Sarà meglio riempirsi lo stomaco. Il prossimo pranzo potrebbe riproporsi fra cinque anni. In fondo al mare, a quasi un chilometro di profondità, le occasioni per mangiare non si presentano spesso. I crostacei abituati al buio, al freddo e alle pressioni estreme del fondo degli oceani possono al massimo imbattersi in una poltiglia di pesci morti vicino alla superficie e poi precipitati fin lì.
Non è certo un menù da scatenare l’appetito, ma dei crostacei appena scoperti dai biologi marini dell’Accademia delle Scienze Cinese estendono il loro digiuno a livelli estremi. Bathynomus jamesi, una sorta di armadillo che arriva a mezzo metro di lunghezza e sembra uscito da un film dell’orrore, viene studiato dagli scienziati cinesi dal 2017.
In tutto questo tempo gli esemplari seguiti dagli scienziati hanno avuto qualche sporadica occasione di mangiare. E l’hanno saputa sfruttare al meglio. Lo stomaco dei Bathynomus, scrivono i biologi su Cell, è come un enorme frigo che arriva ai due terzi del volume dell’intero organismo, permettendogli di ingozzarsi quando possibile. Il resto del corpo è imbottito di cellule di grasso. E il metabolismo, in epoca di vacche magre (praticamente sempre) riesce a ridursi fin quasi a zero.
La capacità di mantenere lo stato di “risparmio energetico” nasce da un gene che i Bathynomus non hanno guadagnato grazie all’evoluzione. Chiamato Nd1, è tipico di alcuni batteri che vivono nello stomaco dei crostacei. In cambio dell’ospitalità, iBathynomus hanno rubato ai microrganismi il gene Nd1, in un raro esempio di trasferimento di Dna fra specie diverse. “Pensate a un copia-incolla biologico” spiega Yuan Jianbo, coordinatore dello studio di Cell. “Un animale scippa un frammento di Dna che gli è utile da un organismo completamente differente”.
Il pensiero dei ricercatori è andato ovviamente alle possibili applicazioni. Nd1, inserito in alcune cellule umane, ha in effetti rallentato molto il loro metabolismo, ma solo alle basse temperature tipiche del fondale oceanico. A temperatura ambiente ha avuto l’effetto contrario, accelerando il consumo energetico.
Pensare a un utilizzo come di Nd1 come farmaco antiobesità è per il momento un esercizio di fantasia. Ma da un altro animale tutt’altro che attraente – la lucertola mostro di Gila – l’industria farmaceutica ha ottenuto i medicinali contro diabete e obesità usati oggi da centinaia di migliaia di persone. Il veleno del rettile contiene infatti una sostanza simile a Glp-1, l’ormone che nella nostra specie è legato alla sazietà.
Anziché restare attivo pochi minuti come Glp-1, l’ormone del veleno del mostro di Gila perdura nell’organismo per diverse ore. E’ ispirandosi a lui che le case farmaceutiche hanno messo a punto una molecola che sta garantendo loro profitti miliardari, riducendo l’appetito di chi la assume senza però arrivare agli estremi dei crostacei sottomarini. Il loro gene speciale, c’è da scommettere, non troverebbe estimatori se non fra pochi aspiranti asceti.