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Social e minori, l’Europa prova a cambiare le regole ma la presenza dei genitori non è una garanzia

(Foto Unsplash)
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La proposta della Commissione: niente schermi fino a 2 anni. Dai 6 ai 12 anni social e videogame con la supervisione di un adulto

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L’Europa ha finalmente riconosciuto che i social non sono giocattoli. Poi, però, nelle nuove raccomandazioni sulla sicurezza online dei minori, lascia aperta la possibilità che anche i bambini possano utilizzarli, purché sotto la supervisione di genitori o educatori. Il rapporto consegnato alla Commissione europea propone una progressione per fasce d’età: niente schermi fino ai 2 anni; dai 3 ai 5 utilizzo molto limitato e controllato; dai 6 ai 12 social e videogiochi soltanto con il consenso e la supervisione degli adulti; dai 13 ai 15 una crescente autonomia; tra i 16 e i 18 un utilizzo relativamente autonomo.

Sotto i 13 anni con mamma e papà

Sotto i 13 anni dovrebbe esistere una limitazione comune europea, ma resterebbe possibile l’accesso con il consenso dei genitori o per finalità educative. I singoli Stati potrebbero introdurre soglie più restrittive. È un passo avanti rispetto al nulla attuale, ma non basta. E soprattutto contiene un equivoco pericoloso: la presenza di un adulto non rende TikTok o Instagram adatti a un bambino. Un genitore seduto accanto a un figlio di otto anni non modifica l’algoritmo, non elimina il confronto sociale, non impedisce la raccolta dei dati e non disinnesca strumenti costruiti per trattenere l’attenzione. Può vedere ciò che appare sullo schermo, ma difficilmente può controllare ciò che quello schermo sta producendo nella mente del bambino. C’è poi una confusione di fondo.

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Pericoli online

Una videochiamata con i nonni, un contenuto scolastico, un videogioco e un social non sono la stessa cosa. Il problema non è il digitale in sé, ma quelle piattaforme fondate sull’esposizione personale, sull’approvazione degli altri, sulla profilazione e sulla capacità dell’algoritmo di orientare emozioni e comportamenti. Anche la soglia dei 13 anni è debole. Tredici anni non sono una certificazione di maturità psicologica. Non si diventa improvvisamente capaci di gestire cyberbullismo, sessualizzazione, reputazione digitale, dipendenza e manipolazione algoritmica spegnendo tredici candeline.

Niente social prima dei 15 anni

La mia proposta è più chiara: prima dei 15 anni niente social personali. Dai 15 anni l’accesso dovrebbe essere consentito soltanto dopo un percorso educativo certificato e il conseguimento di un Patentino Digitale obbligatorio a punti, un modello che abbiamo già sperimentato. Prima di entrare nei social, un ragazzo deve conoscere privacy, cyberbullismo, sexting, fake news, intelligenza artificiale, algoritmi, reputazione digitale e dipendenza. Deve anche sapere che le azioni online hanno conseguenze: se sbaglia perde punti; se comprende, ripara e affronta un percorso educativo può recuperarli. Naturalmente devono rispondere anche le piattaforme, verificando realmente l’età e il possesso del Patentino, disattivando le funzioni che favoriscono l’uso compulsivo e assumendosi la responsabilità dei danni prodotti.

L’Europa ha posto la domanda giusta, ma ha dato una risposta ancora troppo timida. Per guidare un’automobile non bastano l’età e il consenso dei genitori: serve una patente. Per consegnare la mente di un adolescente agli algoritmi, invece, continuiamo ad accontentarci di una data di nascita falsa e di un clic. Questa non è prudenza ma una vera resa mascherata da protezione.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche