Elisa Ercoli: “Per Tania sottovalutato il rischio, forze dell’ordine impreparate”
di Maria Novella De LucaÈ la domanda che tormenta chi resta: Tania Terrin si sarebbe potuta salvare se al suo assassino, Dino Keber, fosse stato applicato il braccialetto elettronico? Se qualcuno l’avesse guidata verso un centro antiviolenza? Elisa Ercoli, presidente di “Differenza Donna”, risponde con voce grave: «Non abbiamo la certezza che Tania oggi sarebbe viva. Però possiamo dire che le misure di protezione quando ci sono - e vengono applicate con tempestività - funzionano». Appunto. Ed è questo il tormento di Mariella Forner, la mamma di Tania che oggi grida la sua disperazione.
Elisa Ercoli, sette denunce, violenze reiterate con referto di pronto soccorso ma soltanto un ammonimento contro l’assassino. Come è stato possibile?
«Perché c’è stata una pesante sottovalutazione del rischio. L’ammonimento è un richiamo bonario, una misura lieve del tutto insufficiente di fronte alle aggressioni conclamate denunciate da Tania, ma anche dalla madre e dal padre. Questo ci dimostra, ancora una volta, che le forz…
È la domanda che tormenta chi resta: Tania Terrin si sarebbe potuta salvare se al suo assassino, Dino Keber, fosse stato applicato il braccialetto elettronico? Se qualcuno l’avesse guidata verso un centro antiviolenza? Elisa Ercoli, presidente di “Differenza Donna”, risponde con voce grave: «Non abbiamo la certezza che Tania oggi sarebbe viva. Però possiamo dire che le misure di protezione quando ci sono - e vengono applicate con tempestività - funzionano». Appunto. Ed è questo il tormento di Mariella Forner, la mamma di Tania che oggi grida la sua disperazione.
Elisa Ercoli, sette denunce, violenze reiterate con referto di pronto soccorso ma soltanto un ammonimento contro l’assassino. Come è stato possibile?
«Perché c’è stata una pesante sottovalutazione del rischio. L’ammonimento è un richiamo bonario, una misura lieve del tutto insufficiente di fronte alle aggressioni conclamate denunciate da Tania, ma anche dalla madre e dal padre. Questo ci dimostra, ancora una volta, che le forze dell’ordine non sono ancora specializzate sulla violenza di genere».
Di cosa ci sarebbe stato bisogno in questo caso?
«Di fronte a sette denunce il minimo sarebbe dovuto essere il braccialetto elettronico, ma doveva scattare anche la rete di protezione per Tania. Chi denuncia ha il diritto di essere indirizzato ai centri antiviolenza. Subito. Per prendere coscienza e non cadere nelle trappole di quei persecutori che poi, nonostante le denunce, si trasformano in assassini».
Cosa vuol dire che le forze dell’ordine non sono specializzate sui reati di genere.
«Vuol dire conoscere i codici di valutazione del rischio nei casi di stalking, di maltrattamenti, di violenza domestica. Gli stessi che usiamo nei nostri centri. È una metodologia precisa, il nostro codice ad esempio si chiama “S.A.R.A”. (Spousal Assault Risk Assessment). Mi spiego: quando una donna denuncia un pugno, un tentativo di soffocamento, vuol dire che dietro questo gesto “visibile” c’è già una escalation di maltrattamenti. E il femminicidio è sempre la fine annunciata di questa escalation. Se però il provvedimento viene emesso per quel singolo gesto, senza “leggere” cosa sta succedendo, ecco che al posto di un braccialetto arriva, come in questo caso, l’inutile ammonimento».
Quindi non è un problema di norme troppo blande?
«Figuriamoci. Contro la violenza di genere abbiamo un apparato repressivo e giuridico eccellente, fino al reato di femminicidio. Semmai il problema è l’applicazione delle norme. Ma se una vittima denuncia e non viene creduta e si sottovaluta il pericolo a cui è esposta, nemmeno le leggi migliori potranno fermare la strage. In pochi giorni oltre a Tania ci sono state altre 2 donne assassinate».
Ercoli, c’è anche un tema di consapevolezza delle vittime. Tania denunciava, ma poi - così racconta la madre - cedeva agli appelli dell’assassino. Fino all’ultimo fatidico incontro, al quale purtroppo le donne non si sottraggono.
«Per questo servono i centri antiviolenza e ancora prima l’educazione sessuo-affettiva. Le donne quando sono vittime di stalking, di maltrattamenti a volte cedono alle richieste sperando di placare i loro persecutori. O si convincono di poterli fermare da sole. Entrare in contatto con noi, vuol dire, invece, prendere coscienza del pericolo, imparare a difendersi. Nessuno ha detto a Tania, probabilmente, che esisteva una vita di fuga e di salvezza».