Un’altra ferita. Gli avvocati delle famiglie delle vittime di Crans-Montana attaccano la procura di Sion per le difficoltà nell’ammettere come parti civili fratelli, sorelle ma anche nonni e nonne dei ragazzi che hanno perso la vita. «Sebbene dal punto di vista giuridico si possa comprendere la richiesta, la famiglia Tamburi è rimasta sconcertata dal fatto di dover giustificare la vicinanza dei legami che li uniscono», scrive l’avvocato che segue i parenti di Giovanni Tamburi, morto nel rogo, che chiede l’ammissione delle sorelle. Al punto di dover depositare «foto di attività in famiglia» per convincere i pm. «Per i Minghetti è stato molto difficile rivivere i propri ricordi per giustificare l’intensità dei legami che li uniscono. Vedono un’ulteriore ingiustizia, dovendo difendere il proprio status mentre la loro sofferenza è evidente», le parole che arrivano dai parenti di un’altra vittima, Riccardo Minghetti. E anche in questo caso vengono mostrate foto di feste in famiglia, comple…
Un’altra ferita. Gli avvocati delle famiglie delle vittime di Crans-Montana attaccano la procura di Sion per le difficoltà nell’ammettere come parti civili fratelli, sorelle ma anche nonni e nonne dei ragazzi che hanno perso la vita. «Sebbene dal punto di vista giuridico si possa comprendere la richiesta, la famiglia Tamburi è rimasta sconcertata dal fatto di dover giustificare la vicinanza dei legami che li uniscono», scrive l’avvocato che segue i parenti di Giovanni Tamburi, morto nel rogo, che chiede l’ammissione delle sorelle. Al punto di dover depositare «foto di attività in famiglia» per convincere i pm. «Per i Minghetti è stato molto difficile rivivere i propri ricordi per giustificare l’intensità dei legami che li uniscono. Vedono un’ulteriore ingiustizia, dovendo difendere il proprio status mentre la loro sofferenza è evidente», le parole che arrivano dai parenti di un’altra vittima, Riccardo Minghetti. E anche in questo caso vengono mostrate foto di feste in famiglia, compleanni, viaggi. Un’altra legale parla di «atteggiamento vessatorio», «mancanza di empatia», «eccessivo formalismo» della procura. Che non è esente da errori, come il caso di un indagato (fra i 13 per la strage) che in realtà non lo era: un signore confuso per un omonimo.
I legali che hanno visto i video del rogo nel seminterrato del Constellation denunciano come emerga, «in modo agghiacciante», che per tanti ragazzi «la salvezza era a portata di mano», se solo l’uscita d’emergenza non fosse stata ostruita. Ci passavano accanto, senza saperlo, perché cercavano di scappare dalla «scala della morte», l’unica stretta via di fuga ai piedi della quale è morta la maggior parte dei giovani. Ma c’è un altro sospetto, un’ipotesi «terribile», scrive un legale. Che anche la porta di emergenza sia stata «chiusa a chiave», come quella trovata serrata al piano di sopra, «con lo stesso scopo di controllare chi entrava e chi usciva, dato che si trattava di una serata a pagamento». Già nel 2017 nel locale gli ispettori avevano scoperto lavori senza autorizzazione edilizia. Ma nulla è successo.