Migranti, i medici insorgono contro le nuove procedure: “Non siamo ausiliari di pubblica sicurezza”
di Alessia CanditoNo a visite mediche in questure e posti di frontiera. No a controlli in presenza di funzionari di pubblica sicurezza e senza la necessaria privacy, con tempi contingentati e senza strumentazione adeguata. I camici bianchi italiani insorgono contro le procedure di screening previste dalle nuove norme Ue in materia di migrazioni.
Con un ordine del giorno approvato all’unanimità, l’ordine nazionale dei medici e farmacisti (Fnomceo) al governo ha mandato un messaggio chiaro: “Il medico non può essere trasformato in un ausiliario dell’ordine pubblico. Il suo compito è tutelare la salute della persona, chiunque essa sia e qualunque sia la sua condizione giuridica”.
Nel nuovo assetto disegnato dal Patto europeo migrazione e asilo e dai decreti di conversione i camici bianchi hanno un ruolo fondamentale: tocca a loro accertare se un richiedente asilo sia vulnerabile, dunque se possa o meno subire la procedura accelerata di frontiera.
Il problema – hanno segnalato sanitari di tutta Europa, che…
No a visite mediche in questure e posti di frontiera. No a controlli in presenza di funzionari di pubblica sicurezza e senza la necessaria privacy, con tempi contingentati e senza strumentazione adeguata. I camici bianchi italiani insorgono contro le procedure di screening previste dalle nuove norme Ue in materia di migrazioni.
Con un ordine del giorno approvato all’unanimità, l’ordine nazionale dei medici e farmacisti (Fnomceo) al governo ha mandato un messaggio chiaro: “Il medico non può essere trasformato in un ausiliario dell’ordine pubblico. Il suo compito è tutelare la salute della persona, chiunque essa sia e qualunque sia la sua condizione giuridica”.
Nel nuovo assetto disegnato dal Patto europeo migrazione e asilo e dai decreti di conversione i camici bianchi hanno un ruolo fondamentale: tocca a loro accertare se un richiedente asilo sia vulnerabile, dunque se possa o meno subire la procedura accelerata di frontiera.
Il problema – hanno segnalato sanitari di tutta Europa, che alla Fnomceo hanno rivolto un appello – è una pericolosa commistione fra l’accertamento medico e le procedure burocratiche. “La scheda sanitaria – spiegavano nell’appello – cessa di essere lo strumento per attivare una presa in carico e diventa il presupposto biologico per legittimare il confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata. Rifiutiamo fermamente la sottomissione della nostra professione a logiche di pubblica sicurezza: nessun professionista sanitario dovrebbe essere posto, a causa di queste norme securitarie, nella condizione di contribuire, direttamente o indirettamente, a procedure che limitano la libertà personale o incidono sullo status giuridico di una persona sulla base di informazioni raccolte nell’ambito della relazione di cura”, si segnalava nell’appello.
In più, all’atto pratico – hanno aggiunto – il rischio è che la procedura non permetta di far emergere importanti vulnerabilità perché troppo rapida e superficiale. Il pericolo è dunque che salvo casi evidenti, come disabilità fisiche o psichiche, gravidanze avanzate o soggetti evidentemente di minore età, nel girone infernale della procedura accelerata di frontiera ci finiscano vittime di tratta o tortura, persone con disagi psichici, adolescenti, condannati da una frettolosa osservazione esterna, con buona pace della legge Zampa che impone un approccio multidisciplinare, clinico e psicologico, per l’accertamento dell’età.
“Le attività sanitarie di screening, valutazione e presa in carico delle persone migranti – tuona l’Ordine dei medici – devono avere finalità esclusivamente cliniche: individuare bisogni di salute, condizioni di vulnerabilità, fragilità fisiche e psichiche, necessità assistenziali e percorsi di cura appropriati. È indispensabile che tali attività siano svolte in ambiente sanitario avvalendosi di tutte le competenze necessarie e restino chiaramente distinte dalle funzioni di controllo amministrativo, di pubblica sicurezza, di trattenimento o di rimpatrio”.
È uno dei punti ancora non chiariti delle nuove procedure. Al momento, non è chiaro dove questi controlli debbano essere effettuati, né quali medici debbano farli. E le Regioni si muovono in autonomia. In Toscana, il Consiglio regionale ha ordinato con una delibera che gli screening siano effettuati “da personale del servizio sanitario regionale e dai medici della Medicina Generale nelle strutture sanitarie accreditate”. Agli agenti toccherà, previo appuntamento, accompagnare i richiedenti asilo in ospedali e ambulatori per le valutazioni. Altre Regioni sarebbero pronte a bloccare tutto in attesa di chiarimenti e precisazioni.
Intanto i medici puntano i piedi: “La tutela della salute delle persone migranti non è una variabile dell’ordine pubblico: è un dovere costituzionale, professionale, deontologico e umano. Proprio nei contesti più difficili si misura la fedeltà della professione medica alla sua missione: curare, proteggere, riconoscere e tutelare la dignità di ogni persona”.