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Regeni, l’ultima difesa degli 007. E il filo con il caso di Nessy Guerra

L’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini (S), Paola Deffendi Regeni (C) e Claudio Regeni (D) durante l'udienza nell'Aula Bunker di Rebibbia del Processo per la morte di Giulio Regeni, Roma, 13 luglio 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI 

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Per gli ufficiali egiziani: “Sequestro dei terroristi”. L’intelligence teme uno scambio con l’italiana condannata in Egitto
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Sono passati dieci anni, la sentenza sta per arrivare, e nell’aula del tribunale torna il racconto ch ha accompagnato fin dall’inizio uno dei più grandi depistaggi internazionali degli ultimi anni. Le difese dei quattro ufficiali della National Security egiziana imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni hanno riproposto davanti alla prima Corte d’Assise la tesi sostenuta per anni dal Cairo: nessun coinvolgimento degli apparati di sicurezza, nessuna responsabilità del regime di Abdel Fattah al Sisi. Una linea processuale del tutto legittima, ma che coincide con la versione che i magistrati italiani ritengono costruita proprio per depistare.

Nell’udienza di ieri hanno preso la parola i difensori d’ufficio del generale Magdi Ibrahim Abdelal Sh…

Sono passati dieci anni, la sentenza sta per arrivare, e nell’aula del tribunale torna il racconto ch ha accompagnato fin dall’inizio uno dei più grandi depistaggi internazionali degli ultimi anni. Le difese dei quattro ufficiali della National Security egiziana imputati per il sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni hanno riproposto davanti alla prima Corte d’Assise la tesi sostenuta per anni dal Cairo: nessun coinvolgimento degli apparati di sicurezza, nessuna responsabilità del regime di Abdel Fattah al Sisi. Una linea processuale del tutto legittima, ma che coincide con la versione che i magistrati italiani ritengono costruita proprio per depistare.

Nell’udienza di ieri hanno preso la parola i difensori d’ufficio del generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, dei colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e del maggiore Tareq Sabir, processati in contumacia. Secondo gli avvocati, «non vi era alcun interesse da parte di Al Sisi a compromettere i rapporti con l’Italia» e proprio per questo Regeni non sarebbe mai stato sequestrato dalla National Security. La responsabilità, hanno sostenuto, sarebbe invece di «gruppi terroristici che operavano in Egitto in quegli anni per ostacolare la politica energetica dell’Italia».

I difensori hanno espresso «vicinanza al dolore della famiglia Regeni», sostenendo però che il giovane ricercatore fosse stato scambiato da alcuni venditori ambulanti vicini ai Fratelli Musulmani per una spia degli apparati egiziani. Da qui anche la convinzione che il governo egiziano abbia «pienamente collaborato con l’Italia», nei limiti consentiti dalla propria legislazione. Anche la vicenda della cosiddetta banda dei rapinatori, uccisa nel marzo del 2016 e indicata inizialmente come responsabile dell’omicidio, non costituirebbe un depistaggio ma una pista investigativa poi rivelatasi infondata. È proprio questo uno dei punti sui quali si consuma lo scontro con la Procura di Roma, che invece considera quella ricostruzione parte di una precisa strategia per sviare le indagini e proteggere i responsabili.

Nella requisitoria del 23 giugno scorso il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni e sei mesi di reclusione per gli altri tre imputati. «Il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini», aveva affermato in aula, sostenendo che il Cairo abbia consapevolmente coperto i propri ufficiali invece di consegnarli alla giustizia italiana.

Sul procedimento continua però a pesare anche il clima dei rapporti tra Roma e il Cairo. Negli ambienti diplomatici e dell’intelligence italiana, da settimane, c’è chi teme che le autorità egiziane possano immaginare un collegamento tra il processo Regeni e il caso di Nessy Guerra, la cittadina italiana condannata in Egitto nella controversia sull’affidamento della figlia. L’idea, cioè, che un’evoluzione favorevole del processo italiano possa in qualche modo facilitare una soluzione della vicenda della connazionale. È uno scenario di cui da tempo si discute nelle sedi istituzionali, ma che si scontra con un principio fondamentale dell’ordinamento italiano: il governo non ha alcun potere di incidere sulle decisioni della magistratura. Il processo Regeni segue esclusivamente le regole della giustizia, mentre la Farnesina continua a seguire il caso Guerra sul piano diplomatico e dell’assistenza consolare.

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