Cronaca

Palermo, calciatore libico in carcere si cuce la bocca. Cosa c’è dietro la sua protesta

Palermo, calciatore libico in carcere si cuce la bocca. Cosa c’è dietro la sua protesta

Muhannad Nuri Khashiba è uno dei cinque giocatori partiti nel 2015 su un barcone da Bengasi per sognare una carriera sui campi europei e finiti in carcere con una condanna a trent’anni da trafficanti. Ora vogliono tornare in Libia, ma in ballo c’è una partita anche politica

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"Più rimpatri”, ha promesso Giorgia Meloni quando si è presentata in Parlamento dopo la clamorosa sconfitta al referendum. Ma in tre, che a casa vorrebbero tornarci e che hanno ispirato addirittura un accordo di cooperazione, sono ancora bloccati nelle carceri italiane.

“Registro questo video perché sono stanco, stanco di essere preso in giro. Diteci se finalmente ci riporterete in Libia o ammettete che non siete in grado di farlo”. Venerdì 10 aprile, carcere dell’Ucciardone, Palermo. Un video riapre un caso, che racconta molto non solo dei rapporti fra Roma e le due Libie, ma anche dei giochi di potere fra Tripoli e Bengasi, con l’Italia che stenta a decidere con chi fare sponda.

La protesta di Muhannad

Muhannad Nuri Khashiba, uno dei cinque calciatori libici partiti nel 2015 su un barcone da Bengasi per sognare una carriera sui campi europei e finiti in carcere con una condanna a trent’anni da trafficanti, parla per quasi quattro minuti davanti alla telecamera di un telefono. “Qui i cellulari girano e ho bisogno di lanciare un messaggio importante”, afferma. Annuncia lo sciopero della fame, poi si cuce la bocca. La sua – dice – è una forma di protesta. Contro le condizioni di detenzione, che racconta durissime, ma soprattutto contro il muro di silenzio seguito alle rassicurazioni su un celere rimpatrio. “Ci avete promesso di riportarci in Libia - lo si sente dire nel video - ma continuano a essere promesse: non lo chiedo per me, mia madre è già morta mentre io ero qui, ma Tarek e Hamad hanno ancora la speranza di rivedere i loro familiari vivi”.

Il caso dei calciatori libici

È innocente, dice. Lo sono tutti quei cinque ragazzi libici partiti da Bengasi per lasciarsi le spalle la Libia infiammata dalla guerra civile. Avevano a stento vent’anni ed erano le stelle del campionato, ma non c’è posto per sogni e pallone se volano proiettili. E con i canali sicuri e legali inesistenti o chiusi, una barca diventa l’unico mezzo per scappare. Durante quella traversata però 49 persone muoiono soffocate nella stiva, ma lui e gli altri lo scoprono solo arrivo. Il comandante del barcone dichiara di aver fatto tutto da solo, ma non viene creduto. Muhannad e gli altri quattro libici, più un ragazzo marocchino, vengono arrestati e in seguito condannati anche se le loro versioni – lo si riconosce nelle sentenze – sono risultate compatibili fra loro, coerenti, identiche nel corso del tempo, anche se i testimoni, che allo sbarco li accusano, spariscono e le identificazioni – hanno fatto presente i legali nel corso delle varie fasi del procedimento – vengono fatte contro ogni regola di procedura. “Per rendere l’idea – spiega spesso l’avvocata Cinzia Pecoraro, che assiste uno dei ragazzi - una donna non ha riconosciuto il fratello e il figlio che erano fra le vittime”.

La grazia per Alaa Faraj

Che più di qualcosa in quel processo sia andato storto, lo ha riconosciuto anche la Corte d’appello di Palermo. Pur non ritenendo sufficienti due nuove testimonianze scriminanti ottenute dai legali per autorizzare la revisione del processo a carico di Alaa Faraj, uno dei cinque calciatori condannati, i giudici hanno evidenziato “qualche crepa” nelle precedenti pronunce e suggerito – nero su bianco – di appellarsi al Presidente della Repubblica. “Vi è un solo istituto - scrivevano - che questi casi può consentire lo scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza ed è l’istituto della grazia”. E per Faraj, che in un libro ha raccontato tutta la sua storia, la grazia parziale - uno sconto di pena di undici anni e quattro mesi che gli permetterà di accedere a pene alternative - è arrivata.

In tre vogliono tornare in Libia

I cammini processuali degli altri si sono divisi. In tre hanno deciso di accettare di finire di scontare la pena in Libia, come Tripoli e Bengasi promettono da anni e un accordo di cooperazione, che è già passato dal Parlamento fra novembre e dicembre, prevede. “Ma è tutto fermo, a uno di loro non è stata neanche prospettata l’ipotesi di tornare in Libia e finire di scontare lì la pena”, spiega Claudia Gazzini, ricercatrice dell’International Crisis Group, che fin dall’inizio segue il caso. “Quando si è iniziato a discutere dell’accordo, anche io avevo spiegato ai ragazzi che ci sarebbe voluto tempo. Ma sono stanchi. Loro credono fermamente nella loro innocenza, vorrebbero che fosse riconosciuta ma paradossalmente questo finisce per essere anche di ostacolo a premi e permessi”. Uno dei giovani calciatori, racconta, si è visto negare un permesso di sole quattro ore proprio perché “non ha riconosciuto il suo crimine”. Nel frattempo, sulla loro pelle si consuma lo scontro fra Tripoli e Bengasi.

Questione di prestigio

Quando sono partiti erano le stelle del campionato, riportarli a casa per gli Haftar o per il Governo di unità nazionale di Dbeibeh, l’unico – almeno formalmente – riconosciuto a livello internazionale, è questione di prestigio politico. Ed è uno dei tanti derby che si consumano lungo un processo di riunificazione che, con buona pace della regia internazionale e al netto di risibili progressi, assomiglia di più a un mutuo tentativo di fagocitazione di una Libia sull’altra.

Ecco perché in Cirenaica – regno degli Haftar, finito al pari della Cirenaica più volte al centro delle denunce di agenzie Onu e organizzazioni internazionali per le drammatiche condizioni di detenzione di libici e migranti e le violazioni dei diritti umani– il video di Muhannar è diventato virale, insieme a attacchi e accuse contro il governo di Tripoli, accusato di essere incapace di tutelare i propri cittadini . È l’unico riconosciuto internazionalmente, dunque l’unico ad avere personale diplomatico e consolare, responsabile delle pratiche.

Bengasi contro Tripoli, Roma assiste e tace

“Mentre il ministero della Giustizia di Tripoli aveva annunciato a febbraio l'avvio delle procedure consolari, l'assenza di progressi concreti e di commenti ufficiali recenti da parte di entrambi i governi alimenta il sospetto di una mancanza di volontà politica”, attacca l’avvocata Intisar al-Qulaib. “La protesta di Muhannad è un drammatico grido d'aiuto che riflette il collasso psichico dei detenuti e l'urgenza di un intervento istituzionale per evitare una catastrofe umanitaria”, tuona la non troppo conosciuta associazione Libyan Human Rights Organization. Un doppio messaggio, per Tripoli e per Roma. Che parla, stringe accordi e finanzia “progetti di cooperazione per il controllo delle frontiere” con entrambe le Libie e cerca di non scontentare nessuno, ma per ong, agenzie Onu e organizzazioni internazionali, più che partner– dimostra il caso Almasri – sembra essersi convertita in ostaggio.

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