Flotilla, il recupero delle barche fantasma abbordate da Israele: “Navigheranno ancora verso Gaza”
di Alessia CanditoAlcune sono arrivate in Egitto o in Turchia, con il vento a decidere la rotta e nessuno al timone. La Kasri Sadabad è riuscita a rompere davvero l’assedio a Gaza e tutta sola, ridotta quasi in cocci, raggiungere la spiaggia vicino a Khan Younis e portare quanto meno pannelli solari e forse alcune delle forniture di cibo e medicine che stavano immagazzinate in ogni vano disponibile. Ma la maggior parte delle barche della Global Sumud Flotilla, intercettate e abbordate dalle truppe israeliane che ne hanno portato via gli equipaggi prima al largo di Creta, poi a oltre cento miglia da Gaza, sono rimaste per settimane alla deriva.
Flotilla, il recupero delle barche "fantasma" abbordate dagli israeliani e lasciate alla deriva
Una flotta fantasma, sparpagliata per il Mediterraneo, diventata allo stesso tempo simbolo di una violenza su cui diverse procure indagano e pericolo per la navigazione. Ma adesso molte di quelle barche stanno tornando in porto.
Flotilla, barca alla deriva raggiunge la costa di Gaza: decine di persone la trascinano in spiaggia
Da settimane ormai gli attivisti della Flotilla sono tornati in mare. Con 12 squadre sparpagliate fra la Turchia e Creta pattugliano il Mediterraneo nell’area dove tra il 29 aprile e il 18 maggio sono stati catturati dall’Idf, mentre tentavano di raggiungere Gaza con un carico di aiuti umanitari, alla ricerca delle barche su cui viaggiavano. E almeno una trentina le hanno trovate. Impresa non semplice.
I primi sistemi messi ko dalle squadre d’assalto israeliane sono stati quelli di tracciamento, i gps dal giorno dell’intercettazione sono spenti. Un problema per la Flotilla che le cerca, ma anche un pericolo - per fortuna scampato - per la navigazione. Quelle barche mute, senza segnali, sono fantasmi che facilmente, soprattutto di notte, avrebbero potuto creare più di un problema nel Mediterraneo che d’estate si riempie anche di navigatori alle prime armi.
Anche per questo, gli attivisti sono tornati in mare, a scandagliare le onde con i binocoli, alla ricerca delle barche che ancora mostrano i colori della Palestina sulle fiancate o qualche bandiera sfuggita alla distruzione durante il raid o al vento. “Ho seguito l’ultima missione da terra – spiega Giorgia, attivista italiana attualmente in Turchia – ma comunque vedere quelle barche in mezzo al mare, ritrovarle, recuperarle è un’emozione fortissima. In squadra ci sono anche capitani che all’epoca erano al timone”. Andrea, uno dei volontari italiani, era fra loro. “Era qui fino a qualche giorno fa ed è stato lui a far ripartire uno dei motori. La devastazione che abbiamo trovato a bordo è enorme”, racconta Giorgia.
Cime tagliate, vele squarciate, impianti elettrici mandati ko, motori messi fuori uso buttandoci dentro sale o caffè trovati a bordo. “Ma le rimetteremo in condizioni di navigare”, promettono gli attivisti che una dopo l’altra, le stanno riportando in porto. Viaggi lenti, con gli scafi spesso ormai nudi di vele a traino, ma che in Turchia e altri porti ci stanno lentamente arrivando. È solo l’inizio del lavoro più lungo, faticoso e anche dispendioso per rimetterle in condizioni di navigare. “Abbiamo già iniziato”, assicurano gli attivisti, che fra loro contano ingegneri, carpentieri, marittimi. Ma ci vorrà tempo.
Obiettivo, renderle disponibili per una prossima missione. Al momento una data non c’è, “si inizierà a ragionare sui passi futuri nelle prossime settimane”, spiega Maria Elena Delia. E molto peserà anche lo stato della flotta. Tra cuccette distrutte, cucinotti devastati, ponte di comando vandalizzato, sono stati trovati anche pacchi di cibo e aiuti ancora intonsi, kit medici. “Su alcune barche c’erano anche i giochi per i bambini che avremmo voluto portare a Gaza”, dice l’attivista italiana. Nulla andrà perduto. “Stiamo immagazzinando tutto in un container in vista della prossima missione. Noi continuiamo a voler rompere l’assedio alla Striscia”