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Clima, Carlo Carraro: “Il governo non resti immobile di fronte al disastro”

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L’intervista al rettore emerito e professore di Economia Ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia: “Serve un’unità di crisi per affrontare caldo e piogge torrenziali, perché siamo solo all’inizio”
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Di fronte all’emergenza clima il governo è immobile. E invece andrebbe creata subito di una unità di crisi, dotata di strumenti e risorse per intervenire dove necessario». Carlo Carraro, rettore emerito e professore di Economia Ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato membro del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), consulente del governo Draghi e tra i padri fondatori del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). Gran parte della sua carriera ha visto incrociarsi riscaldamento globale ed economia: l’estate del 2026 non lo ha colto di sorpresa.

Professor Carraro, ha sofferto il caldo?

«Non negli ultimi giorni, perché li ho trascorsi in montagna. Ma ero in Francia quando gli incendi hanno assediato Bordeaux».

Ha letto l’intervento di Antonio Scurati su “Repubblica”?

«Sì e l’ho molto apprezzato. La cifra letteraria e immaginifica aiuta a trovare modi nuovi di raccontare la crisi climatica. Ma non vedo intorno a me una umanità rassegnat…

Di fronte all’emergenza clima il governo è immobile. E invece andrebbe creata subito di una unità di crisi, dotata di strumenti e risorse per intervenire dove necessario». Carlo Carraro, rettore emerito e professore di Economia Ambientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato membro del panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), consulente del governo Draghi e tra i padri fondatori del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc). Gran parte della sua carriera ha visto incrociarsi riscaldamento globale ed economia: l’estate del 2026 non lo ha colto di sorpresa.

Professor Carraro, ha sofferto il caldo?

«Non negli ultimi giorni, perché li ho trascorsi in montagna. Ma ero in Francia quando gli incendi hanno assediato Bordeaux».

Ha letto l’intervento di Antonio Scurati su “Repubblica”?

«Sì e l’ho molto apprezzato. La cifra letteraria e immaginifica aiuta a trovare modi nuovi di raccontare la crisi climatica. Ma non vedo intorno a me una umanità rassegnata, distesa sui lettini aspettando che passi l’ondata di calore. Vedo invece tante persone preoccupate di quello che sta succedendo e che agiscono perché le cose cambino».

Anche chi ha responsabilità politiche?

«No, loro mi paiono assolutamente immobili. E non è chiaro perché. Probabilmente sottostimano la questione, pensano che sia un problema di lungo periodo, ma è evidente a tutti che non è più così».

Cosa dovrebbe fare l’unità di crisi che lei auspica?

«Intervenire su scala nazionale, ma anche a livello regionale e comunale per affrontare gli impatti di breve periodo, quelli che stiamo vedendo in questi giorni di caldo e che vedremo nelle prossime settimane con piogge torrenziali… perché siamo solo all’inizio».

E per azioni a più lungo termine?

«Andrebbe istituito un comitato interministeriale con dentro i titolari di Esteri, Economia, Agricoltura, Made in Italy. La crisi climatica non riguarda solo l’energia o l’ambiente».

Perché finora si è fatto così poco?

«È prevalsa, nel ceto politico ma anche in quello imprenditoriale, una visione di breve periodo. Senza capire che stiamo parlando di una traiettoria che, per quanto riguarda il clima, la tecnologia e la crescita economica ha a che fare con i prossimi 10 o 20 anni. Il problema è il futuro del Paese. Chi, nel mondo, si è mosso in modo diverso rispetto a noi non lo ha fatto tanto per la preoccupazione legata al cambiamento climatico, ma per una convenienza economica e geopolitica».

Un esempio di queste “convenienze”?

«Certamente le energie rinnovabili. Anche negli Usa, nonostante Trump, gli impianti sono aumentati anziché diminuire. In tutto il mondo nell’ultimo anno e mezzo c’è stata una fortissima crescita: il 90% della nuova capacità di produzione di energia elettrica è fatta con rinnovabili. In un anno si è generata più elettricità con le rinnovabili che in 70 anni di nucleare. Sono scelte fatte per l’economicità delle rinnovabili nel breve periodo, ma anche per a fronte a futuri shock energetici, ripetuti e imprevedibili. I cui effetti sono molto più importanti nei Paesi che dipendono di più dal gas».

È per questo che la Ue ci ha concesso 14 miliardi di sforamento “per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili”?

«Sì, il nostro Paese è troppo vulnerabile. Per esserlo meno dobbiamo spostarci di più verso l’elettrificazione e la produzione di elettricità con le rinnovabili. Quei 14 miliardi dovrebbero servire a questo. Speriamo che vengano spesi bene».

Esiste un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). Se adottato ci aiuterebbe ad affrontare le crisi future?

«Non ha ricevuto finanziamenti e quindi le misure sono rimaste sulla carta. Ma il risultato finale è comunque troppo dettagliato e troppo verticistico, quindi è difficile da mettere in pratica. Il Cmcc ha prodotto mappe molto dettagliate di quello che sarà il futuro dell’Italia dal punto di vista climatico: si sarebbe potuto immaginare fin dall’inizio un Pnacc da declinare localmente, a livello regionale o addirittura cittadino, magari realizzando rifugi in cui le persone vulnerabili possano ripararsi durante le ondate di calore. Come dimostrano i decessi nelle settimane più calde di giugno e luglio, c’è un impatto diretto sulle persone, in particolare sulle persone anziane: qualcuno dovrebbe farsene carico, come è successo durante la pandemia».

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