AMENDOLARA (CS) – La scena è questa. Strada statale, altezza di Scanzano Jonico. Dieci lavoratori salgono su un pulmino omologato per sette posti. Con loro ci sono due autisti. Hanno appena finito di lavorare nei campi. Devono percorrere una sessantina di chilometri per tornare a casa. A fermarli sono i finanzieri. Controllo di routine. I documenti ci sono. I permessi di soggiorno pure. I contratti anche. I lavoratori risultano regolarmente assunti dall’azienda agricola da cui sono appena usciti. Perfino gli stipendi sono tracciabili: ogni mese partono bonifici verso le loro carte prepagate. Sembra, salvo la capienza del van, tutto in regola.
Il caporalato 3.0
E invece non lo è. Perché il nuovo caporalato non assomiglia più a quello raccontato nei film. …
AMENDOLARA (CS) – La scena è questa. Strada statale, altezza di Scanzano Jonico. Dieci lavoratori salgono su un pulmino omologato per sette posti. Con loro ci sono due autisti. Hanno appena finito di lavorare nei campi. Devono percorrere una sessantina di chilometri per tornare a casa. A fermarli sono i finanzieri. Controllo di routine. I documenti ci sono. I permessi di soggiorno pure. I contratti anche. I lavoratori risultano regolarmente assunti dall’azienda agricola da cui sono appena usciti. Perfino gli stipendi sono tracciabili: ogni mese partono bonifici verso le loro carte prepagate. Sembra, salvo la capienza del van, tutto in regola.
Il caporalato 3.0
E invece non lo è. Perché il nuovo caporalato non assomiglia più a quello raccontato nei film. Non sempre almeno. Niente buste piene di contanti consegnate all’alba nei campi. Niente paghe distribuite davanti ai cancelli delle masserie. Il caporalato 3.0 è un capolavoro dell’illusione: legale fuori, marcio dentro. Gli stipendi arrivano davvero sulle carte dei lavoratori. Solo che quelle carte non le gestiscono loro. Le tengono i caporali. Sono loro a custodire pin e documenti. Sono loro a prelevare il denaro. Sono loro a decidere quanto restituire. Dal salario vengono sottratti il trasporto, il posto letto, il cibo. Alla fine restano pochi euro al giorno. A volte quasi nulla.
Era il sistema in cui vivevano i quattro lavoratori uccisi ad Amendolara. Ed è un sistema che, secondo gli investigatori, sta diventando sempre più diffuso in questo fazzoletto di poco più di cento chilometri tra Calabria, Basilicata e Puglia dove il bracciantato indiano ha progressivamente sostituito altre comunità di lavoratori stagionali. «In questa forma di caporalato è tutto apparentemente a posto», racconta un investigatore impegnato nelle verifiche successive alla strage.
È a posto il datore di lavoro che mostra i bonifici effettuati. È a posto il contratto di assunzione. È a posto il lavoratore che risulta formalmente pagato. Ma in realtà ci sono gli schiavi. È un sistema quasi perfetto per i caporali perché l’unico modo per spezzarlo è la denuncia. Ma denunciare significa perdere il lavoro, la casa, il trasporto verso i campi. Significa spesso perdere l’unica rete di protezione che si ha in Italia. «Per molti di loro il caporale è contemporaneamente padrone di casa, autista, traduttore e intermediario con l’azienda», racconta Federica Pietramala, sindacalista della Cgil che batte da anni questi campi metro per metro. «Denunciarlo significa perdere tutto».
I racconti sul nuovo caporalato
Nei verbali raccolti negli ultimi mesi dalle forze dell’ordine le storie si assomigliano tutte. «La carta la teneva lui», racconta un lavoratore. «Quando avevo bisogno di soldi glielo dovevo chiedere». Un altro spiega di avere scoperto solo dopo mesi quanto venisse realmente versato sul conto. «Non sapevo quanto fosse arrivato davvero. Mi davano i soldi e basta». Un terzo racconta di avere lavorato per un mese intero ricevendo alla fine poco più di duecento euro. Anche i controlli diventano più difficili. Il sistema delle giornate agricole viene verificato a consuntivo. Se un ispettore arriva mentre il bracciante sta lavorando, nessuno può dimostrare in quel momento che quella giornata non verrà pagata oppure verrà registrata in misura inferiore. «Lavoriamo trenta giorni e ci pagano per dieci», hanno raccontato diversi lavoratori agli investigatori. Formalmente assunti. Formalmente pagati. Sostanzialmente sfruttati.
Dopo ogni tragedia si parla di alloggi, di accoglienza, di alternative ai ghetti. I fondi del Pnrr destinati al superamento degli insediamenti informali avrebbero dovuto cambiare il volto di queste campagne. Ma tra Villapiana, Amendolara, Scanzano e i comuni vicini i posti letto continuano a mancare, il paradiso dei caporali. Anche i controlli faticano a stare dietro alle dimensioni del fenomeno. Nella provincia di Cosenza l’Ispettorato del lavoro può contare su poco più di quaranta dipendenti per un territorio vastissimo e migliaia di aziende agricole. Non hanno la benzina nemmeno per le auto. «Dopo ogni tragedia tutti scoprono il caporalato» commenta amaro Gianfranco Trotta, segretario della Cgil calabrese. «Poi arriva la raccolta successiva e non cambia niente». È la regola di chi raccoglie a 40 gradi, le gambe aperte, le mani verso la terra. Le regole di questo mondo all’incontrario, il mondo a testa in giù.