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Crimini e abusi sui migranti: a giudizio all’Aja Al Buti, il braccio destro di Almasri

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La Camera preliminare della Corte penale internazionale ha ordinato il processo per il comandante libico arrestato in Germania. Per i giudici insieme ad Almasri è responsabile di sei anni di orrori e abusi a Mitiga
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Ci sono tutti gli elementi perché Al Buti, stretto collaboratore di Almasri,sia processato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità e sono sufficientemente solidi da essere esaminati in un processo. La Camera per le indagini preliminari della Corte penale internazionale ha rinviato a giudizio il comandante libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, uomo forte della milizia Rada e fino al momento del suo arresto in Germania, signore e padrone della sezione del carcere di Mitiga in cui venivano imprigionati donne e bambini.

Problemi e imbarazzi, da Tripoli a Roma

Una decisione storica, che per la Libia di Dbeibeh è un problema e per l’Italia rischia di essere non poco imbarazzante. Per la prima volta andrà a processo uno dei massimi responsabili di quello che i procuratori internazionali definiscono un “piano comune di sopraffazione, tortura e coercizione” messo in atto da un gruppo di potere di cui Almasri – che Roma ha liberato e portato in Libia – era parte. E la Corte, si mette ne…

Ci sono tutti gli elementi perché Al Buti, stretto collaboratore di Almasri,sia processato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità e sono sufficientemente solidi da essere esaminati in un processo. La Camera per le indagini preliminari della Corte penale internazionale ha rinviato a giudizio il comandante libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, uomo forte della milizia Rada e fino al momento del suo arresto in Germania, signore e padrone della sezione del carcere di Mitiga in cui venivano imprigionati donne e bambini.

Problemi e imbarazzi, da Tripoli a Roma

Una decisione storica, che per la Libia di Dbeibeh è un problema e per l’Italia rischia di essere non poco imbarazzante. Per la prima volta andrà a processo uno dei massimi responsabili di quello che i procuratori internazionali definiscono un “piano comune di sopraffazione, tortura e coercizione” messo in atto da un gruppo di potere di cui Almasri – che Roma ha liberato e portato in Libia – era parte. E la Corte, si mette nero su bianco in sentenza, ha autorità e competenza per giudicare quei crimini, a dispetto delle proteste di Tripoli, che con la ricusazione presentata da Almasri, nel frattempo almeno sulla carta condannato per reati simili in Libia, ha probabilmente tentato di far saltare l’intero processo. Una partita che all’Aja si definirà nelle prossime settimane, mentre la decisione della Camera preliminare potrebbe avere riverberi sui procedimenti che contro l’Italia pendono alla Cedu, a cui diverse vittime di Almasri hanno fatto ricorso.

Dagli stupri all’omicidio, 17 capi di imputazione

Per Al Buti adesso si attende solo che la Corte di primo grado fissi la data d’inizio del procedimento. I capi d’accusa di cui deve rispondere sono diciassette, tutti pesantissimi: tortura, trattamenti inumani e degradanti, detenzione arbitraria, oltraggio alla dignità personale e altri atti disumani; stupro, tentato stupro e altre forme di violenza sessuale; omicidio e tentato omicidio; riduzione in schiavitù; persecuzione, tutti commessi fra il 1 maggio 2014 e il 30 giugno 2020, periodo in cui la Sdf/Rada, che nell’ultima fase in Almasri aveva il suo capo operativo, gestiva il carcere di Mitiga.

Sessantatré testimoni inchiodano Al Buti

A inchiodare Al Buti, considerato responsabile diretto o indiretto di tutti i crimini che gli vengono contestati ci sono i report delle Nazioni Unite e di organizzazioni indipendenti, leggi, decreti emessi in quel periodo, dichiarazioni pubbliche della Rada, foto, video e prove raccolte sul campo, ma soprattutto le testimonianze di 63 persone, fra cui 47 ex detenuti. “Molti di loro – si legge in sentenza - hanno espresso difficoltà nel trovare le parole giuste per descrivere il dolore e la sofferenza subiti per mano dei loro carnefici. La loro testimonianza registrata costituisce il nucleo delle prove presentate dall'accusa a sostegno delle imputazioni e, pertanto, è alla base della presente decisione che conferma le accuse e rinvia a giudizio il signor El Hishri”.

Il metodo Mitiga

Il quadro che emerge dalla lunga indagine della procura della Corte penale internazionale è agghiacciante. Per almeno sei anni, “ma è più che plausibile che sia successo anche prima e dopo quel periodo”, segnalano i procuratori, Mitiga è stata una fabbrica di orrori. Contro i migranti che lì sono stati detenuti c’è stato “un attacco sistematico” compiuto nell’ambito di “un sistema organizzato e controllato e in modo coordinato e standardizzato”. C’era una procedura dell’orrore, sempre uguale, che tutte le vittime hanno riferito. Le persone venivano fermate e sequestrate senza motivo da uomini armati e mascherati, riempite di botte e bendate già in quella fase, poi trasferiti al Naqliah, una struttura vicina alla prigione di Mitiga, dove iniziavano le prime torture. Con il successivo trasferimento in carcere iniziavano violenze sessuali, abusi e stupri. E si ripetevano più e più volte durante i mesi di detenzione, che durava anche mesi o anni senza che mai venisse contestata un’accusa formale.

La Rada era inquadrata nell’apparato statale di Tripoli

Non era un caso, sottolineano i procuratori e concordano i giudici, ma un piano. “Le prove dimostrano che è stato messo in atto in conformità e a supporto di una politica organizzativa”. E non solo da al Buti, ma da un gruppo di potere che ai suoi vertici comprendeva anche Almasri, oltre che Abdalraouf Kara, leader religioso e tuttora potentissimo vero capo della milizia.Ma c’è un aspetto, se possibile ancora più importante, e foriero quanto meno di imbarazzi per il governo Dbeibeh e chi con lui ha rapporti. Il governo, spiegano i giudici, “ha nominalmente integrato le Sdf/Rada nelle strutture statali, assegnandole compiti di applicazione della legge”, assegnando uomini, mezzi e strutture, inclusa quella di Mitiga, che comprende l’aeroporto internazionale di Tripoli.

Esecuzioni vere e finte, elettroshock e violenze

Un impero che anche Al Buti ha gestito e che era basato sull’orrore persistente e sistematico. Le sue vittime predilette erano donne e bambini e le torture inflitte ben oltre il limite del sadismo. Stupri, botte, sparatorie, esecuzioni simulate o reali, elettroshock, amputazioni effettuate senza alcuna ragione medica. A volte, dopo averli ripetutamente minacciati di morte, i prigionieri venivano soffocati con una corda fino a far perdere loro i sensi. Spesso, nelle celle sovraffollate e sporche, i prigionieri venivano collocati insieme a persone affette da malattie infettive o divenute estremamente violente dopo aver perso il senno per gli abusi subiti.

Donne e bambini le vittime preferite di Al Buti

“Il numero di vittime che testimoniano in questo procedimento – ha messo a verbale uno di loro – non è neanche lontanamente paragonabile a quelle che hanno subito questi trattamenti”. Donne, bambini, omosessuali di origine africana di Al Buti erano le vittime predilette. “Ha negato cure salvavita a una neonata quando ha saputo che si trattava di una femmina”, ricorda nel suo allegato la giudice Iulia Antoanella Motoc, che con un contributo separato ha voluto sottolineare “l'importanza dell'intersezionalità nel caso presente e in quelli che in futuro potrebbero essere portati dinanzi alla Corte”. Per Mediterranea Saving Humans, che con i suoi attivisti ha seguito e assistito molte delle vittime che hanno deciso di testimoniare: “Mitiga non è stata un'eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le persone migranti. Le responsabilità individuali dovranno essere accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità politiche che non possono continuare a essere ignorate”.

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