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Meno figli e sempre più tardi, l’età media sfiora i 33 anni: “Che fatica diventare madri”

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L’ultimo rapporto del ministero della Salute certifica un ulteriore invecchiamento. I demografi: “La politica non fa abbastanza, ma la Generazione Z può ancora salvarci”
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Ci sono numeri che raccontano la storia di una generazione. Futuro, speranze, rinunce, delusioni. E il momento della vita nel quale una donna sceglie di mettere al mondo un figlio è certamente uno di questi indicatori. Così la conferma che oggi in Italia l’età media del primo parto avviene quando le neo mamme hanno quasi 33 anni — in una perenne procrastinazione della maternità da parte delle coppie — è la fotografia di un paese che rischia di restare senza bambini.

Perché dal rinvio alla rinuncia (la media di 33 anni vuol dire, spesso, un primo figlio oltre i 37, 38 anni), dal rinvio al constatare che la fertilità non c’è più, nel peso di lavori precari, affitti impossibili, asili nido rari e bonus destinati a un irrisorio numero di famiglie, il passo è breve, anzi brevissimo. Basti pensare che soltanto nel 2024 l’età media delle madri al primo parto era di 31,9 anni. Oggi la frontiera delle prime culle si è spostata ancora più in là. Un capitombolo.

Ci sono numeri che raccontano la storia di una generazione. Futuro, speranze, rinunce, delusioni. E il momento della vita nel quale una donna sceglie di mettere al mondo un figlio è certamente uno di questi indicatori. Così la conferma che oggi in Italia l’età media del primo parto avviene quando le neo mamme hanno quasi 33 anni — in una perenne procrastinazione della maternità da parte delle coppie — è la fotografia di un paese che rischia di restare senza bambini.

Perché dal rinvio alla rinuncia (la media di 33 anni vuol dire, spesso, un primo figlio oltre i 37, 38 anni), dal rinvio al constatare che la fertilità non c’è più, nel peso di lavori precari, affitti impossibili, asili nido rari e bonus destinati a un irrisorio numero di famiglie, il passo è breve, anzi brevissimo. Basti pensare che soltanto nel 2024 l’età media delle madri al primo parto era di 31,9 anni. Oggi la frontiera delle prime culle si è spostata ancora più in là. Un capitombolo.

Il nuovo rapporto del ministero della Salute su “l’evento nascita” che analizza con i dati del 2025 a che età le donne italiane e straniere partoriscono, se con il cesareo o il parto naturale, nelle strutture pubbliche o private, se sono occupate oppure no (e il 38% non lo è), racconta — da un’altra angolazione — i numeri drammatici del calo demografico in Italia. Nel 2025 le nascite sono state 355mila contro le 370mila del 2024, quindi circa 15mila bambini in meno in un anno. Quanto 10 scuole da chiudere, una folla di campetti di calcio deserti e chissà quanti parchi senza ragazzini e ragazzine che si rincorrono. Un grande silenzio, tanto per dare un’idea plastica di cosa vuol dire l’arrivo di 15mila bebè in meno soltanto in un anno,

Dunque è da qui che bisogna partire, da una curva discendente che sembra senza ritorno, in un futuro dove per ogni bambino ci saranno almeno quattro ultrassessantacinquenni. Destino ineluttabile? Sì, se non cambieranno le politiche per la famiglia. Decenni di studi dimostrano infatti che se oggi fare figli è — giustamente — una scelta, quindi si può pure decidere di non essere madri e padri, liberi dai vincoli di un tempo in particolare per le donne, le cause delle denatalità sono però strettamente economiche e sociali, più che esistenziali.

«Il perenne rinvio della maternità è diventato strutturale nella generazione Millennials, oggi le ragazze più grandi hanno superato i 40 anni e molte di loro hanno scelto di non essere madri o di mettere al mondo un figlio soltanto. Una condizione destinata ad acuirsi se le cose non cambieranno, anche tra le prime coppie trentenni della Generazione Z, che vivono un precariato economico, lavorativo e abitativo se possibile ancora più grave», spiega senza fare sconti Azzurra Rinaldi, economista di Unitelma Sapienza, dove dirige anche la scuola di “Gender Economics”. «Con i salari bloccati, un potere d’acquisto ridotto del 7%, il sogno irraggiungibile di comprarsi una casa o anche soltanto affittarla, asili nido che al Sud coprono soltanto 13 posti ogni 100 bambini, ma anche una cultura di coppia dove il lavoro di cura è quasi totalmente sulle spalle delle donne, è evidente che la scelta di un figlio viene rinviata di anno in anno».

Il rinvio è diventato un fatto strutturale, «frutto di un deterioramento dello stato sociale lungo 30 anni». Dove il peso più grave continuano a portarlo le future madri. Al momento del parto le neomamme con una occupazione piena sono circa il 62%, mentre il 36% o sono disoccupate (13%) o casalinghe (23%). Una lavoratrice su 5 abbandona la propria occupazione alla nascita del primo figlio. «Perché conciliare è impossibile, i salari femminili sono così bassi che spesso — ed è una trappola — nella coppia si decide ancora, con un forte retaggio patriarcale che sia la madre a restare a casa anziché pagare una baby sitter o la retta di un asilo», aggiunge con amarezza Azzurra Rinaldi che ha raccontato questa asimmetria storica nel saggio “Soldi, sesso e potere” (Rizzoli).

Dietro la rinuncia ai figli c’è, infatti, un tema economico e un tema di genere. Rinaldi: «Una ragazza oggi non può rinunciare alla propria realizzazione per diventare madre. Ma il governo — ad esempio — ha bocciato il congedo paritario. Eppure ci sono Paesi che hanno iniziato a invertire la rotta, a cominciare dalla Spagna. Salario minimo e fidejussioni governative alle giovani coppie per l’acquisto della casa. Gli effetti si vedranno tra 10 o 15 anni. Ma soltanto così tornerà la speranza di mettere al mondo dei bambini, che sono un bene comune». Il capitale umano del futuro.

Nel recente report della Fondazione per la Natalità che ha indagato le cause della “grande rinuncia” all’avere dei figli, emergono infatti altri dati preoccupanti. «Oltre 2,8 milioni di italiani indicano — come ostacolo principale al diventare genitori — difficoltà economiche e lavorative. E una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini».

Il desiderio infatti ha bisogno di welfare, casa e lavoro per potersi esprimere. Alessandro Rosina, demografo famoso che nel libro “La scomparsa dei giovani” (Chiarelettere) analizza la «glaciazione demografica» spiega che se si vuole agire il momento è questo. Poi, forse, sarà troppo tardi. «In questi anni le nascite sono diminuite anche perché — a causa del calo demografico — c’erano sempre meno donne in età riproduttiva. La Generazione Z invece, ossia i nati tra il 1997 e il 2012, è figlia di una modesta ripresa della natalità avvenuta dal 1995 al 2008, quando poi tutto si fermò di nuovo per la crisi economica. Quindi nei prossimi 15 anni ci saranno più ragazze tra i 30 e i 35 anni potenzialmente nuove madri. Se si creassero oggi delle vere politiche di sostegno alla maternità potremmo vedere, domani, una lieve ripresa delle nascite».

La tesi di Rosina apre una nuova prospettiva. Teorica però. Perché la condizione dei trentenni di oggi è se possibile ancora più precaria. L’Italia coglierà questa occasione demografica? «C’è poco da essere ottimisti. I giovani provano uno scoraggiamento profondo. Sanno che vivranno peggio dei loro genitori. Le misure messe in campo per la famiglia sono poco più che un sostegno alla povertà. Invece ci vorrebbero interventi i cui risultati si vedranno, magari, tra 15 anni. La politica però ha fretta e respiro corto. Queste sono le conseguenze».

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