A volte i numeri raccontano storie, drammi. Nascondono pezzi di vita strappati, schiaffi, minacce tra le mura di casa. Racchiudono le tragedie di donne maltrattate, tenute sotto scacco da uomini violenti e manipolatori. Come Dino Keber, il meccanico che la sera di Ferragosto ha ucciso la sua ex fidanzata Tania Terrin, la donna di Camponogara che ad aprile lo aveva denunciato — per lui era scattato un ammonimento — dopo essere stata picchiata due volte, sempre con le mani strette attorno al collo.
La querela di Tania, che è morta strangolata a mani nude come confermato ieri dall’autopsia, è tra gli oltre 1580 fascicoli da “codice rosso” che dal 1 gennaio al 30 giugno sono stati aperti nella procura di Venezia. Ed eccoli i numeri, che proiettati sull’intero anno fa…
A volte i numeri raccontano storie, drammi. Nascondono pezzi di vita strappati, schiaffi, minacce tra le mura di casa. Racchiudono le tragedie di donne maltrattate, tenute sotto scacco da uomini violenti e manipolatori. Come Dino Keber, il meccanico che la sera di Ferragosto ha ucciso la sua ex fidanzata Tania Terrin, la donna di Camponogara che ad aprile lo aveva denunciato — per lui era scattato un ammonimento — dopo essere stata picchiata due volte, sempre con le mani strette attorno al collo.
La querela di Tania, che è morta strangolata a mani nude come confermato ieri dall’autopsia, è tra gli oltre 1580 fascicoli da “codice rosso” che dal 1 gennaio al 30 giugno sono stati aperti nella procura di Venezia. Ed eccoli i numeri, che proiettati sull’intero anno fanno ipotizzare uno spaventoso aumento del 40 per cento rispetto al 2025, quando i magistrati del pool fasce deboli, sette quelli dedicati in Laguna, ne avevano trattato 2,271.
«Questa crescita è l’unione di due fattori: un innegabile aumento della violenza maschile e la forte consapevolezza delle donne», riflette Angela Montemurro, commissaria regionale del Veneto alle Pari opportunità. «In questa regione sono successe cose talmente drammatiche che la sensibilità comune è molto alta», sottolinea, pensando al femminicidio di Giada Zanola, lanciata dal fidanzato da un cavalcavia nel maggio 2024, a Giulia Cecchettin, ammazzata l’anno prima dall’ex Filippo Turetta e proprio a Tania, uccisa da quell’uomo che potrebbe aver sistemato il cadavere sul divano prima di andare a togliersi la vita nella sua casa di Dolo. E che era stato già denunciato da altre tre fidanzate: «Una storia devastante».
«Il problema, però, è quello che c’è prima e dopo: e cioè riconoscere tardi la violenza e decidere cosa fare», argomenta Montemurro. Che pensa a una figura che possa aiutare le vittime nei loro passaggi con la giustizia: «Prima dicevo sempre “andate a denunciare”, ora mi rendo conto che è fondamentale andarci con consapevolezza. E per questo dico alle donne di farsi accompagnare da esperte dei centri antiviolenza, perché loro meglio di tutti sanno scegliere le parole giuste». Perché anche una frase pronunciata male può portare gli inquirenti a sottovalutare il pericolo, «ed è fondamentale che anche le forze dell’ordine seguano corsi per essere più preparate e attente». I numeri, sempre loro, certificano anche un aumento degli interventi: 95 le misure cautelari richieste dalla procura di Venezia lo scorso anno, 74 quelle nei primi sei mesi del 2026, con un possibile aumento vicino al 50 per cento.
«Poi bisogna capire che il problema è anche cosa succede dopo. L’intervento minimo deve essere il braccialetto elettronico, deve essere un provvedimento che metta in sicurezza le donne che hanno denunciato», auspica la commissaria.
Parole simili a quelle che Monica Sabo, Chiara Luisetto e Anna Maria Bigon, consigliere regionali del Pd, avevano affidato a un post — «Aveva trovato il coraggio di denunciare le violenze, non è bastato» — sotto cui qualcuno ha commentato «fatevi una risata che vi resta poco da vivere». «Per tutte le donne che ogni giorno subiscono violenza, sentiamo il dovere di non lasciare correre e di dare un segnale forte», hanno poi risposto le tre annunciando querela. La ricetta magica per evitare nuovi lutti, Montemurro non ce l’ha, ma di una cosa è certa: «Noi dobbiamo partire dai bambini, dobbiamo formare nuovi uomini per vincere la violenza».