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Sanità, la Calabria a Trump: “Senza i medici cubani moriamo, non li rispediremo a L’Avana”

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Il governatore Occhiuto ha parlato al Washington Post dopo le pressioni della Casa Bianca
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Se mi tolgono i cubani, il pronto soccorso lo posso chiudere. Chiu-de-re. Capito?». Il dottore Franco Moschella — alle spalle 40 anni di emergenza urgenza e sul groppone due reparti a 60 chilometri l’uno dall’altro da gestire — parla da Polistena. È il primo ospedale che abbia accolto i doctores arrivati da Cuba per dare respiro alla disastrata sanità calabrese, ultima per l’ennesima volta nella classifica del ministero della Salute sui livelli essenziali di assistenza.

«Avremmo certamente voluto raggiungere risultati migliori, ma i progressi registrati sono costanti», si difende Gandolfo Miserendino, supermanager della sanità pubblica calabrese, trincerandosi dietro i 59 punti di miglioramento rosicchiati in quattro anni. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto, invece, si chiude nel silenzio. Nei giorni scorsi, però, con il Washington Post — incuriosito dalla regione italiana arrivata a rispondere picche all’ambasciatore Usa che nel febbraio scorso, quando l’offensiva economic…

Se mi tolgono i cubani, il pronto soccorso lo posso chiudere. Chiu-de-re. Capito?». Il dottore Franco Moschella — alle spalle 40 anni di emergenza urgenza e sul groppone due reparti a 60 chilometri l’uno dall’altro da gestire — parla da Polistena. È il primo ospedale che abbia accolto i doctores arrivati da Cuba per dare respiro alla disastrata sanità calabrese, ultima per l’ennesima volta nella classifica del ministero della Salute sui livelli essenziali di assistenza.

«Avremmo certamente voluto raggiungere risultati migliori, ma i progressi registrati sono costanti», si difende Gandolfo Miserendino, supermanager della sanità pubblica calabrese, trincerandosi dietro i 59 punti di miglioramento rosicchiati in quattro anni. Il presidente della Regione Roberto Occhiuto, invece, si chiude nel silenzio. Nei giorni scorsi, però, con il Washington Post — incuriosito dalla regione italiana arrivata a rispondere picche all’ambasciatore Usa che nel febbraio scorso, quando l’offensiva economica contro Cuba è iniziata, ha chiesto di rispedire a casa i doctores — ha ammesso: «Gli ho ribadito la necessità di mantenere aperti gli ospedali e la mia intenzione di far sì che i medici cubani possano continuare a lavorare». E non certo per affinità politiche.

Limpido pedigree di centrodestra, uomo forte di Forza Italia che in molti raccontano proiettato alla guida del partito, Occhiuto non è certo un fan della revolucion. «Ma anche Berlusconi era incuriosito dai doctores», ha scritto giovedì su Instagram. Banalmente, il governatore calabrese sa che non c’è nessuno che possa sostituirli. Anni di commissariamento, con il suo corredo di tagli lineari, assunzioni e turn over bloccati, reparti (se non ospedali) cancellati con un tratto di penna, mentre le aziende sanitarie finivano sotto inchiesta per ‘ndrangheta o “contabilità orale” — felice definizione della Corte dei Conti — non hanno risolto il problema del debito monstre. Che anzi per anni ha continuato a lievitare.

Il conto lo hanno pagato pazienti e medici. «A gennaio 2023, prima che arrivassero i cubani, per un mese ho dovuto tenere aperto il pronto soccorso di Polistena da solo anche per dodici ore. Risultato, dopo un mese in ospedale ci sono finito io con 220 di pressione», racconta Moschella. E bastano i numeri per capire il perché: Polistena serve una platea potenziale che va da Nicotera, nel Vibonese, a tutta la Piana di Gioia Tauro, più un pezzo di Aspromonte, solo l’anno scorso ha fatto più di trentamila prestazioni e i medici sono appena dodici. Per metà, cubani. E Polistena non è un caso, ma un esempio. I concorsi banditi per nuovi posti nei reparti sono andati spesso deserti. E nei reparti di tutta la Calabria i 333 doctores si confermano giorno dopo giorno essenziali, anche solo per gestire l’ordinaria amministrazione.

Al momento sono tutti confermati fino al 2027. Alcuni rinnovi ci sono stati anche negli ultimi mesi, «fortunatamente hanno confermato il contratto a due colleghe che scadevano ad agosto», spiegano da Polistena. Ma il timore è che sia una crisi solo rimandata. «Il rischio è che a pagare sia la gente — dice il dottore Gongora Peña, fra i primi medici cubani in Calabria — Quando siamo arrivati, abbiamo visto code anche di dodici ore. Non avrei mai immaginato una cosa del genere in un Paese del cosiddetto primo mondo. In questi anni abbiamo lavorato. Costruito rapporti con i pazienti, imparato persino il dialetto. Sarebbe assurdo buttare tutto via».

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