una voce inaspettatamente bella, infatti ci rivela che ama cantare) il che è strano per uno che ha fatto una rivista, Frigidaire, che ai tempi dell’uscita è stata l’epitome del “postmoderno”. Tanto che, per molti anni, non c’è stato nulla, non solo in Italia, neanche lontanamente paragonibile: la grafica di Stefano Tamburini era avantissimo. Quello che non molti hanno riconosciuto è stata, oltre alla capacità di unire una serie di personalità straordinariamente geniali e altrettanto straordinariamente folli, quella di tenere insieme la qualità del giornale fatta sì di fumetti straordinari ma anche di reportage fantastici (in tutti i sensi) con un tono mai ridondante, predicatorio o noiosamente politico. La politica c’era, ma era presente in modo molto diverso rispetto a quello a cui si era abituati allora: l’iconoclastia de Il Male andava di pari passo a una acuta capacità di analisi,come mostrano i suoi editoriali a partire da quello del primo numero dal lungimirante titolo: “Viaggiare tra le merci”. Questa è la sua storia.

Foto di Luigi Narici
Foto di Luigi Narici 

Prima di tutto ci fu “Il Male”.

«Era la metà degli anni Settanta, facevo reportage per Il Manifesto, gratis, come auto-inviato. Conoscevo bene Rossanda, Parlato, Natoli, Castellina ma non volevo essere inquadrato. Davano 150.000 lire al mese, ma io ne pagavo 130.000 solo di affitto. Fui assunto, invece, a Tempo Illustrato da Enzo Catania: lì divenni professionista ma il giornale nel 1976 chiuse di colpo. Da disoccupato, incontrai Pino Zac che mi disse che stava fondando un giornale con Vincino e cercavano uno che sapesse scrivere».

A “Il Male” a un certo punto sono entrati anche autori come Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari, Massimo Mattioli e Stefano Tamburini.

«Sì: avevamo cominciato a editare anche Cannibale, il loro giornale underground, così tutto il gruppo entrò ne Il Male. Il problema è che noi vendevamo 100-150.000 copie grazie anche ai famosi falsi delle prime pagine dei giornali: il primo fu proprio quello della finta Repubblica che diceva: “Lo Stato si è estinto. Dopo oltre cento anni si è avverata la cupa previsione di Carlo Marx”. Con quello facemmo il record di vendite. Poco dopo facemmo tre finte prime pagine: Paese Sera, La Stampa e Il Giorno in cui si diceva che “Tognazzi è il capo delle Brigate Rosse”: lui si prestò volentieri. Cannibale invece non vendeva niente e nell’estate del ’79 fummo costretti a chiuderlo».

Foto di Luigi Narici
Foto di Luigi Narici 

A quel punto nasce “Frigidaire”.

«Capii che si doveva fare una rivista radicalmente diversa. Ne parlai con Stefano Tamburini, che era un vero genio della grafica. Volevamo un mensile all’opposto dell’idea di “underground”: patinato, cosmopolita, capace di unire fumetto d’avanguardia, letteratura e grandi inchieste, spazzando via le cupe colonne di piombo della sinistra e l’estetica sciatta “alternativa”. Tamburini propose il nome Frigidaire, pensando all’armadio dove metti di tutto, io invece pensavo al “Freddo”. A me affascinava l’idea del raffreddamento dello stile, il grado zero della scrittura e la parodia del mondo delle merci, dato che “Frigidaire” era la prima marca di frigoriferi “made in Usa”. C’era un lavoro di editing feroce, riscrivevo quasi tutto. Pubblicavamo reportage che potevano sembrare assurdi ma erano drammaticamente reali: fummo i primi a parlare dell’Aids due anni prima dell’esplosione, con un pezzo intitolato “Cancer gay”, non per discriminare ma perché è così che veniva chiamato agli inizi quando non se ne capiva l’origine. C’era una rubrica intitolata Schiuma, con un’intervista a un marchettaro che raccontava la sua vita a Roma. In seguito facemmo una finta Pravda per le Olimpiadi di Mosca, distribuita clandestinamente in Russia, in russo. Per finanziare il primo numero chiesi soldi a Carlo Caracciolo e a Oreste Del Buono: entrambi ci regalarono cinque milioni a fondo perduto. A Caracciolo regalai per gratitudine un disegno di Pazienza».

Foto di Luigi Narici
Foto di Luigi Narici 

Tutti conoscono Pazienza, meno Tamburini: che tipo era?

«Stefano era geniale: ha inventato la grafica di Frigidaire e un capolavoro come RanXerox, uno dei più grandi romanzi moderni weird: il robot che si umanizza per amore verso Lubna, mentre l'umanità si disumanizza. Musicalmente era avanti anni luce. Aveva creato una rubrica musicale, Red Vinile, in cui smontava chiunque con una ferocia situazionista. Si inventò l'esistenza di un oscuro artista sperimentale chiamato "Mongoly-nazi": la gente impazziva, voleva comprare la cassetta che naturalmente non esisteva, così lui prese un nastro dei Matia Bazar e ne fece delle copie registrate alla rovescia! Avevamo anche l'accordo per fare il film di RanXerox prima ancora che uscisse Terminator, con Salvatore Piscicelli alla regia, ma Stefano chiese cifre assurde solo per il soggetto e Piscitelli anche per la regia così la produzione scappò a gambe levate. Un vero peccato».

Com’erano i vari autori?

«Filippo Scòzzari era il fumetto di fantascienza incrociato con l’espressionismo tedesco. È quello che ha fatto più cose per la rivista e più a lungo. Massimo Mattioli viveva chiuso in casa sua, in mezzo a una marea di dischi: le sue opere sembravano uscite da una mente extraterrestre. E se Tanino Liberatore era Caravaggio, Andrea Pazienza era il nostro Mozart. Aveva un’ispirazione divina del disegno che nessuno possedeva. Tra me e lui c’era un rapporto profondo, sentimentale. Alcuni suoi fumetti nascevano da una mia battuta, e lui mi metteva nelle tavole prendendomi in giro perché cercavo sempre di rincorrere i soldi e le scadenze, mentre lui mi faceva impazzire perché non consegnava mai in tempo. Mettere insieme queste grandi intelligenze e follie era come comporre le Memorie di una casa dei morti di Dostoevskij».

Nel 1986 c’è stata la morte di Tamburini, poi quella di Pazienza. E i problemi economici.

«Il vero disastro arrivò quando la Commissione editoria presieduta da Giuliano Amato ci cancellò retroattivamente dalla lista delle riviste culturali. Ci tolsero d’un colpo mezzo miliardo di lire di rimborsi carta, lasciandomi con 400 milioni di debiti vivi. Proprio in quei giorni terribili, nell’86, Stefano scomparve. Andammo a cercarlo io, Pazienza e Scòzzari: era morto di overdose. Due anni dopo, a Montepulciano, se ne andò Andrea, nello stesso modo. Da allora ho rincorso valanghe di debiti per 31 anni, fino al 2017. Ne siamo usciti solo di recente, quando l’Università di Yale ha comprato una parte dell’archivio per 200.000 euro».

Foto di Luigi Narici
Foto di Luigi Narici 

Come è nata Frigolandia?

«Dal 2005 ci siamo stabiliti qui, dove prepariamo gli Almanacchi e pubblichiamo autori nuovi e bravissimi. Tiriamo avanti grazie ai “passaporti” dei nostri lettori che vengono a trovarci. Ma io resisto, cucino come ho imparato a fare nei vicoli popolari di Napoli, e lavoro tutti i giorni».

E il resto dell’archivio?

«Decine di migliaia di foto, tavole originali, reportage. Giovanni Russo di Lucca Comics verrà a vederlo a breve: l’idea è che Lucca acquisisca tutto per il progetto di Museo del Fumetto. Gliel’ho detto chiaro: decidete voi, altrimenti carico tutto in un container e lo porto in Nuova Zelanda, dove vado un mese all’anno per stare con mia figlia e mio nipote. Ma la verità è che la storia di Frigidaire dovrebbe essere conservata qua, in Italia. Perché non è stato solo un contenitore per fumetti o uno sberleffo, ma un metodo di racconto con una profonda onestà intellettuale nell’osservare le cose, cercando sempre di capire dove va “il mondo delle merci”: è quello che, da sempre, determina tutto».

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