Le nuove battaglie dei Fridays for Future: “Non solo ecoattivisti”
di Viola GiannoliNuovo sciopero del clima in Svezia il 23 agosto 2026
Nell’estate più calda di sempre dell’anno più caldo di sempre, che fine hanno fatto i ragazzi del clima? Che fine le migliaia di liceali in sciopero ogni benedetto venerdì, quelli dei blocchi stradali trascinati a forza dalla polizia, le ragazze a seno nudo per indignare con i corpi chi non s’indignava per i combustibili fossili? E che fine i barattoli di zuppa rovesciati sui Van Gogh, la vernice lavabile su Palazzo Madama, gli attivisti incollati al Laocoonte dei Musei vaticani? Dopo l’ultima fiammata, nel 2024, sono evaporati pure loro, sciolti come i ghiacciai?
«Noi, veramente, siamo ancora qua», risponde deciso Carlo Mezzalama, vent’anni, studente di Giurisprudenza a Torino, la città operaia e industriale culla del movimento italiano. Solo lì, dov’è nata Kontiki, la prima sede dei Fridays for Future che ospita oggi altre realtà, si riescono a portare ancora in piazza mille persone (erano trentamila nel 2019); dimensioni altrove irreplicabili.
Nell’estate più calda di sempre dell’anno più caldo di sempre, che fine hanno fatto i ragazzi del clima? Che fine le migliaia di liceali in sciopero ogni benedetto venerdì, quelli dei blocchi stradali trascinati a forza dalla polizia, le ragazze a seno nudo per indignare con i corpi chi non s’indignava per i combustibili fossili? E che fine i barattoli di zuppa rovesciati sui Van Gogh, la vernice lavabile su Palazzo Madama, gli attivisti incollati al Laocoonte dei Musei vaticani? Dopo l’ultima fiammata, nel 2024, sono evaporati pure loro, sciolti come i ghiacciai?
«Noi, veramente, siamo ancora qua», risponde deciso Carlo Mezzalama, vent’anni, studente di Giurisprudenza a Torino, la città operaia e industriale culla del movimento italiano. Solo lì, dov’è nata Kontiki, la prima sede dei Fridays for Future che ospita oggi altre realtà, si riescono a portare ancora in piazza mille persone (erano trentamila nel 2019); dimensioni altrove irreplicabili.
Ora i Fridays sono meno visibili e più silenziosi, più locali e meno nazionali. Organizzano assemblee sul clima pazzo dell’Emilia Romagna e difendono i boschi urbani. Stanno sempre online e raccolgono fondi. Hanno rivendicazioni più complesse e nemici meno identificabili. Delusi dal mancato ascolto della politica, battuti dallo stravolgimento internazionale, ridimensionati dal riflusso fisiologico, fiaccati dai decreti sicurezza. Eppure, a cercarli, ancora vivi, «nell’interconnessione delle lotte», spiegano loro.
«Non mentiamo: il movimento di un tempo non esiste più, anzitutto nei numeri. L’organizzazione però è cambiata di poco: una rete nazionale con gruppi radicati in diverse città», racconta ancora Carlo. Il 16 ottobre ci sarà di nuovo uno sciopero per il clima: «Se ne accorgono in pochi ma lo facciamo ogni sei mesi». Chissà che la Svezia, dove tutto è nato, non faccia ancora da traino.
In Italia c’è stato, anzitutto, un passaggio generazionale che non si è fatto staffetta. «C’è una guardia nuova di liceali attivi e eco-ansiosi a cui far capire che bisogna unirsi. I protagonisti dell’inizio, invece, son tutti usciti da scuola e hanno preso molte strade», dice Mezzalama. È così che i gruppi locali si sono svuotati: chi se n’è andato per età, qualcuno per formarsi, chi viaggia, chi migra. Sofia Pasotto, di Mantova, adesso spiega la crisi climatica su TikTok. Valentina Gastaldi, di Brescia, ha portato le sue battaglie al consiglio comunale. Sara Sessa lavora per rendere Roma più verde e transfemminista. Giacomo Zattini, di Forlì, ha provato a portare con i Cinque stelle a Strasburgo la missione generazionale del movimento ed è ambasciatore del Patto europeo per il clima. Martina Comparelli, di Milano, è sulla Flotilla, come Greta Thunberg.
La marea verde era nata da quella goccia: una ragazzina svedese che il 20 agosto 2018 si era seduta da sola davanti al Parlamento e poi di nuovo ogni venerdì: erano nati gli scioperi per il clima. Sette mesi dopo toccava a migliaia di liceali scendere in strada in mezzo mondo: i Fridays for Future. La prima grande onda del movimento ambientalista colorato da altre sigle più radicali: Extinction Rebellion e Ultima generazione, i disobbedienti civili.
«La storia dei Fridays è stata poi sfortunata», osserva Giorgio Brizio, ex ragazzo del clima, oggi ventiquattrenne, laureato in Studi climatici e politiche ambientali nei Paesi Bassi, tirocinante al Parlamento europeo dove arriva in treno perché, per scelta ambientale, non prende voli. «Quando il movimento si è reso conto della sua forza dirompente è arrivato il Covid, poi l’invasione dell’Ucraina, lo sterminio di Gaza e infine crisi spezzatino come Hormuz».
E dunque un’urgenza ha lavato via l’altra e i Fridays hanno seguito lo spirito del tempo? «No, ma quella lotta è diventata intersezionale», rispondono in coro gli attivisti di ieri e di oggi, con quella parola chiave — intersezionale — importata dalla giurista femminista Kimberlé Crenshaw e diventata di tendenza anche in Italia dagli anni Dieci del Duemila. «Noi lo abbiamo sempre detto: non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale», ricorda Giacomo. «Si trattava solo di unire i puntini — spiega Martina — : il Covid alla crisi della biodiversità, le guerre al problema dell’uso dei combustibili fossili e dell’estrazione coloniale delle risorse».
La maggior parte di loro, con i simboli dei Fridays, si sono riversati nelle piazze per la Palestina. «Chi dice che l’ambiente non c’entra nulla lo fa per dividere e spegnere le battaglie. L’interconnessione delle lotte non è teoria, è una scelta necessaria. Chi non lo vede ha una visione parziale che non porterà a risolvere la crisi climatica», ragiona Martina. Si chiama, dice Giacomo, «ecologia integrale» e «tiene insieme la lotta alle diseguaglianze sociali, la redistribuzione economica e la solidarietà ai popoli oppressi».
L’altra osmosi c’è stata tra movimenti affini. In Germania sono volati stracci tra i Fridays, Xr e Ultima generazione, qui ha prevalso lo scambio, pur nella differenza e talvolta nella critica delle pratiche altrui — «troppo pacifiste», «controproducenti», «contro-intuitive» — e nell’abisso generazionale. Maria Letizia Ruello, ricercatrice marchigiana, alla sua prima azione con Ultima generazione aveva 64 anni: «Quel momento di grande visibilità dato dal disturbo per l’imbrattamento del monumento o il blocco stradale, in cui ci picchiavano, sputavano, insultavano, è finito. Ma nella nostra newsletter ci sono 80mila persone attive dai 18 agli 80 anni. E siamo pronti a lanciare un nuovo progetto, nuove azioni, stavolta a lungo termine». Extinction rebellion conta invece qualche centinaio di attivisti: «Siamo in una fase di ragionamento per ripartire in autunno — racconta Annalisa, 58 anni, biologa torinese — senza andare incontro a conseguenze penalmente ed economicamente insostenibili».
Tra il 2020 e il 2026 a Xr sono arrivati 166 fogli di via e 800 denunce per manifestazione non preavvisata, invasione di edifici, imbrattamento, violenza privata, vilipendio delle tombe (uno striscione all’Altare della Patria), accensione di fumogeni. Per Ultima generazione sono 95 i processi in corso, altri 18 conclusioni di indagini, 19 le archiviazioni, 24 i non luogo a procedere. E ci sono già state 69 assoluzioni e 17 condanne, 400 fogli di via e decine di decreti penali per violazione degli ordini di allontanamento. «Un attacco liberticida, una zavorra che vieta la protesta», si arrabbia Annalisa.
Allora che fare? la sfida dei Fridays per Carlo Mezzalama «oggi non sta più nel chiedere “please, strike with us, per favore scioperate con noi, ma nel pretendere dalla politica decisioni o dimissioni: c’è un nesso diretto tra le persone colpite dal caldo e da eventi estremi nell’estate 2026 e l’inazione dei governi. A cominciare da Meloni». Quella stessa marea forse non tornerà, certo si preparano nuove mareggiate, «ma è inutile rincorrere la nostalgia — dice Giorgio — Quel movimento è stato un laboratorio politico, forse inconsapevole, ma senza eguali. E i Fridays ormai hanno permeato ogni terreno».