Il cacciatore di stelle punta il suo obiettivo verso la notte infinita e la fotografa. Le stelle non si mettono in posa: stanno lì da milioni di anni luce e aspettano. E chissà che Luca Fornaciari, uno dei più noti astrofotografi e divulgatori italiani, non ci stia dicendo che c’è un motivo se abbiamo ricominciato a guardare il cosmo, 57 anni dopo il primo passo sulla Luna.
C’è, questo motivo?
«Alzare gli occhi dal nostro ombelico è come riconquistare l’America, come esplorare un nuovo continente. Il fascino del cielo stellato è irresistibile, e lo si può fotografare senza disporre di strumenti incredibili. Anzi, direi che è una cosa piuttosto semplice, quasi alla portata di tutti».
Lei come cominciò?
«Con il classico telescopio regalato dallo zio per la cresima. Siccome mio papà faceva il fotografo, ho messo insieme le due cose: il resto lo ha fatto l’immaginazione».
Cos’è un astrofotografo?
«Una persona curiosa, pazie…
Il cacciatore di stelle punta il suo obiettivo verso la notte infinita e la fotografa. Le stelle non si mettono in posa: stanno lì da milioni di anni luce e aspettano. E chissà che Luca Fornaciari, uno dei più noti astrofotografi e divulgatori italiani, non ci stia dicendo che c’è un motivo se abbiamo ricominciato a guardare il cosmo, 57 anni dopo il primo passo sulla Luna.
C’è, questo motivo?
«Alzare gli occhi dal nostro ombelico è come riconquistare l’America, come esplorare un nuovo continente. Il fascino del cielo stellato è irresistibile, e lo si può fotografare senza disporre di strumenti incredibili. Anzi, direi che è una cosa piuttosto semplice, quasi alla portata di tutti».
Lei come cominciò?
«Con il classico telescopio regalato dallo zio per la cresima. Siccome mio papà faceva il fotografo, ho messo insieme le due cose: il resto lo ha fatto l’immaginazione».
Cos’è un astrofotografo?
«Una persona curiosa, paziente e perseverante, disposta a cercare i luoghi notturni più bui per piazzare il treppiede e mettersi all’opera. Per iniziare, può bastare una normalissima reflex. Io l’ho fatto quando Facebook era ancora piuttosto giovane: in Italia non esisteva un canale dedicato alla fotografia astronomica, in tanti mi chiedevano con stupore come si fa, e alla fine la divulgazione è diventata il mio mestiere. Ora tengo lezioni online e in presenza, organizzo workshop, faccio conferenze, partecipo a programmi televisivi e scrivo libri».
L’uomo sta tornando sulla Luna: lei cosa pensa delle fotografie appena scattate da Artemis II?
«Gli astronauti hanno portato nello spazio macchine fotografiche normalissime e un po’ datate, scelte per la loro robustezza e affidabilità, e per gli scatti sono stati utilizzati anche smartphone. Per la prima volta è stata fotografata un’eclissi solare vista dalla prospettiva lunare, e per la prima volta l’uomo ha avuto una visione d’insieme del cosiddetto lato oscuro della Luna. Qui conta anche il significato narrativo, non solo quello tecnico».
Quali sono i territori di caccia dell’astrofotografo?
«La paesaggistica notturna, ovvero i corpi celesti immersi nel paesaggio: con il problema dell’inquinamento luminoso, perché ormai in Italia trovare il buio è molto difficile, siamo dentro un autentico spreco di luce. Poi c’è l’imaging planetario, cioè le fotografie del Sole e dei pianeti dei Sistema solare. Infine, ed è il mio ambito, si fotografa il “deep sky”, cioè il profondo cielo oltre il Sistema solare: ammassi di stelle e nebulose a centinaia di anni luce da noi, emozionanti puntini luminosi che ci attraggono da distanze incommensurabili. Scenari misteriosi e coloratissimi».
Ci faccia un esempio di qualche suo scatto in quella smisurata profondità.
«Potrei parlarvi del Sistema di Keenan, una coppia di galassie nella costellazione dell’Orsa Maggiore che si trovano a 150 milioni di anni luce dalla Terra, galassie che interagiscono tra loro in una specie di danza, unite da un ponte luminoso di stelle».
Scusi, ma lei vive in un osservatorio astronomico?
«No davvero. Nel giardino della mia casa a Maranello ho tre postazioni, la prima dedicata al Sole, le altre al “deep sky”. Ribadisco che io sono un fotografo, non un astronomo».
Però, anche la Nasa si è accorta dei suoi scatti: nel 2021 lei è stato premiato con l’Astronomy Picture of the Day. Di cosa si tratta?
«Ogni giorno, l’ente spaziale americano sceglie una particolare fotografia del cielo. A me è successo per uno scatto della galassia a spirale Messier 33, che si trova a circa tre milioni di anni luce da qui».
Lei ha 42 anni: di cosa si occupava, prima?
«Facevo il grafico, e alcuni software che utilizzavo in studio erano gli stessi che poi mi sono serviti per l’astrofotografia. La vocazione divulgativa l’ho scoperta in un secondo tempo, quasi per caso».
Ci ha parlato dei suoi punti di osservazione in giardino: davvero potremmo provarci tutti?
«Direi di sì. Negli ultimi quindici anni, la tecnologia ha compiuto passi enormi: oggi, con poche centinaia di euro è possibile dotarsi di un piccolo telescopio fotografico con sistema automatico».
Immaginiamo che non si punti a caso l’obiettivo.
«Ogni corpo celeste è catalogato e ha un nome in codice: ottenute le coordinate, si punta e si aspetta. I tempi di posa, come si può comprendere, sono lunghi e occorre ripetere l’operazione diverse volte: il risultato finale, integrato dal computer, sarà l’equivalente delle ore di luce che si sono alternate. Si va in cerca di una stella o di una galassia per intere notti, anche quattro o cinque di seguito, ovviamente al buio: più è intenso, più le fotografie verranno bene. Dunque, è essenziale trovarsi nei luoghi giusti e non bisogna aver paura di muoversi. I soggetti si scelgono anche secondo le stagioni, perché naturalmente il cielo cambia di mese in mese e cambiano le costellazioni»..
Cosa ci dicono le stelle?
«Che la Terra è soltanto una tra miliardi di possibilità nell’universo, e che non ne avremo un’altra. È la nostra palla di vetro con dentro la neve, ed è una briciola. Le stelle ci danno una visione d’insieme molto più ampia e prospettica di quelle a cui siamo abituati: non siamo più noi, al centro dell’inquadratura».