Un giudice del New Mexico ha deciso che il colosso Meta dovrà pagare 942 milioni di dollari per i danni causati dai social ai minori: Instagram e Facebook in testa. Di questi, 567 milioni di dollari per misure correttive, aggiunti a 375 milioni già disposti per sanzioni civili. Tre quarti del fondo saranno destinati al trattamento della salute mentale. E tra gli obblighi imposti, uno in particolare chiede di nascondere di default il numero dei “mi piace” sotto le foto dei più giovani.
Non è un dettaglio tecnico. Ma l’ammissione che quel numero, quel contatore che si aggiorna in tempo reale, è parte del problema. D’altronde, è da almeno un decennio che i progettisti della Silicon Valley spiegano i meccanismi alla base delle piattaforme: versioni digitali delle slot machine, dove like o commenti imprevedibili generano una compulsione più forte di una ricompensa certa. E dove lo scroll infinito elimina ogni punto di interruzione naturale, fino a trasformare gli utenti in ostaggi.
Un giudice del New Mexico ha deciso che il colosso Meta dovrà pagare 942 milioni di dollari per i danni causati dai social ai minori: Instagram e Facebook in testa. Di questi, 567 milioni di dollari per misure correttive, aggiunti a 375 milioni già disposti per sanzioni civili. Tre quarti del fondo saranno destinati al trattamento della salute mentale. E tra gli obblighi imposti, uno in particolare chiede di nascondere di default il numero dei “mi piace” sotto le foto dei più giovani.
Non è un dettaglio tecnico. Ma l’ammissione che quel numero, quel contatore che si aggiorna in tempo reale, è parte del problema. D’altronde, è da almeno un decennio che i progettisti della Silicon Valley spiegano i meccanismi alla base delle piattaforme: versioni digitali delle slot machine, dove like o commenti imprevedibili generano una compulsione più forte di una ricompensa certa. E dove lo scroll infinito elimina ogni punto di interruzione naturale, fino a trasformare gli utenti in ostaggi.
In Italia il dato è clamoroso: secondo l’ultima indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, quasi 100mila adolescenti tra gli 11 e i 17 anni mostrano caratteristiche compatibili con una dipendenza da social media. Un rischio che non fa che peggiorare con l’arrivo dell’estate e del caldo. Le richieste di consulenza psichiatrica legate alle dipendenze digitali all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma dal 2013 a oggi sono aumentate del 500%. Solo l’anno scorso sono state 1.450: una media di quattro al giorno.
Non è un caso che i più vulnerabili siano i nativi digitali. «Non conoscono le possibilità relazionali che esistevano prima di questa rivoluzione», spiega Gabriele Sani, ordinario di psichiatria alla Cattolica e direttore del Cepid, il centro dipendenze del Policlinico Gemelli. «Non hanno un metro di paragone: considerano una vita mediata dai social come l’unica normalità possibile».
In questo labirinto, sono i genitori a doversi orientare per primi in un territorio che non hanno mai abitato da ragazzi. L’istinto, davanti a un figlio incollato allo schermo, è di vietare. Sequestrare il telefono, disattivare i profili, punire. Ma «la coercizione, per essere efficace, richiederebbe un controllo sulla persona 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Non è plausibile», continua Sani. E i dati sul divieto assoluto in vigore in Australia, secondo cui l’85% degli under 16 continuerebbe a utilizzare le piattaforme, non sono incoraggianti. «Il numero di chi sviluppa dipendenza è in continuo aumento». Riconoscere alcuni comportamenti è il primo passo: «Quando viene loro sottratto il telefono si chiudono, si arrabbiano, possono manifestare aggressività verso le cose o le persone. Se viene intaccato il funzionamento sociale del minore – scuola, amicizie, sport – è fondamentale rivolgersi ad esperti della salute mentale: psichiatri, psicologi, psicoterapeuti».
A rabbia e aggressività si aggiungono spesso «ansia e sonno alterato», chiarisce Ignazio Ardizzone, neuropsichiatra infantile del Policlinico Umberto I. Ma un ragazzo che chatta spesso con i compagni non è necessariamente dipendente, precisa. Il problema comincia quando sparisce «il fascino della relazione con gli altri», e quando «i ragazzi ricorrono al telefono come fanno gli adulti davanti a loro, per riempire vuoti di tempo o di risposte». È la logica della prevenzione, l’unica arma a disposizione contro i colossi tech.
«I prodromi delle dipendenze compaiono tra gli 11 e i 13 anni. È lì che deve esserci un’educazione mirata, tanto per i ragazzi quanto per gli adulti. È lì che nasce l’alleanza tra genitori, scuola e specialisti». Un’alleanza resa più urgente da un paradosso fotografato dal Censis: il 46,4% dei bambini riceve il primo smartphone entro i 10 anni, il 90,4% entro i 12. Eppure, il 66,7% dei genitori è favorevole a vietarlo in classe.
Sul fronte legislativo, l’Italia arranca. Il ddl 1136, che proibirebbe i social agli under 15, era pronto in commissione al Senato già a ottobre 2025. Ad aprile, dopo il caso della professoressa accoltellata da uno studente a Trescore, il governo aveva promesso un’accelerazione, salvo poi fare marcia indietro a maggio. «Evidentemente non era una priorità politica», sostiene Ernesto Belisario, avvocato specializzato in diritto delle nuove tecnologie. «In Australia, dove si è puntato solo sulle piattaforme, la strada è stata fallimentare: i minori sono comunque riusciti ad accedervi». E anche quando la verifica dell’età ha funzionato, il problema è rimasto: «A cambiare deve essere la logica dietro i social, il modo in cui sono costruiti».