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Le regole Meta per i minori, lo psicologo: “Il vero prodotto sei tu, le nuove norme non risolvono”

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L’azienda di Zuckerberg ha patteggiato e dovrà pagare quasi 18 miliardi di dollari, oltre a introdurre pause, limiti e blocchi orari per gli adolescenti. Lo psicologo Giuseppe Riva: “Sanno in anticipo cosa potresti desiderare. Senza quello, il business non esiste più”
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Una causa durata otto giorni. Meta dovrà pagare 16,7 miliardi (che salgono a 18 sommando le intese parallele raggiunte con i procuratori generali di 52 tra Stati, territori americani e Distretto di Columbia).

L’accusa, mossa questa volta da 29 Stati americani, è ormai nota: aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza tra bambini e adolescenti, aver ingannato gli utenti sulla sicurezza delle piattaforme e aver raccolto impropriamente i dati personali dei minori. L’azienda di Menlo Park nega di aver commesso illeciti. Così come nega di essere stato a conoscenza che oltre 4 milioni di utenti, soltanto negli Stati Uniti, fosse under 13.

Ora qualcosa dovrà cambiare, dice il giudice. E così nel giro di un anno negli Stati Uniti i minori si prepareranno a pause obbligator…

Una causa durata otto giorni. Meta dovrà pagare 16,7 miliardi (che salgono a 18 sommando le intese parallele raggiunte con i procuratori generali di 52 tra Stati, territori americani e Distretto di Columbia).

L’accusa, mossa questa volta da 29 Stati americani, è ormai nota: aver progettato Facebook e Instagram per creare dipendenza tra bambini e adolescenti, aver ingannato gli utenti sulla sicurezza delle piattaforme e aver raccolto impropriamente i dati personali dei minori. L’azienda di Menlo Park nega di aver commesso illeciti. Così come nega di essere stato a conoscenza che oltre 4 milioni di utenti, soltanto negli Stati Uniti, fosse under 13.

Ora qualcosa dovrà cambiare, dice il giudice. E così nel giro di un anno negli Stati Uniti i minori si prepareranno a pause obbligatorie dallo scrolling infinito, un limite giornaliero di due ore, il blocco tra mezzanotte e le otto, oltre negli orari scolastici. E a una minore visibilità nei conteggi dei like.

«I due elementi critici sono proprio la rimozione della visibilità dei like - uno dei meccanismi che genera i picchi di dopamina più forti negli adolescenti - e il silenzio delle notifiche durante la scuola», spiega Giuseppe Riva, professore ordinario di Psicologia generale e della Comunicazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dello Humane Technology Lab.

Il problema è tutto il resto. Molti di questi meccanismi restano a discrezione dell’utente: basta scegliere di skippare (passare oltre) e i ragazzi tornano a scrollare come prima.

Ma per capire perché Meta preferisca pagare, piuttosto che smontare l’impianto che regola i propri dispositivi, bisogna partire da cosa vende davvero. «All’inizio gli studiosi si sono concentrati sull’economia dell’attenzione», spiega Riva. «Ma è un modello più vicino alla televisione che ai social.

In realtà, quello che gli inserzionisti comprano - e pagano caro – sono le informazioni che definiscono chi sei tu». Le piattaforme costruiscono un profilo psicologico di ogni utente (valori, desideri, vulnerabilità) e lo vendono a chi ha un prodotto da piazzare esattamente su quel profilo.

Già dieci anni fa un gruppo guidato dallo psicologo Michal Kosinski, a Cambridge, aveva dimostrato che bastano i like messi ai post per ricostruire un profilo paragonabile a un test di personalità.

«Quello che a me colpisce, da psicologo, è che nessuna delle nuove regole tocca la profilazione», dice Riva. «Io so in anticipo cosa potresti volere: è questo il vero prodotto. Se me lo tolgono, il business non esiste più».

Non è un concetto astratto. Pepo3393, per esempio, content creator che su Youtube e Twitch raccoglie centinaia di migliaia di visualizzazioni, ha costruito la sua fortuna online attorno a un’unica idea: filmarsi mentre gratta decine di biglietti Gratta e Vinci. Un’ora, due, tre di fila. Nessuna competenza particolare, nessuna storia da raccontare. Solo un bisogno intercettato. In Italia sono migliaia le persone con problemi di ludopatia legata proprio alla lotteria istantanea. Quando finiscono i soldi da spendere, invece di smettere, guardano qualcun altro grattare al posto loro. E sui social, quel qualcuno è sempre presente.

Scroll infinito, notifiche e feed personalizzati non sono dunque difetti di fabbrica, ma il cuore pulsante del progetto. «Chi ha costruito queste piattaforme ha applicato agli utenti gli stessi principi dei casinò, in particolare delle slot machine». Il like, ricorda Riva, non è nato con Facebook: è arrivato dopo, quando una società chiamata Dopamine Lab (poi avrebbe cambiato nome) scoprì che nessun meccanismo generava scariche di dopamina più efficaci di un piccolo pollice alzato. «Il punto è l’incertezza. Il sistema deve tenerti dentro il più a lungo possibile, prima ancora che tu sappia se il like arriverà».

Un meccanismo ancora più impattante sugli adolescenti. «La corteccia prefrontale, l’elemento che permette al cervello di frenare le continue scariche di dopamina, nei minori non è ancora pienamente sviluppata», spiega Riva. Non tutti, però, corrono lo stesso rischio. «I più esposti sono le persone vulnerabili: quelle che soffrono d’ansia o hanno una scarsa autostima, per cui i social diventano un termometro - spesso impietoso - del proprio valore».

Ed è sulla capacità di verificare l’età di chi sta dall’altra parte dello schermo, che l’intero impianto dell’accordo fatto da Meta mostra il fianco più debole. «I sistemi di riconoscimento dell’età non sono sempre così efficaci», ammette.

«Il rischio è che barare diventi la norma». In Australia, per esempio, dove il divieto assoluto sotto i 16 anni è in vigore da dicembre, l’85% degli under 16 continua tranquillamente a usare le piattaforme.

C’è poi un’ultima cosa che rende questa storia più complicata di quanto sembri, ed è la stessa che, in aula, ha permesso a Meta di continuare a negare ogni responsabilità: non esiste, a oggi, uno studio scientifico che dimostri la logica di causa ed effetto tra i social e i disturbi psicologici specifici negli adolescenti. Non come per il tabacco, quando si è potuto dire con certezza: fumare troppo causa il tumore. «Per arrivare a una prova di quel tipo, spiega Riva, servirebbe accedere agli algoritmi delle piattaforme. Ma quelli restano un segreto industriale, al pari della formula della Coca-Cola».

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