Per anni abbiamo raccomandato ai ragazzi di non inviare fotografie intime. È ancora un consiglio necessario, ma il nuovo rapporto dell’UNICEF “Through Children’s Eyes” mostra quanto sia diventato insufficiente. Nei nove Paesi analizzati nella fase più recente della ricerca, si stima che 1,1 milioni di minori siano stati raffigurati in immagini o video sessuali prodotti con l’intelligenza artificiale. Un adolescente può quindi vedere esposta la propria intimità senza avere mai prodotto né condiviso quell’immagine: può bastare il volto preso da un profilo social.
Questa possibilità modifica la natura psicologica dell’abuso. L’immagine è falsa, ma viene attribuita a un corpo reale e produce conseguenze autentiche. Qualcun altro ha costruito al posto della vittima un gesto e una disponibilità che non sono mai esistiti. Durante l’adolescenza, quando l’identità si forma anche attraverso lo sguardo dei coetanei, può aprirsi una frattura dolorosa tra ciò che il ragazzo sa di essere e la versione di sé che vede circolare.
Il rapporto stima inoltre che, nei 21 Paesi studiati, circa 20 milioni di ragazzi tra i 12 e i 17 anni che usano Internet abbiano subìto in un anno almeno una forma di abuso o sfruttamento sessuale facilitato dalla tecnologia. Nel 57 per cento degli episodi l’autore era una persona già conosciuta dal minorenne. L’abuso può cominciare molto prima della minaccia, dentro una relazione che inizialmente offre attenzione e appartenenza. Una fotografia può essere richiesta come prova d’amore o di fiducia; rifiutare può significare perdere quella relazione o essere esclusi. Il confine viene spostato gradualmente e, quando la pressione diventa evidente, il ragazzo può sentirsi ormai compromesso.
La vergogna permette spesso all’abuso di continuare anche in assenza dell’abusante. Più di quattro vittime su dieci non raccontano l’accaduto a nessuno e meno dell’uno per cento si rivolge alle autorità o ai servizi di aiuto. Molti adolescenti ripercorrono la conversazione cercando il punto in cui avrebbero dovuto capire o fermarsi. Una fiducia mal riposta viene trasformata in colpa: “Ho risposto”, “mi sono fidato”, “quella foto l’ho mandata io”. La vittima finisce così per assumersi la responsabilità della violenza ricevuta.
Per questo la prima reazione degli adulti è decisiva. Se il racconto viene accolto con un interrogatorio, con il sequestro del telefono o con un “te l’avevo detto”, chiedere aiuto diventa il momento in cui si perde anche la fiducia dei genitori. Occorre chiarire subito che avere accettato una conversazione o inviato volontariamente una fotografia non autorizza nessuno a diffonderla, e che il consenso può sempre essere ritirato. Da questa sicurezza si può partire per affrontare insieme la protezione e la denuncia.
Anche la prevenzione deve cambiare linguaggio. Dire soltanto “non mandare foto” non prepara più i ragazzi a un mondo nel quale quelle immagini possono essere fabbricate. Bisogna aiutarli a riconoscere la pressione affettiva, a comprendere che l’intimità non è una prova da offrire per essere amati e a sapere che possono tornare da un adulto anche dopo una scelta sbagliata. Le piattaforme devono impedire i contatti indesiderati e intervenire rapidamente quando un contenuto viene segnalato.
Proteggere un adolescente significa garantirgli che un errore, una fiducia tradita o persino un’immagine mai realizzata non lo lasceranno solo a difendersi dalla vergogna e dallo sguardo degli altri.
Giuseppe Lavenia, Psicologo Psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo Di.Te