Cronaca

Avvelenate con la ricina, ecco tutto quello che non torna. Il padre: “Ho la coscienza a posto”

Avvelenate con la ricina, ecco tutto quello che non torna. Il padre: “Ho la coscienza a posto”

Campobasso, dallo strano malore dell’uomo ai troppi “non ricordo”: ieri Gianni Di Vita e la figlia Alice sono stati sentiti per dieci ore. Oggi altra giornata di interrogatori di parenti e conoscenti delle due vittime

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“La mia famiglia e’ distrutta, io sono a vostra disposizione, voglio solo la verità sulla morte di Antonella e Sara”. Così, dopo un interrogatorio durato sei ore, seguito da quello di oltre tre ore e mezza di Alice, la figlia maggiore, Gianni Di Vita si e’ congedato ieri sera dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli e dal capo della squadra mobile di Campobasso Marco Graziano che nelle prossime ore romperanno i sigilli della casa di famiglia a Pietracatella per consentire un nuovo sopralluogo della polizia scientifica, questa volta alla ricerca di tracce di ricina. Oggi l’avvocato di Di Vita, Arturo Messere, ha riferito di un colloquio avuto nei giorni scorsi con il suo assistito: “Posso solo dire – ha dichiarato – che l'ultima volta che ho parlato con Di Vita lui era molto addolorato per la tragedia avvenuta, ma allo stesso tempo sereno e tranquillo. Mi ha solo detto di essere a posto con la sua coscienza”.

La fretta degli investigatori

Oggi è stata un’altra giornata di interrogatori a Campobasso. Convocati altri familiari e amici per confrontare le loro testimonianze con quelle di Gianni e Alice che nei prossimi giorni potrebbero anche essere riconvocati. Gli investigatori, ormai convinti che la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita non sia stata accidentale ma premeditata da chi ha fatto ingerire loro un veleno che non lascia scampo come la ricina, hanno fretta di ricomporre il quadro dei giorni in cui si è consumata la tragedia in modo da poter trarre le conclusioni non appena, alla fine di aprile, verrà depositato l’esito ufficiale dell’autopsia e degli esami tossicologici che hanno impresso una svolta inaspettata all’inchiesta.

Per questo prosegue ininterrotto il lavoro di audizione di familiari e amici della famiglia Di Vita. Ieri sera (a un orario insolito per un’inchiesta che solo formalmente appare ad uno stato iniziale, visto che nessun nome è iscritto nel registro degli indagati) è stata sentita a lungo anche la cugina di Gianni Di Vita che da oltre tre mesi ospita a casa sua padre e figlia. Evidentemente gli inquirenti avevano esigenza di sentire di nuovo la sua versione e compararla con quella di Gianni e Alice prima che i tre potessero ritrovarsi a casa e inevitabilmente discutere di quanto era stato loro chiesto.

I dubbi sulla famiglia

Un altro segno evidente questo che gli inquirenti nutrono dubbi sulla ricostruzione della famiglia dei due giorni in cui, inevitabilmente, deve essersi verificata l’ingestione di ricina da parte di Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara: il 23 dicembre, quando a cena erano solo in tre ( la figlia Alice che è sempre stata bene era fuori a mangiare una pizza con gli amici),o il 24 quando invece, a pranzo dai nonni materni a cena da quelli paterni, la famiglia era al completo. Ma, dalla mattina del giorno di Natale, sono state solo Antonella e Sara a manifestare i sintomi gastrointestinale che nel giro di 48 ore hanno portato alla morte delle due donne.

I “non ricordo” di Gianni Di Vita

Sin dal primo interrogatorio, avvenuto a gennaio, Gianni Di Vita ha avuto problemi a ricordare cosa fosse stato portato in tavola in quei giorni, chi fosse presente, se le due donne fossero andate fuori a bere o mangiare qualcosa. E questo ha destato le perplessità che ieri gli inquirenti hanno cercato di dissipare con il lungo interrogatorio in cui a Gianni Di Vita è stato chiesto di fare uno sforzo per ricordare se ed eventualmente quali doni natalizi, bottiglie di vino, conserve, barattoli, possano da lui essere stati portati in casa.

Il malore del padre

Ma la vera svolta è attesa con il deposito degli esami del sangue di Gianni Di Vita che gli inquirenti hanno chiesto alcune settimane fa al centro antiveleni di Pavia. Sarà assolutamente dirimente stabilire se anche il padre, magari in dosi minime, ha assunto ricina o no. Durante la settimana di inizio gennaio in cui l’uomo è stato ricoverato allo Spallanzani, non gli sono mai stati fatti esami alla ricerca del potente veleno.

Erano giorni in cui si era convinti che le due donne fossero morte a causa di una tossinfezione e dunque, allo Spallanzani, le analisi cercavano di isolare batteri o agenti patogeni, ma non veleni. Agli atti dell’inchiesta, e anche questo è un elemento che suscita perplessità negli inquirenti, c’è però la cartella clinica di Di Vita e le testimonianze dei medici del pronto soccorso di Campobasso che raccontano come l’uomo, di fatto, non abbia mai presentato sintomi preoccuopanti.

“Da noi – ha raccontato il primario del Cardarelli Vincenzo Cuzzone – il signor Di Vita si è presentato in pronto soccorso subito dopo la morte della moglie, seguita di poche ore a quella della figlia, dicendo di aver avuto anche lui il giorno prima sette episodi di vomito e diarrea. Ma quando era da noi non presentava più sintomi. Visto quello che era successo, per noi inspiegabile, a moglie e figlia abbiamo deciso di mandarlo per precauzione allo Spallanzani a Roma, specializzato in malattie infettive. Allora si cercava un agente patogeno ma i colleghi di Roma ci hanno riferito che le sue condizioni sono state sempre stabili e gli esami hanno dato tutti esito negativo. Mi sembra assai difficile che anche lui possa avere ingerito ricina, è un veleno che non perdona anche se ingerito in quantità minime”.

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