Strage dei braccianti, bruciati vivi in auto. Fermate due persone
Alessia CanditoUn boato, le fiamme, le urla. Mezzogiorno passato, quasi l’una. Alla stazione di servizio Ip di Amendolara, una delle principali sul vecchio tracciato della Statale 106, c’è un vecchio minivan scalcinato in fiamme. Si pensa a un incidente, magari provocato da un impianto a metano artigianale e difettoso, ma quando i vigili del fuoco riescono finalmente a domare le fiamme, si scopre che dentro ci sono i corpi carbonizzati di tre lavoratori afghani e un pakistano mentre un altro di nazionalità afghana è sopravvissuto. E no, stabiliscono in fretta gli investigatori, non è una fatalità.
La strage dei braccianti: il momento in cui viene appiccato il fuoco
Si tratta di un omicidio plurimo aggravato, per il quale il cerchio sembra già stringersi: in serata due sospettati, anche loro pakistani, sono stati fermati e portati in caserma. Gli agenti della Mobile di Cosenza li avreb…
Un boato, le fiamme, le urla. Mezzogiorno passato, quasi l’una. Alla stazione di servizio Ip di Amendolara, una delle principali sul vecchio tracciato della Statale 106, c’è un vecchio minivan scalcinato in fiamme. Si pensa a un incidente, magari provocato da un impianto a metano artigianale e difettoso, ma quando i vigili del fuoco riescono finalmente a domare le fiamme, si scopre che dentro ci sono i corpi carbonizzati di tre lavoratori afghani e un pakistano mentre un altro di nazionalità afghana è sopravvissuto. E no, stabiliscono in fretta gli investigatori, non è una fatalità.
La strage dei braccianti: il momento in cui viene appiccato il fuoco
Si tratta di un omicidio plurimo aggravato, per il quale il cerchio sembra già stringersi: in serata due sospettati, anche loro pakistani, sono stati fermati e portati in caserma. Gli agenti della Mobile di Cosenza li avrebbero individuati a Villapiana. Sapevano chi cercare, grazie ai filmati delle telecamere di videosorveglianza e alle prime testimonianze raccolte. Forse però c’è ancora qualcuno che manca all’appello.
Investigatori e inquirenti non confermano, il riserbo imposto dal procuratore capo di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, è massimo. Ma fonti vicine alle indagini suggeriscono che si potrebbe arrivare in fretta alla chiusura del cerchio su un episodio che anche agenti di lungo corso non esitano a definire «inquietante». E ancora tutto da ricostruire, tanto nella dinamica, come nel contesto in cui è maturato.
I primi elementi che inducono la squadra mobile di Cosenza, a scartare l’iniziale ipotesi dell’incendio accidentale arrivano direttamente dalla scena. Il minivan non è sventrato, eppure nessuno è riuscito a scappare. Più che un’esplosione, sembra che sia stato un incendio a devastare quel mezzo vetusto e poi l’intera colonnina di benzina. E poi gli occupanti sono tutti lavoratori migranti. Pakistani, si riesce a ricostruire quasi subito, sebbene non siano state rese note le identità e poco o nulla di quello che c’era all’interno sia stato recuperato. Nel primo pomeriggio, sul posto arriva anche il questore di Cosenza Antonio Borelli e chi è lì lo capisce subito: il caso è serio, c’è stato un omicidio.
Il dato vero, che fa cadere l’ipotesi dell’incidente, arriva dalle telecamere di videosorveglianza. Secondo quanto filtra, nei filmati ci sarebbero almeno due persone che prima uno e poi l'altro, bloccano le portiere dall'esterno facendo forza con le braccia mentre dal portellone posteriore viene presumibilmente lanciato liquido infiammabile. Quindi si vede una fiammata ed i due fuggire.
Le autopsie
La ricostruzione è agghiacciante: i quattro lavoratori rimasti nell’auto quasi certamente sono stati bruciati vivi ma l’ultima parola arriverà dalle autopsie. Le fiamme hanno devastato i corpi, quindi toccherà alle analisi tecnico — scientifiche chiarire la dinamica. Nel frattempo, si scava fra la memoria di chi c’era in quella stazione di servizio quando il minivan ha preso fuoco o lì nei pressi, come fra competenze e esperienza di chi conosce l’area e il grande mondo del bracciantato migrante, a partire dal sindacato. «Ormai — dice Andrea Ferrone, segretario Cgil di Trebisacce — quasi tutti nei campi sono stranieri e sono invisibili».
La tensione fra reti di caporali
Negli ultimi mesi, ci sarebbe stata tensione fra le diverse reti di caporali attive nel territorio. Sebbene lavorino e prosperino con l’avallo, se non su mandato della ‘ndrangheta, al momento gli inquirenti tenderebbero a escludere il ruolo dei clan della zona. E non perché non siano capaci di tanta efferatezza: in passato più di una volta un’auto è stata trasformata nella pira funebre di una vittima. Ma un delitto del genere in pieno giorno,con tanti potenziali testimoni e sotto l’occhio delle telecamere, è troppo eclatante, attira troppo l’attenzione, fa male agli affari. Dal Pd calabrese intanto arriva un appello: «Chi sa, parli. La Calabria non può restare indifferente davanti alla morte di quattro esseri umani, a maggior ragione se si tratta di persone migranti, troppo spesso esposte a condizioni di vulnerabilità, sfruttamento e marginalità».