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Gli ombrellini di Lidia Poët e gli elmi del Trono di Spade: a Milano la fabbrica dei sogni

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Dal 1864 l’Attrezzeria Rancati crea mobili e accessori di scena per teatro e cinema: “Siamo l’officina delle meraviglie”
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Nello studio legale dove Lidia Poët lavora nell’ombra, ogni oggetto ha il peso di un’ingiustizia: la cassettiera dove i fascicoli restano intestati al fratello, il registratore di cassa — misura di un lavoro non riconosciuto — , la poltroncina in damasco rosso dove siede chi ha il diritto di farlo. Quegli oggetti, costruiti pezzo dopo pezzo, ora riposano insieme a una distesa di mobili, armature e accessori di scena che si propaga per 2500 metri quadrati. È la sede dell’Attrezzeria Rancati, bottega nata nel 1864. Un laboratorio delle meraviglie che raccoglie la storia del teatro e del cinema, da prima ancora che il cinema nascesse. Capace di mimetizzarsi tra le decine di imprese che punteggiano la pianura alle porte di Milano, accanto alla tangenziale e al colosso che ospita le fiere della città meneghina.

Fabbrica dei sogni, la chiamava Zeffirelli. Unica in Italia, per dimensione e quantità di materiale. Lì, tra gli scaffali, accanto a valigie e ombrellini indossati anche dalla prot…

Nello studio legale dove Lidia Poët lavora nell’ombra, ogni oggetto ha il peso di un’ingiustizia: la cassettiera dove i fascicoli restano intestati al fratello, il registratore di cassa — misura di un lavoro non riconosciuto — , la poltroncina in damasco rosso dove siede chi ha il diritto di farlo. Quegli oggetti, costruiti pezzo dopo pezzo, ora riposano insieme a una distesa di mobili, armature e accessori di scena che si propaga per 2500 metri quadrati. È la sede dell’Attrezzeria Rancati, bottega nata nel 1864. Un laboratorio delle meraviglie che raccoglie la storia del teatro e del cinema, da prima ancora che il cinema nascesse. Capace di mimetizzarsi tra le decine di imprese che punteggiano la pianura alle porte di Milano, accanto alla tangenziale e al colosso che ospita le fiere della città meneghina.

Fabbrica dei sogni, la chiamava Zeffirelli. Unica in Italia, per dimensione e quantità di materiale. Lì, tra gli scaffali, accanto a valigie e ombrellini indossati anche dalla protagonista della fiction arrivata alla sua terza stagione, abitano gli elmi e le sciabole da corazziere di M. Il figlio del secolo, miniserie tratta dal romanzo di Scurati. Il tabernacolo di San Gennaro del film di Sorrentino Parthenope è esposto all’entrata, accanto al trono originale della prima edizione dell’Otello di Verdi del 1887. E ancora, centinaia di corazze, loriche, lance. Non mancano nemmeno le armature e le gorgiere in ferro indossate da Jon Snow e dai Guardiani della Notte ne Il Trono di Spade. Qualche animale impagliato è segno di un tempo ormai dimenticato. «Noi lavoriamo con le mani», spiega Romolo Sormani, erede insieme alla sorella Cristina dell’Attrezzeria con sede a Cornaredo e succursale a Roma. Il loro è un affare di famiglia: cinque generazioni di scenografi, l’ultima rappresentata da Lorenzo, 25 anni, figlio di Romolo, in azienda da tre mesi. Cristina racconta, fa un salto indietro nel tempo. «Abbiamo scelto tutti lo stesso percorso: prima il liceo artistico, poi l’Accademia di Brera. Ho sempre pensato di fare questo lavoro. Qui siamo cresciuti, per noi era un divertimento».

Nei laboratori, accanto a un muro stracolmo di sagome di cartapesta a scandire tappe della storia del teatro, i nuovi oggetti si mescolano a quelli che oggi sono quasi pezzi d’epoca: una parabola che parte dal periodo greco-romano e arriva fino agli anni Sessanta del Novecento. I materiali combinano resine, poliuretani, ottone e gomma per una resa più leggera eppure simile a metallo, ferro, cuoio o legno. «Gli oggetti sono stati costruiti nel tempo, su internet non si trovano», sottolinea Romolo. Tra quelle mura che oggi ospitano più di 18mila spade, oltre 10mila elmi, 3mila anelli e mille candelabri sono passati registi, scenografi, arredatori e costumisti giunti dalle colline di Hollywood, così come i più grandi maestri italiani del teatro e dell’arte. Da Toscanini a De Chirico, da Puccini a Mascagni. E poi Dante Ferretti, Dario Fo, Lele Luzzati e Vittorio Gassman. «In archivio custodiamo tre volumi con le dediche delle personalità che hanno collaborato con noi. Li abbiamo chiamati “Passaggi”, fu un’idea di Gassman». Quello dei Sormani è un lavoro che vuole discrezione: «con Hollywood i contratti sono vincolanti, dobbiamo stare attenti a parlare perché — dicono — contengono una clausola di riservatezza “in assoluto nell’Universo”».

Scultori, sarti, falegnami, fabbri, pittori e decoratori si alternano nella realizzazione di opere per teatro, cinema, televisione. Ma anche per sfilate di moda e spot pubblicitari. «Andiamo a ondate — precisa Cristina — Fino a qualche mese fa, il Ventennio. Ora se si va in magazzino, del periodo romano non c’è più nulla. La maggior parte del materiale viene noleggiato, ma speriamo sempre manchi qualcosa nelle liste fornite dagli scenografi per poterlo produrre».

Sorta decenni prima che i fratelli Lumière proiettassero quello che è considerato il primo film della storia al Salon Indien del Grand Café di Parigi, l’Attrezzeria Rancati ha attraversato l’Unità d’Italia, due Guerre Mondiali, è stata parte attiva delle origini del melodramma e della nascita del cinema. Cinecittà, voluta e inaugurata da Mussolini nel 1937, fu buona stella. Poi venne il tempo del neorealismo, di Roma città aperta e Ladri di Biciclette. Un passato in continuità con il presente degli eredi. «Passo le giornate in laboratorio a vedere i colori», confida Romolo. «Abbiamo preso parte a Il nome della rosa, Gangs of New York, Braveheart. Ho solo un grande rimpianto: non aver lavorato al Signore degli Anelli».

(ansa)

L’industria ha attraversato infiniti cambiamenti, ma per i Sormani «le aziende italiane che lavorano nel mondo dell’audiovisivo rimangono le più prestigiose al mondo», nonostante l’obbligo di fare i conti con la rivoluzione del digitale. «Ai tempi di Ben Hur o Waterloo capitava di realizzare armature per 200 soldati o bicchieri di vetro di Murano commissionati a un vero soffiatore», continua Romolo. «Oggi l’intelligenza artificiale ha cambiato quasi tutto. Le comparse si sono ridotte perché ricostruite con la computer grafica. E l’artigiano deve saper mescolare la tradizione con materiali all’avanguardia». Se, da una parte, alcune tipologie di saperi sembrano destinate a scomparire (cesellatori, viminai, forgiatori, pellettieri), dall’altra c’è chi, come Lorenzo Sormani, non pensa che il suo sia un mestiere in via di estinzione. «Chi crea arte vuole un cinema e un teatro che siano veri, che sappiano trasmettere qualcosa. L’interazione tra attori, set e oggetti sarà sempre impossibile da ottenere in una camera blu».

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