Tutti pazzi per il bear-watching: “Spiamo gli orsi per conoscerli. Ma sempre in punta di piedi”
di Giulia BoeroNon è un safari, e nemmeno una battuta di caccia. È restare fermi, in silenzio, con gli occhi puntati su un versante che forse restituirà solo un fruscio tra i rami. Il bear-watching in Trentino funziona così, per sottrazione più che per certezza. E proprio in questa attesa, spiega Alessandro Marsilli, naturalista e faunista, si nasconde il modo più corretto di stare vicino a un animale che nessuno dovrebbe mai avvicinare davvero. «Il nostro obiettivo è quello di fare formazione e contribuire alla conservazione della specie, in maniera etica. Ma se l’attività dovesse prendere troppo piede, siamo pronti a smettere». Una prudenza che abbiamo scelto di condividere anche noi, non nominando i luoghi delle escursioni né l'associazione con cui lavora.
Cosa significa per voi fare bear-watching?
«Significa frequentare il territorio dove sono presenti gli orsi con rispetto, in punta di piedi. Passiamo in silenzio, al massimo è tollerato parlare sottovoce. Le nostre attività non prevedono mai pi…
Non è un safari, e nemmeno una battuta di caccia. È restare fermi, in silenzio, con gli occhi puntati su un versante che forse restituirà solo un fruscio tra i rami. Il bear-watching in Trentino funziona così, per sottrazione più che per certezza. E proprio in questa attesa, spiega Alessandro Marsilli, naturalista e faunista, si nasconde il modo più corretto di stare vicino a un animale che nessuno dovrebbe mai avvicinare davvero. «Il nostro obiettivo è quello di fare formazione e contribuire alla conservazione della specie, in maniera etica. Ma se l’attività dovesse prendere troppo piede, siamo pronti a smettere». Una prudenza che abbiamo scelto di condividere anche noi, non nominando i luoghi delle escursioni né l'associazione con cui lavora.
Cosa significa per voi fare bear-watching?
«Significa frequentare il territorio dove sono presenti gli orsi con rispetto, in punta di piedi. Passiamo in silenzio, al massimo è tollerato parlare sottovoce. Le nostre attività non prevedono mai più di dieci persone, è una questione di equilibrio e sicurezza. Ci sono luoghi che devono essere poco frequentati».
Come funzionano le escursioni?
«Usciamo per un monitoraggio il pomeriggio. Facciamo formazione la sera. Poi la mattina dopo, all’alba, organizziamo un’osservazione anche di altri animali. E al pomeriggio, una lunga escursione nella terra dell’orso e del lupo, sempre con guide specializzate. Ma senza necessariamente l’aspettativa di vederlo».
Non andate a cercarli, quindi. Come mai?
«Perché la nostra è un’attività etica. Non è una questione economica, lo facciamo solo perché crediamo che l’orso abbia un valore. Il territorio non è nostro, ma possiamo imparare a coesistere con una specie fondamentale per l’ecosistema. La loro presenza migliora i boschi, così come la presenza dei lupi, dei gufi reali e dei galli cedrone. Dobbiamo essere pronti, se lo si incontra e non indietreggia, a cambiare rotta, rinunciare al percorso».
Non è mai capitato di incontrarlo da vicino?
«No, mai. A volte l’abbiamo visto a 100 metri, magari nella parte alta del versante. Altre, con il binocolo, a 300-400 metri. Ad ogni modo, di norma non si avvicina, ci ignora. L’orso non ha una buona vista, in compenso ha un estremo senso dell’olfatto e un ottimo udito. Basta battere le mani, muovere le bacchette da trekking e si allontana. L’unica cosa che dà loro fastidio è essere sorpresi».
Qualcuno ha cambiato idea sugli orsi dopo aver frequentato le vostre attività?
«Alcune persone avevano timore di incontrarli. Ma con una buona formazione e l’esperienza sul campo hanno capito che la loro presenza è fondamentale per tutti gli equilibri».
Cosa fanno i turisti se non vedono l’orso?
«A volte si inginocchiano per annusare gli escrementi, le fatte. Può sembrare assurdo, ma gli orsi hanno un’alimentazione prevalentemente vegetale. Per questo spesso le fatte profumano: di mirtilli, di mele, di uva. Già questo è un approccio escursionistico diverso».
Chi promuove il bear-watching viene percepito come “schierato” contro chi chiede più sicurezza per residenti e allevatori?
«Alcuni tendono a paragonarci agli animalisti. Ma noi siamo ricercatori, e come tali siamo conservazionisti. Non ci interessa il singolo individuo, ma la presenza della specie nel territorio. Questo significa che se dovessero esserci esemplari problematici, pensiamo sia necessario intervenire. Nell’eventualità, anche con l’abbattimento in natura».
È un equilibrio delicato, anche da comprendere.
«Per questo non pubblicizziamo le nostre attività sui social, usiamo solo una mailing list ristretta di persone interessate. E non divulghiamo informazioni sui punti di avvistamento. Il rischio è di aumentare la polarizzazione e le polemiche sulle attività che coinvolgono gli orsi».
Cosa potrebbe accadere?
«All’inizio temevamo atti vandalici, ora stiamo principalmente attenti ai messaggi aggressivi online. Ma non è solo questo. Negli ultimi anni è aumentato il bracconaggio, la politica del “far da sé”. Altre volte sono stati trovati fotografi non professionisti accampati e con droni. È molto pericoloso».
Pensa che il ddl sulla caccia ancora in discussione possa esacerbare questa cultura?
«Penso che il problema sia l’opinione pubblica: anche solo un incontro diventa un problema. È successo qualche giorno fa: una famiglia ha incontrato un cucciolo ad Appiano, in provincia di Bolzano, e ha chiamato il 112 che li ha recuperati. Non è questo l’approccio».