Nepal: tra i superstiti in ospedale, le voci dall’Apocalisse. “Credevo di essere morto”
dal nostro inviato Paolo BreraKATHMANDU – Il monaco, aggrappato «per due ore» a un albero nella corrente impetuosa. L’operaio, che si risveglia sott’acqua mentre la fiumana lo trascina via, e sviene cercando di acciuffare la riva. Eccoli uno di fronte all’altro nello stanzone dei sopravvissuti, traiettorie parallele riunite dal reparto di ortopedia al Teaching Hospital di Kathmandu. Nel grande ospedale della capitale nepalese arrivano i morti senza nome, e arrivano gli arti senza corpo. Ogni giorno, ogni ora, c’è la processione dei vivi in cerca dei dispersi, e c’è il dolore senza fine quando li trovano. E ci sono anche loro: i sopravvissuti alla piena.
«Da sei mesi — racconta il monaco 25enne Nimadorze Tamang, con il corpo indolenzito e il sorriso di un animo sereno — ero in meditazione su una piattaforma di roccia protesa nel fiume nel villaggio di Haku Besi», nel Rasuwa devastato: è la parte alta del Trishuli, la regione al confine con il Tibet. «Eravamo dieci monaci — racconta — tra cui mio padre Ningmar e mi…
KATHMANDU – Il monaco, aggrappato «per due ore» a un albero nella corrente impetuosa. L’operaio, che si risveglia sott’acqua mentre la fiumana lo trascina via, e sviene cercando di acciuffare la riva. Eccoli uno di fronte all’altro nello stanzone dei sopravvissuti, traiettorie parallele riunite dal reparto di ortopedia al Teaching Hospital di Kathmandu. Nel grande ospedale della capitale nepalese arrivano i morti senza nome, e arrivano gli arti senza corpo. Ogni giorno, ogni ora, c’è la processione dei vivi in cerca dei dispersi, e c’è il dolore senza fine quando li trovano. E ci sono anche loro: i sopravvissuti alla piena.
«Da sei mesi — racconta il monaco 25enne Nimadorze Tamang, con il corpo indolenzito e il sorriso di un animo sereno — ero in meditazione su una piattaforma di roccia protesa nel fiume nel villaggio di Haku Besi», nel Rasuwa devastato: è la parte alta del Trishuli, la regione al confine con il Tibet. «Eravamo dieci monaci — racconta — tra cui mio padre Ningmar e mio fratello Tenzin. Mentre meditavamo, abbiamo sentito un boato, sembrava davvero l’esplosione di una bomba. Il cielo, nella parte a monte sopra il fiume, è diventato improvvisamente scuro. Ci siamo messi a correre per fuggire, ma non tutti ci sono riusciti». Tre monaci sono spariti nel fiume, travolti dall’onda. In sei hanno raggiunto la sponda in tempo per salire abbastanza in alto. «Io, invece, sono finito in acqua, e mentre mi trascinava via sono riuscito ad afferrare un ramo. Ho abbracciato il tronco, e sono rimasto lì immobile per due ore».
Fermo, in mezzo alla corrente, nella melma di pietre e detriti, di legni e robaccia. «Mi tenevo con tutta la forza, mi sono slogato una spalla per resistere. Ma da monaco è proprio questo che mi sento di dire: se vuoi salvarti, dovrai farlo da solo. Rafforza te stesso, e nulla riuscirà a farti del male». È per quello, d’altronde, che aveva trascorso sei mesi su una roccia a sbalzo sul fiume. «Cerco la forza e la pace interiore, un percorso che ha una routine quotidiana e cicli di studio; sei mesi di meditazione nella società, aiutando gli altri nel loro percorso, e sei mesi in meditazione nella foresta. Sull’acqua, come stavamo facendo, oppure nella terra, in una grotta».
Ma dall’acqua nera e impazzita del Trishuli non è uscito da solo: «Dopo due ore, mio padre e mio fratello sono riusciti a trovarmi abbracciato all’albero. Mi hanno preso il braccio e trascinato a riva, ma si sono feriti anche loro. Siamo rimasti bloccati sulla riva per sei ore, poi ci hanno trovato i paesani. Ci hanno portati nella foresta, e abbiamo trascorso lì 24 ore finché non sono arrivati i soccorritori con gli elicotteri».
Sul letto di fronte c’è Sujal Thapa Chhetri, un ragazzo 21enne che da due anni lavorava in uno degli impianti idroelettrici del Rasuwa. «Stavamo costruendo un tunnel sotterraneo, ma il mio turno era finito alle due del mattino. Sono andato a casa a dormire — racconta — e quando mi sono svegliato ero sott’acqua. Non capivo se era un incubo o se ero morto, sentivo solo l’acqua che mi sbatteva contro la riva, una volta, due volte, tre volte. Ho tentato di arraffare i cespugli e di uscirne, poi non ricordo più nulla: sono svenuto e mi sono risvegliato lontano dalla riva, circondato da persone che mi stavano aiutando». Ha ferite dappertutto, la pelle è lacerata da infiniti graffi. Ha un trauma cranico, la mandibola fasciata, una gamba spezzata è stata ricomposta con la chirurgia. «Ieri ho vomitato sabbia», ma è vivo.
Era stordito dai colpi, non aveva nulla addosso e non ricordava i numeri dei parenti. Ma ora accanto a lui c’è la sorella Sapana, che vive a Kathmandu e ha scoperto il miracolo sui social: «Un amico ha visto il suo nome su una lista di sopravvissuti», racconta. «È una risorsa sempre più usata, anche noi dell’ospedale ora pubblichiamo sui social le liste aggiornate per aiutare le famiglie a ritrovarsi», racconta Jeshika Karki, l’infermiera del reparto che ci aiuta traducendo la conversazione.
«Non pensavo ce l’avrei fatta — dice Sujal — credevo di essere morto e sinceramente non so come sono riuscito a sopravvivere. Ho imparato la lezione: non bisogna costruire case sulla riva dei fiumi o vicino ai fiumi, neanche se sono piccoli e in secca; neanche se pensate che l’acqua, lì, non ci arriverà mai». L’intero paese in cui viveva e lavorava, Pairebesi, «è completamente scomparso», dice Sapana. E Sujal, che in quella casa viveva con sette familiari, è l’unico a essersi salvato: la madre, hanno ricostruito, «era andata a prendere l’acqua alla fontanella, ed è stata travolta dall’onda come i due cuginetti, che erano alla fermata ad aspettare lo scuolabus; gli altri, la nonna, gli zii e le zie, erano in casa insieme a Sujal».
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Nel reparto, solo un letto non è occupato da una vittima dell’alluvione. Fuori, il chiosco della polizia è circondato da volti disperati. «Sono qui per loro», dice Yunika Baniya, una ragazza 26 enne che lavora alla Marina di Dubai. Tra le mani ha una cartellina con nove fotografie: «Questo è mio fratello Narayan, è una guida alpina sul monte Everest, ma stava accompagnando i turisti in un’escursione sul Kailash», nel Tibet cinese. Gli altri sono «i miei zii e cugini. Erano alla frontiera, ne sono sicura perché mamma ha sentito Narayan alle 8.45 ed erano in coda per passare. Alle 9.45, quando ha cercato di contattarlo il suo capo, non rispondeva più».