Vita da nanny, le tate dei super-ricchi: “Yacht, viaggi e 4mila euro al mese. Ma i clienti chiedono di tutto”
di Giulia D'AleoTra le pieghe delle vite patinate dei super ricchi – divise tra yacht, lusso inimmaginabile e agende che somigliano più a tabelle di volo che a routine familiari – è lì che si muovono le nanny. Le tate estremamente formate e discrete, a cui è consentito accedere a esistenze blindate e impararne abitudini, riti e capricci, senza poterli mai raccontare. Non del tutto, perlomeno. “Inutile chiederlo, non farò un nome”, mette subito in chiaro Elisa Sivieri.
Dopo vent’anni trascorsi con le famiglie dell’alta società, di questo mestiere ha fatto anche un’impresa: Tata da favola, l’agenzia di consulenza che aiuta a trovare il match perfetto tra aspiranti balie d’élite e clienti con patrimoni per pochissimi.
Quanti cognomi noti?
“Calciatori, imprenditori, anche il mio cantante preferito. Da adolescente non perdevo un concerto, poi un giorno mi ha chiamata per una consulenza. Non gli ho detto che sono una fan, sarei andata contro la mia etica professionale. Ma in genere i miei clienti sono altr…
Tra le pieghe delle vite patinate dei super ricchi – divise tra yacht, lusso inimmaginabile e agende che somigliano più a tabelle di volo che a routine familiari – è lì che si muovono le nanny. Le tate estremamente formate e discrete, a cui è consentito accedere a esistenze blindate e impararne abitudini, riti e capricci, senza poterli mai raccontare. Non del tutto, perlomeno. “Inutile chiederlo, non farò un nome”, mette subito in chiaro Elisa Sivieri.
Dopo vent’anni trascorsi con le famiglie dell’alta società, di questo mestiere ha fatto anche un’impresa: Tata da favola, l’agenzia di consulenza che aiuta a trovare il match perfetto tra aspiranti balie d’élite e clienti con patrimoni per pochissimi.
Quanti cognomi noti?
“Calciatori, imprenditori, anche il mio cantante preferito. Da adolescente non perdevo un concerto, poi un giorno mi ha chiamata per una consulenza. Non gli ho detto che sono una fan, sarei andata contro la mia etica professionale. Ma in genere i miei clienti sono altri”.
Ovvero?
“Plurimilionari, parliamo di uno step superiore. Investitori, imprenditori, ma anche professionisti con lavori che fatico a comprendere”.
Che mondo è quello delle tate dei super-ricchi?
“Da mille e una notte. Se prima la mia normalità era la piazza del paese, improvvisamente prendevo aerei per New York o le Bahamas con la stessa frequenza con cui bevo il caffè. Era un susseguirsi di feste, barche, cene. È normale se parliamo di vite straordinarie”.
Straordinarie come?
“Ti accorgevi subito del lusso estremo guardando le dieci macchine da 100mila euro l’una parcheggiate in garage. E l’aereo privato su cui si viaggiava – sempre con personale a bordo – aveva le iniziali dei proprietari incise sulle ali. Anche il contesto della routine scolastica è diverso: istituto esclusivo, attività sportive in club privatissimi, chef che prepara ogni pasto”.
Lei come ci è finita dentro?
“Vorrei dire: avevo un'idea chiara e ho preso questa strada. In verità ero una commessa infelice che si è resa conto che la sua unica fonte di gioia erano i bambini. Ma non sapevo niente di questo mondo: un giorno misi un annuncio come babysitter in un inserto di un giornale di Bergamo e il caso volle che a contattarmi fu una famiglia con un cognome importante. Restai con loro per cinque anni”.
Professionisti?
“Di più. Persone con un potere economico consolidato, che andassero a lavorare o meno”.
E come ci si trasforma da babysitter a tata d’elite?
“Non è per tutti, devi imparare in fretta o vieni fatto fuori. Io ero giovane, avevo 25 anni. Le famiglie mi hanno insegnato tanto, ma ho imparato anche osservando i domestici”.
Che ha imparato?
“Quello che molti ignorano: l'etichetta. Serve riservatezza, educazione impeccabile, presenza silenziosa. Le lauree e i master non bastano se sei poco empatico, piuttosto meglio cambiare lavoro. Devi essere una figura solare, ma mai invadente. Capire i tempi giusti e anticipare i desideri”.
Ad esempio?
“Una richiesta specifica del mio percorso da tata era la capacità di fare shopping per i bambini, scegliendo outfit adatti alle varie occasioni e in linea con lo stile di vita della famiglia”.
Non è un lavoro fatto di troppi sacrifici?
“Non l’ho mai vissuto come sfruttamento. Ero consapevole di dedicare tutto il mio tempo agli altri e di tenere per me solo ritagli di vita privata, ma l’ho colto come un'opportunità di crescita. In cambio ho avuto accesso a posti paradisiaci, culture lontanissime, ho imparato due lingue. Prima non avevo mai avuto le possibilità di viaggiare, ma questo lavoro mi ha aperto un mondo. E affiancare i bambini nella loro crescita è stato un privilegio”.
Perché lasciare allora?
“Un'evoluzione della vita privata. Ho trovato un compagno e quei ritmi erano insostenibili con le necessità di una coppia e l’idea di mettere su una famiglia mia. Quattro anni fa, dopo 15 anni, ho messo un punto. Ora il mio lavoro è fare da filtro”.
Tra chi?
“Le tate e le famiglie che cercano vere professioniste: in giro ci sono troppe persone improvvisate. Molte pensano ancora che sia sufficiente “guardare un bambino”, ma evitare che cada da un balcone è il minimo sindacale. Il resto lo fanno le competenze”.
Quali?
“Seconda lingua quasi obbligatoria: non solo l’inglese, vanno molto anche lo spagnolo e il francese. Ma mi è capitato mi chiedessero persino una tata in grado di parlare il russo e il polacco. Poi è ben vista una laurea in pedagogia e molti apprezzano il Metodo montessoriano. E c’è chi cerca abilità sportive specifiche, come lo sci o il pattinaggio, specializzazioni in cucina vegana per bambini e abilità nell’organizzazione di pigiama party”.
L’apparenza conta?
“La prima impressione fa tanto: puntualità, ordine e cura personale. C’è tempo per farsi i capelli fucsia, una volta che si è dimostrato quanto si vale. Le referenze sono essenziali, così come la fedina penale pulita e i documenti regolari: tantissime sono straniere con permesso di soggiorno. E poi la disciplina è cruciale: a fare gli amiconi si ha vita breve, meglio stabilire dei limiti”.
E quelli orari?
“La tendenza dei clienti è credere che la tata convivente sia sempre disponibile, reperibile la notte e disposta a lavorare tutte le sere, ma il contratto prevede 54 ore settimanali. Io propongo due tate a rotazione: 15 giorni di lavoro e 15 off. Così la famiglia ottiene una copertura per l’intero mese e la tata ha un ottimo equilibrio tra vita privata e lavoro. In questo modo la collaborazione è più longeva”.
Quanto costa una figura del genere?
“Se la vuoi davvero competente, tra i 4 e i 5mila euro al mese. La media parte dai 2.500, ma varia in base a viaggi, numero di figli, notti e responsabilità. Alcuni mi dicono: manco i ceo prendono tanto. Ma questo non è un contratto aziendale: in 15 giorni possono lasciarti a casa, parliamo di cifre lorde da tassare e i contributi sono molto bassi. E poi la qualità si paga e in giro se ne trova poca”.
C’è concorrenza?
“Eccome. Le migliori vengono contese a colpi di rilanci. Posso pure trovare una tata da 1300 euro se la vogliono, ma dopo 48 ore i clienti mi chiamano lamentandosi che non è in grado fare un risotto o usare l’ammorbidente. Così tanti preferiscono spendere di più”.
In tutte le città?
“Milano in questo è la nuova New York. Ma lavoro con 150 famiglie l’anno e tante mi chiamano anche da Roma, Firenze e altre grandi città. La richiesta è ben distribuita: è un settore di mercato che non conosce crisi. E poi oggi c’è molta più consapevolezza del ruolo. Quando si entra davvero in questo mondo diventa chiaro che non si tratta di semplice assistenza: entrare nelle vite degli altri è un’arte vera e propria”.