Leone XIV ha chiesto il cessate-il-fuoco per il Libano, dove i bombardamenti israeliani stanno colpendo i civili. Al Regina Caeli il Papa si è detto «più che mai vicino» all’«amato popolo libanese» in «questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio. Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra», ha detto: «Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica».
Ucraina e Sudan
Il Pontefice ha pregato anche per l’Ucraina chiedendo che «non venga meno l’attenzione della comunità internazionale verso il dramma di questa guerra» e per il popolo sudanese «vittima innocente» di un «sanguinoso conflitto» che va avanti da tre anni, auspicando che si avvi «senza precondizioni» un «sincero dialogo volto a fermare quanto prima questa guerra fratricida».
James Martin: Trump meritava una risposta
Questo Papa, che negli ultimi giorni ha moltiplicato le critiche alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran, «non è anti-Trump», dice a Repubblica il gesuita statunitense James Martin: «È a favore di Gesù. E Gesù non potrebbe essere più chiaro riguardo al suo desiderio di pace. Nel suo ministero pubblico, Gesù ha detto: “Beati gli operatori di pace”, non “Beati i guerrafondai”. E dopo la sua Risurrezione, il suo messaggio ai discepoli spaventati è stato “Pace a voi”, non “La vendetta è mia”. Non serve un dottorato in Nuovo Testamento per comprendere il desiderio di pace di Gesù». Il Papa «raramente nomina i politici», spiega Martin, ma «i suoi recenti commenti sembrano essere stati provocati dalla dichiarazione di Trump di voler distruggere un’intera “civiltà”. Sicuramente ciò meritava una risposta dal Vaticano, e l’ha ricevuta».
La critica del cardinale di Washington
Rispetto alle denunce della guerra in Iraq di Giovanni Paolo II, nel 2003, la situazione attuale, spiega James Martin, è diversa «perché non c’è assolutamente alcuna ragione per una guerra in Iran (mentre, anche se non eri d’accordo con la legittimità delle motivazioni, ce n’erano di serie per la guerra in Iraq); inoltre, le ragioni addotte dalla Casa Bianca per giustificare la violenza in Iran cambiano quotidianamente, quasi ogni ora». Sulla stessa linea il cardinale arcivescovo di Washington, Robert McEleroy, che ad una veglia per la pace parallela a quella del Papa a San Pietro ha definito quella in Iran una «guerra immorale».
“Not in our name”
«Siamo entrati in questa guerra non per necessità, ma per scelta. Non abbiamo perseguito con ardore la via del negoziato fino alla sua conclusione prima di ricorrere alla guerra. Non avevamo un obiettivo chiaro e ci siamo accecati di fronte alla cascata di distruttività globale che probabilmente sarebbe derivata dai nostri attacchi: l’estensione della guerra ben oltre l’Iran, la perturbazione dell’economia mondiale e la perdita di vite umane. Not in our name”. Oggi il Papa parte per un viaggio di dieci giorni in quattro paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.