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Allerta rider: “Moriamo di caldo o di fame”

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Sono 537mila e non hanno scelta: se non pedalano perdono reddito: “Noi costretti ad aggirare la norma anti-afa”
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«Diteci cosa fare: se morire di caldo o di fame». Trentasei gradi, l’asfalto che irradia, l’aria che non si muove. A Roma come a Milano, a Napoli come in tutta l’Italia che brucia, ci sono uomini in bicicletta. Hanno uno zaino termico sulle spalle e un’app sul telefono. Aspettano la notifica. Poi corrono, già in ritardo, ancora prima di partire.

Assouf, pakistano, ha 20 anni e vive in Italia da uno. «Si può rifiutare una consegna, certo. Ma poi non ti chiamano più», racconta. Amir invece di anni ne ha 68, viene dall’India. «Sono vecchio», dice, «e nessuno mi dà lavoro. Questa per me è l’unica cosa che posso fare». Con il caldo, aggiunge, «diventa tutto più difficile. Se ci pagassero di più le ore al sole, sarebbe già qualcosa».

Il meccani…

«Diteci cosa fare: se morire di caldo o di fame». Trentasei gradi, l’asfalto che irradia, l’aria che non si muove. A Roma come a Milano, a Napoli come in tutta l’Italia che brucia, ci sono uomini in bicicletta. Hanno uno zaino termico sulle spalle e un’app sul telefono. Aspettano la notifica. Poi corrono, già in ritardo, ancora prima di partire.

Assouf, pakistano, ha 20 anni e vive in Italia da uno. «Si può rifiutare una consegna, certo. Ma poi non ti chiamano più», racconta. Amir invece di anni ne ha 68, viene dall’India. «Sono vecchio», dice, «e nessuno mi dà lavoro. Questa per me è l’unica cosa che posso fare». Con il caldo, aggiunge, «diventa tutto più difficile. Se ci pagassero di più le ore al sole, sarebbe già qualcosa».

Il meccanismo è semplice e spietato. I rider lavorano quasi tutti come autonomi, a partita Iva. Tre euro a consegna (soglia minima fissata dalla Procura di Milano). Guadagnano se pedalano. Ma se si fermano, nessun reddito. Non esiste altra equazione, non c’è ammortizzatore che tenga, un fondo a cui attingere. Le ordinanze ci sarebbero pure. Il Lazio, per esempio, è una delle regioni che ha firmato per lo stop alle consegne dalle 12.30 alle 16 nelle giornate ad alto rischio climatico. Sulla carta, una tutela. Nella pratica, un vicolo cieco, perché spesso nel momento in cui la Regione ordina il fermo, le piattaforme bloccano il servizio. E il lavoratore perde il guadagno del giorno senza che nessuno lo compensi per quelle ore.

«Questi figli di un dio minore si devono fermare per non morire», spiega Roberta Turi, segretaria nazionale della Nidil-Cgil. «Il cambiamento climatico ci obbliga a ripensare l’organizzazione del lavoro»: nell’edilizia scatta la cassa integrazione, nell’agricoltura esistono forme di continuità reddituale. Per i rider no, perché sono «inquadrati come autonomi». Una frattura che il caldo rende ogni anno più visibile. Le stime del ministero della Salute parlano di 537mila persone esposte al caldo estremo solo nel settore consegne e trasporti. Roma guida la classifica: 427mila lavoratori a rischio, un quarto dell’intera forza lavoro metropolitana. Il picco è atteso domani, dove solo quattro province italiane (Aosta, Campobasso, L’Aquila e Potenza) risulteranno fuori pericolo.

Quattro giorni fa il governo ha varato un decreto sulla cassa integrazione in deroga per il caldo. Ad oggi, non se ne trova traccia. Il ministro della Salute Orazio Schillaci dice che i controlli «spettano alle Regioni».

Le Regioni fanno da sé, con differenze territoriali che arrivano a privilegiare chi utilizza la bici ma non chi usa invece il motorino. «C’è un’ordinanza», ripete Turi, «ma mancano i controlli. Noi siamo in contatto con le piattaforme. Loro dicono: “Sono lavoratori autonomi. Se vogliono lavorare, lavorano”». Qualcuno non aspetta le soluzioni. E bussa direttamente alle sedi della Cgil: «Non ci fanno lavorare. Ma io come campo?».

Intanto, in alcune città, le case dei rider offrono un luogo dove sedersi, bere qualcosa, usare un bagno. Ma anche ricevere assistenza fiscale, informazioni sui permessi di soggiorno, un contatto col patronato. Ce n’è una a Bologna, una a Palermo intitolata ad Antonio Prisco, altre sparse per il paese. Il punto vero però - spiega Turi - è un altro. La continuità del reddito. Per questo la Nidil-Cgil chiederà nelle prossime ore un incontro formale al ministero del Lavoro, per «studiare soluzioni idonee a fronteggiare l’emergenza». A monte la domanda è cosa il sindacato possa fare per «rappresentare lavoratori fragilissimi, precari, ricattabili, spesso migranti». Per ora, tenerli visibili. Ricordare che esistono. Nel frattempo, da qualche parte in città, l’app vibra. E Assouf e Amir hanno già ripreso a pedalare.

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