Maldive. “Si sono persi nella grotta”, cresce l’ipotesi incidente. Verifiche su brevetti e permessi
di Giuliano Foschini , Giacomo TalignaniUn istruttore ritrovato da solo, all’ingresso della camera sommersa, con le bombole completamente scariche. E quattro corpi individuati più avanti, nella terza cavità, rimasti uno accanto all’altro a sessanta metri di profondità. È da qui che parte il tentativo degli investigatori maldiviani di ricostruire cosa sia accaduto giovedì durante l’immersione costata la vita a cinque italiani nei fondali dell’atollo di Vaavu, alle Maldive. L’ipotesi che prende quota, anche tra i sub esperti che conoscevano il gruppo, è che qualcosa sia andato storto durante l’esplorazione. Gianluca Benedetti, istruttore padovano e tra i più esperti della spedizione, sarebbe stato ritrovato separato dagli altri quattro componenti del gruppo: Monica Montefalcone, la figlia Giorgia Sommacal, la ricercatrice Muriel Oddenino e il neolaureato Federico Gualtieri. Questo è coerente con le modalità di immersione: la guida sola e le due coppie staccate.
Un istruttore ritrovato da solo, all’ingresso della camera sommersa, con le bombole completamente scariche. E quattro corpi individuati più avanti, nella terza cavità, rimasti uno accanto all’altro a sessanta metri di profondità. È da qui che parte il tentativo degli investigatori maldiviani di ricostruire cosa sia accaduto giovedì durante l’immersione costata la vita a cinque italiani nei fondali dell’atollo di Vaavu, alle Maldive. L’ipotesi che prende quota, anche tra i sub esperti che conoscevano il gruppo, è che qualcosa sia andato storto durante l’esplorazione. Gianluca Benedetti, istruttore padovano e tra i più esperti della spedizione, sarebbe stato ritrovato separato dagli altri quattro componenti del gruppo: Monica Montefalcone, la figlia Giorgia Sommacal, la ricercatrice Muriel Oddenino e il neolaureato Federico Gualtieri. Questo è coerente con le modalità di immersione: la guida sola e le due coppie staccate.
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Le possibilità al vaglio sono sostanzialmente due. La prima è un problema legato alla miscela respiratoria utilizzata nelle bombole per immersioni oltre i cinquanta metri. La seconda, considerata al momento più probabile dagli stessi sub che stanno seguendo il caso, è un incidente avvenuto durante l’esplorazione: un disorientamento, la perdita della via d’uscita o l’impossibilità di tornare indietro. A rendere meno convincente l’ipotesi della miscela sbagliata è un particolare ritenuto decisivo: Benedetti sarebbe stato recuperato con la bombola principale a zero. Segno che avrebbe consumato tutta l’aria disponibile fino all’ultimo tentativo di risalita. Aveva con sé anche un bombolino di nitrox, miscela utilizzata soprattutto nella fase di emersione e decompressione, ma non adatta a profondità superiori ai trentacinque metri. Quel sistema di emergenza non sarebbe stato utilizzato. Per chi indaga è un elemento importante: significa probabilmente che il sub non abbia avuto la possibilità di iniziare la risalita oppure che sia stato costretto a rimanere all’interno della cavità.
Il nodo centrale dell’inchiesta è proprio capire cosa sia successo agli altri quattro sub. L’ipotesi è che il gruppo possa essere rimasto bloccato nella terza camera: forse incapace di ritrovare la direzione d’uscita dopo aver perso visibilità. In ambienti del genere bastano pochi movimenti delle pinne per sollevare sedimenti dal fondale e trasformare l’acqua in una nube opaca. A quel punto orientarsi diventa quasi impossibile. «Quando sei lì sotto e perdi il riferimento è un incubo», racconta un loro amico, sub esperto che per anni ha partecipato alle stesse spedizioni. «Se la visibilità sparisce non capisci più in che direzione stai andando. E in cinque persone tutto diventa ancora più complicato».
Restano molti punti da chiarire. Non è noto, per esempio, se il gruppo avesse steso il cosiddetto “filo d’Arianna”, la corda utilizzata per ritrovare la via d’uscita nelle immersioni in cavità. Né è chiaro se quelle camere sommerse fossero davvero l’obiettivo dell’esplorazione oppure un possibile riparo utilizzato a causa delle correnti. Gli investigatori dovranno capire anche se il piano d’immersione prevedesse effettivamente una permanenza all’interno della cavità oppure soltanto un passaggio rapido. A fornire le risposte decisive saranno soprattutto i computer subacquei recuperati insieme ai corpi. Dentro quei dispositivi ci sono i dati relativi a profondità, tempi di sosta, movimenti e consumi d’aria. Fondamentale sarà anche l’analisi delle bombole.
C’è poi il tema delle autorizzazioni sul quale si muove un pezzo dell’inchiesta. Gli investigatori stanno valutando se l’immersione fosse stata organizzata nel rispetto delle regole locali. Secondo quanto emerge, il gruppo avrebbe superato il limite consentito dei trenta metri e potrebbe aver effettuato un’esplorazione non autorizzata come attività scientifica. Ancora: l’università di Genova ha già fatto sapere che non aveva autorizzato immersioni a quelle profondità. La maggior parte dei partecipanti risultava alle Maldive con visto turistico e non come ricercatori. Un altro punto delicato riguarda l’assenza, secondo alcune testimonianze, di una guida locale durante la discesa. Ma ci sarà tempo per valutare tutto.