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“Sono malata di IA” Giovane va in cura per la dipendenza

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Venezia, una ventenne ha chiesto aiuto a una struttura della Asl. Lo psichiatra: “Stessi comportamenti di chi fa uso di sostanze”
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Un rapporto esclusivo del quale non riusciva più a fare a meno. Una presenza immateriale che rispondeva a tutte le sue domande, dava conforto nei momenti difficili, le faceva compagnia e alla fine si è divorata la sua vita. Non riusciva a smettere di stare davanti a un programma di Intelligenza artificiale la ventenne che ha chiesto aiuto al Serd della Asl di Venezia, cioè a uno dei servizi nati per assistere i tossicodipendenti. Strutture che da anni si occupano anche di persone, giovani e non solo, con forme di “dipendenza comportamentale” legate ad esempio all’azzardo, allo shopping compulsivo e più di recente anche all’uso tossico dei giochi elettronici, smartphone, social network.

“L’Ia soddisfa aspettative”

Il numero delle persone che hanno problemi co…

Un rapporto esclusivo del quale non riusciva più a fare a meno. Una presenza immateriale che rispondeva a tutte le sue domande, dava conforto nei momenti difficili, le faceva compagnia e alla fine si è divorata la sua vita. Non riusciva a smettere di stare davanti a un programma di Intelligenza artificiale la ventenne che ha chiesto aiuto al Serd della Asl di Venezia, cioè a uno dei servizi nati per assistere i tossicodipendenti. Strutture che da anni si occupano anche di persone, giovani e non solo, con forme di “dipendenza comportamentale” legate ad esempio all’azzardo, allo shopping compulsivo e più di recente anche all’uso tossico dei giochi elettronici, smartphone, social network.

“L’Ia soddisfa aspettative”

Il numero delle persone che hanno problemi con l’Intelligenza artificiale non è noto. I casi si stanno iniziando a seguire proprio in questo periodo e manca un’epidemiologia precisa. Nei Serd, che stanno sul territorio e per primi intercettano il disagio, sono consapevoli della situazione. Lo spiega Roberta Balestra, presidente di Federserd, che raccoglie gli operatori di queste realtà assistenziali: "Dialogare con una macchina può soddisfare aspettative, soprattutto nei ragazzi e portarli al ritiro sociale, un altro dei problemi che rileviamo con frequenza”. La dottoressa Laura Suardi, che dirige il Serd di Venezia e segue la ragazza dipendente dall’Intelligenza artificiale spiega che “nel dialogo, l’algoritmo, man mano che impara a conoscerti, sa dare risposte che corrispondono a quanto vorresti sentire, anche molto più di un tuo coetaneo, rafforzando progressivamente quella che sembra essere una relazione amicale. Diventa un problema quando non la si sa gestire, quando si trasforma nell’unico orizzonte di riferimento”. Sarebbe quello che è accaduto alla giovane, impegnata adesso in un percorso di cura.

“Come l’abuso di sostanze”

Stefano Vicari, ordinario di neuropsichiatria della Cattolica e primario al Bambin Gesù, spiega cosa accade a chi sviluppa le dipendenze dai dispositivi, e quindi anche quelle da IA: “Si osservano gli stessi comportamenti che si vedono in chi ha problemi gravi con le sostanze. Ad esempio c’è il cosiddetto “craving”, cioè la ricerca spasmodica del dispositivo. Si manifestano poi crisi di agitazione e aggressività, cioè di astinenza, nel caso non si ottenga il dispositivo, ma anche gli effetti dell’abitudine. Quando c’è un problema, ci vuole sempre più tempo per provare piacere dopo essersi connessi. Del resto le aree cerebrali interessate da questi fenomeni sono le stesse di chi ha la dipendenza dalla cocaina o dalla cannabis”.

Quando si parla di dipendenza

Vicario spiega che “molti si affidano all’IA se devono prendere una qualunque decisione, anche importante. O drammatica. Abbiamo seguito una ragazza che aveva chiesto addirittura come fare a suicidarsi senza soffrire”. Il professore indica una strada da seguire per fare prevenzione. “C’è una difficoltà dei giovani a stabilire relazioni in presenza, che si associa a una scarsa preparazione all’uso degli strumenti elettronici. Se educassimo gli adolescenti al senso critico e alla capacità di riconoscere quello che c’è di buono nei dispositivi e quanto invece è sbagliato, e poi a investire sulle relazioni in presenza, probabilmente la diffusione dei problemi si ridurrebbe”.

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