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Flop del divieto dei social agli under16 in Australia: l’85% continua a usarli

(Foto Usarli Campbell - Unsplash)
(Foto Usarli Campbell - Unsplash) 

Il problema non è solo la legge. È l’illusione che basti una norma, senza educazione, senza presenza e senza responsabilità vera delle piattaforme

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In Australia oltre l’85% degli under16 continua a usare i Social nonostante il divieto. Lo studio pubblicato su The BMJ sugli effetti iniziali della legge australiana consegna un dato che merita di essere guardato senza semplificazioni: tre mesi dopo l’introduzione delle restrizioni, oltre l’85% degli adolescenti sotto i 16 anni continuava comunque a usare le piattaforme interessate dal blocco.

È un dato importante, ma soprattutto è un dato scomodo. Perché costringe a uscire da quella contrapposizione sterile in cui finiamo ogni volta che si parla di minori e tecnologia: da una parte chi pensa che vietare sia sempre sbagliato, dall’altra chi immagina che basti una legge per rimettere ordine. La realtà, come quasi sempre accade quando ci sono di mezzo i ragazzi, è più complessa e meno rassicurante. Quel numero non ci dice che il divieto sia inutile. Ci dice piuttosto che il divieto, da solo, non basta. Se la verifica dell’età si riduce a una data di nascita dichiarata, a un selfie o a procedure facilmente aggirabili, non siamo davanti a una protezione vera.

La famiglia e la scuola

Siamo davanti a un confine simbolico, e i confini simbolici, nell’ecosistema digitale, vengono attraversati in fretta. Lo studio segnala infatti che molti adolescenti continuano ad accedere ai social attraverso account propri, account falsi o modalità di navigazione privata. In altre parole, non smettono di entrare: imparano a farlo eludendo il controllo. Ed è qui che si apre la questione più seria. Noi continuiamo a pensare il rapporto tra adolescenti e social come se fosse un problema tecnico o normativo, quando invece è prima di tutto un problema educativo, culturale e persino relazionale. Un ragazzo non vive dentro una legge. Vive dentro un contesto. Dentro una famiglia, una scuola, un gruppo dei pari, un sistema di attese, di solitudini, di fragilità, di desiderio di appartenenza. Se quel contesto non è preparato, se gli adulti non sono presenti, se la scuola non educa e se le piattaforme continuano a essere progettate per trattenere l’attenzione e monetizzare il tempo, allora il divieto rischia di diventare poco più di un gesto politico da esibire.

Un Patentino Digitale obbligatorio

Per questo da tempo sostengo che serva un Patentino Digitale obbligatorio. Non come trovata simbolica e nemmeno come certificato da appendere al muro, ma come vera soglia educativa prima dell’accesso ai social. La questione non è proibire per principio, ma accompagnare prima di esporre. Nessuno metterebbe un ragazzo alla guida di un’auto dicendogli di arrangiarsi, di imparare da solo strada facendo. Prima si studia, poi si fa pratica, poi si dimostra di conoscere regole, rischi e responsabilità. Perché nel digitale dovrebbe valere una logica diversa? Il punto non è solo insegnare ai ragazzi a usare uno strumento. È aiutarli a capire in che ambiente stanno entrando.

Devono sapere che cosa fanno gli algoritmi, come funzionano le notifiche, perché certi contenuti li catturano, che rapporto c’è tra connessione continua e sonno, tra esposizione e autostima, tra performance e identità, tra confronto sociale e sofferenza. Devono sapere che la rete non è semplicemente uno spazio neutro, ma un ambiente che influenza emozioni, immagine corporea, reputazione, relazioni. E oggi questo vale ancora di più perché ai social si è aggiunta l’intelligenza artificiale, che sta entrando sempre più profondamente nella vita quotidiana, affettiva e cognitiva degli adolescenti. Il punto, allora, non è scegliere tra il divieto e il lasciar fare. È una falsa alternativa, utile forse a fare polemica, ma inutile a proteggere davvero.

L’educazione digitale

La vera domanda è se vogliamo finalmente costruire una soglia educativa seria, condivisa, verificabile. Se vogliamo smettere di consegnare ai ragazzi strumenti potentissimi senza prepararli, senza accompagnarli e senza pretendere che chi quei sistemi li progetta si assuma una responsabilità reale. La lezione australiana, in fondo, è questa. Non che i limiti siano sbagliati, ma che i limiti non reggono se vengono lasciati soli. Una legge senza educazione si aggira e un controllo senza cultura si svuota. Un divieto senza adulti presenti diventa una porta chiusa male, che sembra blindata ma che in realtà si apre con poco.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche