A Napoli lo chiamano ’o Pazz, a Roma er Capo. Non perché abbia conquistato una piazza di spaccio da forestiero, ma perché è riuscito a fare ciò che nessuno, prima di lui, aveva realizzato con la stessa continuità: trasformare gruppi criminali romani, spesso divisi da rivalità e interessi, in una struttura capace di riconoscere un’autorità superiore. Michele Senese, arriva nella Capitale da Afragola negli anni Ottanta per dare la caccia ai cutoliani rifugiati nel Lazio durante la guerra tra Nuova famiglia e Nuova camorra organizzata. Ma quella missione diventa un insediamento.
L’enclave a Cinecittà
Il boss resta a Roma e a Cinecittà costruisce un potere autonomo, importando il modello militare della camorra, reclutando la manovalanza romana e creando c…
A Napoli lo chiamano ’o Pazz, a Roma er Capo. Non perché abbia conquistato una piazza di spaccio da forestiero, ma perché è riuscito a fare ciò che nessuno, prima di lui, aveva realizzato con la stessa continuità: trasformare gruppi criminali romani, spesso divisi da rivalità e interessi, in una struttura capace di riconoscere un’autorità superiore. Michele Senese, arriva nella Capitale da Afragola negli anni Ottanta per dare la caccia ai cutoliani rifugiati nel Lazio durante la guerra tra Nuova famiglia e Nuova camorra organizzata. Ma quella missione diventa un insediamento.
L’enclave a Cinecittà
Il boss resta a Roma e a Cinecittà costruisce un potere autonomo, importando il modello militare della camorra, reclutando la manovalanza romana e creando così quella che gli stessi appartenenti al gruppo, prima ancora degli inquirenti, hanno definito “la camorra romana”. Attorno a lui crescono uomini destinati a diventare protagonisti della malavita capitolina. Domenico Pagnozzi, arrestato nell’operazione Orfeo dei carabinieri del Ros, conquista Cinecittà al grido di “Pijamose Roma” e Giuseppe Molisso, suo luogotenente, diventa un uomo di peso negli equilibri tra le batterie e nel narcotraffico: è a lui che Senese si rivolge quando una controversia non può essere risolta con le parole.
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L’affiliazione di Diabolik
Fabrizio Piscitelli, capo degli Irriducibili della Lazio, abita nella villetta accanto a quella del boss. Tra i due nasce un rapporto morboso. Diabolik porta le relazioni della curva e la capacità di costruire affari, Senese gli offre protezione e il peso del proprio nome. Ma Piscitelli cresce, sviluppa con Fabrizio Fabietti una propria autonomia nella cocaina, consolida i rapporti con i broker albanesi e comincia a comportarsi da concorrente dimenticando chi lo ha reso un nome nella mala. Lui, ma non Senese.
I broker della droga reclutati
Nella scacchiera del boss campano entrano allora uomini che hanno conti aperti con Diabolik. Leandro Bennato guida un’organizzazione attiva da Tor Bella Monaca a Casalotti e Primavalle (dalla periferia est a quella ovest). Ha una propria struttura, interessi nella cocaina e vuole conquistare Ponte Milvio, l’impero di Piscitelli. Alessandro Capriotti, broker della droga, è invece in conflitto con il capo della Nord per un debito di 300 mila euro verso fornitori albanesi. Il 23 febbraio 2019 quattro colpi di kalashnikov vengono esplosi contro la sua villa a Rocca di Papa, dove si trova anche la figlia minorenne. Secondo l’accusa, l’attacco è ordinato da Piscitelli. Capriotti cerca protezione da Molisso. È la saldatura tra interessi diversi.
La vendetta
Per la procura Senese consegna il figlioccio a Bennato che organizza l’omicidio. Capriotti attira la vittima all’appuntamento e Molisso condivide la decisione. La morte di Piscitelli non chiude la guerra. La sposta sull’altra sponda del narcotraffico romano, quella della batteria albanese che Diabolik aveva contribuito a far crescere e che vuole vendicarlo. A guidarla è Elvis Demce, protagonista della nuova criminalità romana. La sua scalata parte dalla faida dei Castelli con il connazionale Ermal Arapaj e arriva a una posizione dominante nella batteria di Ponte Milvio. Nel maggio 2025 la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a 15 anni per narcotraffico. Le indagini lo descrivono come un capo capace di gestire traffici, stringere alleanze e progettare azioni violente contro i rivali.
I fedelissimi di Piscitelli
Accanto a lui c’è Matteo Costacurta, detto il Principe. Di origini aristocratiche e frequentatore degli ambienti della destra estrema romana, compare nelle carte di Mafia Capitale per i rapporti con l’area di Massimo Carminati e con l’ex Nar Luigi Ciavardini. Le indagini lo collocano anche vicino a Piscitelli. Nel gennaio 2024 è stato condannato in primo grado a diciotto anni per il tentato omicidio di Alessio Marzani, ferito ad Acilia il 22 ottobre 2020. Nello stesso processo Demce ha ricevuto diciotto anni e sei mesi. Secondo l’accusa, Costacurta avrebbe agito da sicario nell’agguato, organizzato per mettere a tacere un uomo diventato scomodo negli affari della droga. Il terzo nome è Emanuele Vargiu che, secondo la nuova ordinanza, è pienamente inserito nella compagine contrapposta a Bennato e Molisso. La morte di Diabolik non ha chiuso una guerra: ne ha aperta un’altra. E nella Roma delle batterie, dove il potere si conquista con la violenza, ogni vendetta rischia di diventare il prologo del prossimo omicidio.