Voleva studiare, fare carriera inseguendo un pallone come faceva in Libia, dare forma ai suoi sogni, come ogni ragazzo. Ma nel 2015 in Libia c’era la guerra, sognare era un lusso, come studiare o giocare a calcio. Visti o canali umanitari, non ne esistevano. E Alaa Faraj aveva 19 anni, non voleva rinunciare al suo futuro e l’ha inseguito a bordo di un barcone. Adesso che di candeline ne ha spente 30, sogna solo di avere la possibilità di essere riconosciuto innocente: il 12 giugno la Cassazione dovrà decidere se autorizzare la revisione del processo, dopo che la Corte d’appello di Messina, pur definendo la condanna “abnorme”, si è limitata a suggerire di “ricorrere all’istituto della grazia”.
Per lo Stato italiano Alaa Faraj oggi è un trafficante condannato a 30 anni, come lo sono gli altri tre amici, calciatori anche loro, con cui quella notte d’agosto di dieci anni fa si è imbarcato su una carretta del mare, ingoiando la paura come davanti al dischetto.
Le stelle del campionato libico costrette a attraversare il mare
Avversari in campo, amici fuori, erano le giovani stelline del campionato. Famosi in Libia come Pirlo, Messi e altri erano in quel periodo in Europa. Costretti a una fuga illegale, che si è conclusa nel modo più tragico. Durante quella traversata 49 persone muoiono soffocate nella stiva. Alaa e gli altri lo hanno scoperto solo all’arrivo, il 15 agosto 2015. “Ancora non so se sono pentito o no di quella scelta, (alla luce di ndr) come sono andate le cose, e la rovina della mia vita di farmi 30 anni da innocente”, scrive in una delle sue prime lettere alla docente dell’università di Palermo Alessandra Sciurba. Ne sono seguite altre ventisette che diventeranno un libro in uscita con Sellerio, scritte nell’italiano zoppo che il ragazzo ha imparato dietro le sbarre e la professoressa ha voluto mantenere intatto. “In un passaggio parla di ‘desideri pregati’. In quest’espressione c’è tutta la speranza e l’angoscia di chi affronta un viaggio senza sapere se e come finirà, le preghiere che lo accompagnano, la gioia del salvataggio. È intraducibile”, spiega la docente.
"Accetto il ruolo di detenuto, non di criminale”
Si sono incontrati in carcere a Palermo, durante un laboratorio, una delle tante attività a cui il ragazzo partecipa. Negli anni non si è rassegnato. Ha continuato a leggere, studiare. Il calcio no, quello l’ha dovuto abbandonare. Ma con le unghie e con i denti ha tentato di portare avanti il suo progetto universitario. “Ho accettato il ruolo del detenuto e mai del criminale – scrive in una delle sue lettere - Rispetto una cultura. Anzi, amo una cultura come quella italiana. Perché amo l’Italia e gli italiani, perché l’Italia mi ha salvato. L’Italia mi ha permesso di esprimere, di essere libero di decidere da che parte stare, di farmi dire quello che penso senza offendere, di difendere senza aggredire”. Da dieci anni afferma di essere innocente.
L’avvocata: “Indagini nella migliore delle ipotesi frettolosa”
Lo ha detto anche in aula, durante il processo d’appello. Ma non è stato creduto. Anche se i testimoni che hanno accusato lui e gli altri sono spariti dopo l’incidente probatorio, anche se l’identificazione non è stata fatta con la tecnica del birillo – mettendo a confronto i sospettati con persone fisicamente simili, esaminate da dietro uno specchio - come il codice prevede, anche se il comandante di quel barcone ha affermato di aver fatto tutto da solo, anche se le versioni sue e dei suoi compagni di viaggio sono risultate compatibili fra loro, coerenti, identiche nel corso del tempo. Ma erano libici, l’Italia era ancora inorridita dagli oltre 700 morti del naufragio di aprile, la più grande tragedia collettiva del Mediterraneo, si inizia a parlare di “strage di Ferragosto”. E’ quella che diventerà un pezzo di storia del cinema con Fuocoammare di Gianfranco Rosi.
“Le indagini sono state nella migliore delle ipotesi frettolose – spiega l’avvocata Cinzia Pecoraro, che solo in secondo grado ha preso in mano il caso di Alaa – Ai testimoni, che dopo l’incidente probatorio sono spariti, è stata fatta riconoscere solo la loro firma in calce a fotografie in bianco e nero di soggetti di pelle scura. Il riconoscimento è stato fatto subito dopo lo sbarco e dopo un viaggio difficilissimo e tragico. Per rendere l’idea, una donna non ha riconosciuto il fratello e il figlio che erano fra le vittime”.
Due nuovi testimoni li scagionano
Ma anche se il processo non è riuscito a colmare i vizi iniziali, per tutti arrivano condanne a 30 anni. In mezzo, governi libici di ogni colore – da Haftar a quelli riconosciuti a livello internazionale – chiedono l’estradizione dei quattro calciatori. In Libia, sono stelle del calcio che nessuno ha dimenticato, anche se Alaa e gli altri sono scettici: “Siamo innocenti, vogliamo dimostrarlo”. Solo troppo tardi, a terzo grado di giudizio ormai concluso, sono stati scovati due testimoni che erano a bordo durante quel viaggio, vicini a Alaa e ai suoi amici. Ricordano perfettamente che loro su quel barcone non avevano alcun ruolo, anzi il ragazzo era provato dal mal di mare, incapace di fare alcunché. Testimonianze raccolte con tutti i crismi dell’indagine difensiva, registrate, ma che non sono bastate a convincere la Corte d’appello a autorizzare la revisione del processo. “La richiesta è stata bocciata come inammissibile – spiega l’avvocata – generalmente è una decisione che arriva quando mancano elementi formali: una firma, una data, una notifica. È una lesione grave del diritto di difesa”.
I giudici: “Chiedete la grazia”
La Corte non ha voluto neanche discutere nel merito la questione, pur riconoscendo “qualche crepa” nei precedenti giudizi, basati su impostazioni che suscitano “umana perplessità”. Tecnicamente, affermano, due nuovi testimoni, pronti anche a presentarsi in aula, a detta dei giudici non sono elemento nuovo “sufficiente”. Ma soprattutto, affermano, “vi è un solo istituto che questi casi può consentire lo scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza ed è l’istituto della grazia”. Traduzione: la condanna è abnorme, ma quelle sentenze non sono più ribaltabile, il caso va messo nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Alaa: “Giustizia per me, i miei compagni e le 49 vittime”
Alaa vuole combattere fino alla fine. Afferma di essere innocente, spera di avere la possibilità di dimostrarlo in un processo anche grazie a testimoni che all’epoca non c’erano e nessuno per anni ha cercato. “Abbiamo parlato di questa possibilità – spiega la professoressa Sciurba – ma lui continua a dire di voler dimostrare la propria innocenza, anche per rendere giustizia alle 49 vittime”. Non serba rancori, né ai giudici, né all’Italia. “Ma come? Ti hanno rubato la vita! Ti hanno condannato da innocente – scrive in una delle sue lettere - Io ho perdonato, perché sono esseri umani, e l’essere umano sbaglia”. Ma soprattutto spera fino alla fine di poter cambiare il corso della propria vita. Quella di Alaa è all’ennesimo bivio, da attraversare il 12 giugno, quando i giudici dovranno decidere se abbia o meno il diritto di difendersi.