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L’amico del Papa: “Leone sarà sorprendente, così risponderà al reality show di Trump”

(afp)

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Parla Cesar Piscoya, che lavorò a stretto contatto con Prevost ai tempi del Perù e ha scritto per Castelvecchi un ritratto del Papa peruviano: “Roberto ha una forza tranquilla, una visione globale e non ha paura”
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Robert Francis Prevost ha una “forza tranquilla” che si è vista bene nel confronto con Donald Trump ma verrà fuori ancora più chiaramente nel corso del suo pontificato. Ne è convinto Cesar Piscoya, che del Papa – che lui ancora chiama “Roberto” – è stato stretto collaboratore stretto negli anni in Perù, dapprima come seminarista poi, lasciato l’ordine degli agostiniani, come segretario esecutivo del vicariato pastorale di Chiclayo.

In Italia esce in questi giorni con l’editore Castelvecchi un libro che ha scritto con la teologa Veronicque Lecaros, intitolato Leone XIV. Ritratto di un Papa peruviano, volume che esce per la Collana Teologia dalle Periferie diretta da don Sergio Massironi e con la prefazione di Lucia Capuzzi. In questa intervista, Piscoya racconta il Leone che ancora non si conosce.

Robert Francis Prevost ha una “forza tranquilla” che si è vista bene nel confronto con Donald Trump ma verrà fuori ancora più chiaramente nel corso del suo pontificato. Ne è convinto Cesar Piscoya, che del Papa – che lui ancora chiama “Roberto” – è stato stretto collaboratore stretto negli anni in Perù, dapprima come seminarista poi, lasciato l’ordine degli agostiniani, come segretario esecutivo del vicariato pastorale di Chiclayo.

In Italia esce in questi giorni con l’editore Castelvecchi un libro che ha scritto con la teologa Veronicque Lecaros, intitolato Leone XIV. Ritratto di un Papa peruviano, volume che esce per la Collana Teologia dalle Periferie diretta da don Sergio Massironi e con la prefazione di Lucia Capuzzi. In questa intervista, Piscoya racconta il Leone che ancora non si conosce.

Come è nata e si è sviluppata la sua amicizia con Robert Francis Prevost?

“Il nostro rapporto iniziò nel novembre del 1995, un giorno segnato dall'angoscia di mia madre che piangeva per la mia decisione di lasciare l'università ed entrare in seminario. In quell'atmosfera tesa arrivò lui a bordo di un furgoncino grigio: un uomo magro con un accento straniero, ma subito caloroso. Roberto non aveva fretta; si sedette con i miei genitori, comprese il loro dolore e, guardandomi negli occhi, mi chiese: "È tutto pronto?". Quel gesto non era una semplice richiesta, ma un atto di guida che rispettava la mia impazienza giovanile. Vivemmo insieme a Trujillo, guidati dall'ideale agostiniano della "pedagogia dell'amicizia", condividendo tutto, dalla preghiera alla preparazione delle pizze il venerdì durante il tempo libero. Sebbene poi lasciai l'ordine nel 2002, non mi dimenticò mai; mi mandava e-mail per il mio compleanno, mantenendo vivo un legame che si intensificò dopo la morte di mia moglie nel 2016, quando mi invitò a Chiclayo per condividere il mio dolore e servire insieme la Chiesa dal 2017 al 2022”.

Cosa porta questo Papa a Roma dal Perù? Quali sono le sue priorità e le sue idiosincrasie?

“Credo che il Papa porti a Roma una prospettiva globale, non necessariamente eurocentrica. Gli agostiniani sono presenti in 50 paesi del mondo e lui li ha visitati tutti quando era priore generale dell'ordine. Un'altra esperienza altrettanto significativa è quella di essere diventato missionario al freddo, nella polvere, nel fango, nell'acqua. Prima a Chulucanas, tra l'85 e l'87, poi a Trujillo, dall'89 fino al ‘99, e poi, naturalmente, a Chiclayo, dal 2014 al 2022, dove, in qualità di vescovo, si è impegnato a visitare ciascuna delle comunità delle 50 parrocchie della diocesi. Attraverso questa esperienza, Roberto ha vissuto il cattolicesimo nella sua espressione più vibrante e periferica. Consapevole che la fede è soprattutto un fattore di sopravvivenza e dignità per il nostro popolo peruviano, per il nord del mio Paese, per la costa nord-occidentale del mio Paese, l'esperienza della fede sostiene molte realtà di fame, ingiustizia e disperazione. Credo che la sua priorità assoluta sia l'unità nella diversità, riassunta nel suo motto episcopale “In illo uno unum”. Da quando lo conosco, la grande sfida di Roberto, da buon agostiniano, è stata la comunità, la comunione. La sua più grande avversione è per il clericalismo – l'eccesso e l'abuso di potere che allontana i pastori dal popolo – e per l'indottrinamento immorale che viola la libertà di coscienza. È sempre stato rispettoso dei modi di agire culturali del nostro popolo. Ha tutelato la libertà di coscienza di coloro tra noi che stavano attraversando un percorso di fede. Penso che porterà queste sensibilità anche nella nostra Chiesa universale”.

È vero che ha ricevuto minacce di morte da Sendero Luminoso in Perù, ma ha comunque voluto restare?

“È vero che Prevost ha dovuto affrontare delle minacce. Negli anni '90, al culmine del terrorismo di Sendero Luminoso, il suo superiore provinciale negli Stati Uniti gli chiese di elaborare un "piano di fuga" per la sua sicurezza. Tuttavia, Robert e la nostra comunità agostiniana decisero di non lasciare il Perù. Egli promosse la convinzione che la Chiesa dovesse accompagnare il popolo nel suo "tempo di crocifissione" e di sofferenza. Rimase saldo a Trujillo, dando una testimonianza profetica che un pastore fedele non fugge di fronte al pericolo”.

Come ha gestito la diocesi di Chiclayo, che al suo arrivo era dominata dall'Opus Dei?

“Quando arrivò a Chiclayo nel 2014, la diocesi era sotto l'influenza dell'Opus Dei da oltre 45 anni. Disse: "Non sarà facile, e spero che a poco a poco...". La sua leadership non fu conflittuale, bensì caratterizzata da una vicinanza agostiniana. Abbatté la distanza formale dei suoi predecessori salutando le persone alla maniera peruviana, più personale e affettuosa, e utilizzando il linguaggio della "nuova evangelizzazione", ispirato da Giovanni Paolo II, per creare un terreno comune con il clero più conservatore. La sua strategia fu quella di unire e formare dall'interno, trasformando la struttura gerarchica esistente nella diocesi in una rete di comunità”.

E come vescovo, quale ruolo ha assegnato ai sacerdoti, ai laici e alle donne?

“Per quanto riguarda i laici, credo sia importante capire che li ha resi protagonisti. Io stesso, da laico e vedovo, fui nominato da lui responsabile del vicariato pastorale, e per il clero della diocesi era difficile accettare che un laico si assumesse il coordinamento e la responsabilità del lavoro pastorale diocesano. Dopo la mia nomina, convocammo molti uomini e donne laici che iniziarono ad assumere diversi ruoli all'interno della diocesi. Roberto, a Chiclayo, fu un pioniere nella promozione delle donne. Nominò una mia collega come notaio della diocesi, e insieme a lei ha nominato donne a capo di servizi chiave per la Caritas, per gli immigrati e per l'ambiente. Ha nominato donne in commissioni pastorali e ha chiesto ai sacerdoti di essere pastori, pastori con l'odore delle pecore, come ha detto Papa Francesco. Ricordandog sempre che l'autorità è servizio, non dominio”.

Si potrebbe dire che fino a quando Donald Trump non ha attaccato il Papa e quest'ultimo ha risposto con calma e determinazione, il grande pubblico non lo capiva molto. Come descriverebbe il suo carattere, lei che lo conosce così da vicino e da così tanto tempo?

“La sua risposta agli attacchi esterni come quelli di Donald Trump riflette il carattere di Roberto: sobrio, attento e, direi, persino dotato di una forza tranquilla. Roberto è un intellettuale brillante, non è molto loquace perché preferisce ascoltare piuttosto che parlare. È un uomo di straordinaria umiltà che predilige i gesti semplici alla pompa o agli elogi. La sua leadership si basa sulla fiducia e sul discernimento, non sull'imposizione. Cosa intendo dire? Il Presidente Trump lo ha pubblicamente definito debole, ha detto che sbaglia, e la risposta di Roberto, di Leone XIV, del Pontefice, è stata inequivocabile, ha detto di non avere paura. E lo ha espresso con calma, ma con forza. Mentre Trump usa il linguaggio dei reality show per delegittimare l'autorità morale della Chiesa, Leone XIV ha risposto elevando il conflitto al livello di ortodossia dottrinale, arrivando persino a definire blasfema l'uso del nome di Dio per giustificare la guerra. E di fronte alla minaccia di questa nuova crociata in Medio Oriente, che rasenta la follia, Leone XIV è tornato al Vangelo ed ha affermato: "Beati gli operatori di pace", prendendo le distanze da qualsiasi ideologia nazionalista che Trump cercava di imporre con i suoi commenti. La calma di Roberto non è debolezza. Il Papa si definisce una persona capace di dialogo e rispetto, ma con una fede profonda che non scende a compromessi. Inoltre ha una prospettiva globale: il suo carattere è stato plasmato dalla necessità di stare al fianco del popolo nei momenti di dolore, disperazione e sofferenza, il che spiega perché Roberto, o Leone XIV, non abbia paura delle minacce attuali. Penso sia importante avere questo in mente per capire come si sta comportando Leone XIV in questo momento”.

So che è una semplificazione, ma questo Papa è progressista o conservatore?

“Sì, è una semplificazione. Leone XIV è un uomo di continuità, audace, come Francesco, ma con un profondo rispetto per la tradizione storica della Chiesa. È conservatore nella dottrina, ma progressista nella sua scelta radicale per i poveri e nell'inclusione delle donne e del clero. Potrei dire che è un riformatore agostiniano, alla ricerca di un equilibrio tra l'eredità ricevuta e l'aggiornamento pastorale. E se non sbaglio e ricordo bene, c'è una frase di Sant'Agostino che può aiutarci a comprendere le azioni di Roberto adesso. Nelle cose necessarie, unità. Nel dubbio, libertà. Ma in ogni cosa, la carità. Credo che questo riassuma perfettamente chi è Roberto”.

Secondo lei che rapporto instaurerà con la Curia Romana e che rapporto avrà la Curia Romana con lui?

“Credo che PrevosT non sia estraneo a Roma, essendo stato priore generale dell'ordine degli agostiniani. Inoltre è stato prefetto del dicastero dei vescovi per oltre due anni, esperienza che credo Francesco abbia sfruttato per prepararlo. Quindi, questo significa che conosce i suoi pari, conosce i vescovi e i cardinali, conosce quella struttura di potere. E credo che instaurerà un rapporto di reciproco ascolto. Ma non esiterà a prendere decisioni ferme, come ha fatto ad esempio quando ha sciolto il Sodalizio di vita cristiana in Perù. Credo che sia un leader che non si lascia abbagliare dalla distanza stratosferica, potremmo dire, del Vaticano, perché ha i piedi ben piantati per terra, e li ha sempre avuti”.

Secondo lei, quale aspetto di Prevost non è ancora evidente in Leone XIV, ma che scopriremo negli anni riguardo al carattere e alle idee di questo Papa?

“Conoscendo un po' del mio Paese, il Perù, siamo un popolo e una terra molto diversi, con molte culture. Quindi penso che la sua capacità di gestire questo sincretismo culturale non sia ancora pienamente evidente in Leone XIV. L'ha dimostrata in una certa misura, durante la sua recente visita in Africa, ma credo che abbia ancora molto da offrire alla nostra Chiesa da quell'esperienza. E questa capacità, o meglio, questa abilità, l'ha appresa a Chulucanas, a Trujillo, a Chiclayo. Negli anni scopriremo anche un Papa che comprende la giustizia sociale – questo è importante – come garanzia evangelica di una Chiesa fedele. E vedremo che le sue idee non derivano da teorie, ma dal suo incontro con la carne di Cristo, con gli emarginati. Credo che il mondo scoprirà che, dietro la sua discrezione, si cela un "Leone d'America" determinato a costruire ponti dove altri vedono solo abissi”.

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