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Ramoscelli d’ulivo e kefiah, i “preti contro il genocidio” in corteo intorno al Vaticano

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La rete è nata l’anno scorso dinanzi alle immagini provenienti da Gaza, oggi ci sono oltre 2mila sacerdoti in diversi paesi: “Smontare la narrativa della guerra e promuovere quella della non-violenza evangelica, della diplomazia, dell’obiezione di coscienza”
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Ramoscelli d’ulivo e kefiah, canti da messa e denunce politiche. Un gruppo di oltre 100 “preti contro il genocidio”, un’organizzazione nata l’anno scorso per denunciare la situazione nella Striscia di Gaza, ha sfilato in corteo martedì pomeriggio nelle strade attorno al Vaticano per chiedere la fine della guerra.

“Christ died in Gaza”

Dopo una mattinata di studio il corteo, cadenzato da canti di Chiesa, è passato davanti a piazza San Pietro, si è fermato davanti alle ambasciate di Palestina e Libano presso la Santa Sede, e si è concluso davanti alla sede di Leonardo S.p.A. Tra la folla spuntavano cartelli che ritraevano donne addolorate, i volti dei bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la dichiarazione del “cessate il fuoco”, e l’immagine di una Madonna che tiene in braccio un bambino emaciato e la scritta “Christ died in Gaza”, Cristo è morto a Gaza.

La non-violenza evangelica

“Vogliamo smontare la narrativa che ancora oggi giustifica la guerra e al contrario mantenere viva la …

Ramoscelli d’ulivo e kefiah, canti da messa e denunce politiche. Un gruppo di oltre 100 “preti contro il genocidio”, un’organizzazione nata l’anno scorso per denunciare la situazione nella Striscia di Gaza, ha sfilato in corteo martedì pomeriggio nelle strade attorno al Vaticano per chiedere la fine della guerra.

“Christ died in Gaza”

Dopo una mattinata di studio il corteo, cadenzato da canti di Chiesa, è passato davanti a piazza San Pietro, si è fermato davanti alle ambasciate di Palestina e Libano presso la Santa Sede, e si è concluso davanti alla sede di Leonardo S.p.A. Tra la folla spuntavano cartelli che ritraevano donne addolorate, i volti dei bambini palestinesi e libanesi uccisi dopo la dichiarazione del “cessate il fuoco”, e l’immagine di una Madonna che tiene in braccio un bambino emaciato e la scritta “Christ died in Gaza”, Cristo è morto a Gaza.

La non-violenza evangelica

“Vogliamo smontare la narrativa che ancora oggi giustifica la guerra e al contrario mantenere viva la narrazione della non-violenza evangelica, della diplomazia, dell’obiezione di coscienza”, ha detto padre Dario Bossi, missionario comboniano. Cento preti sono tanti o sono pochi? “Guardando la proporzione dei preti in Italia siamo ancora pochi, se però guardiamo il passaggio che c’è stato dall’anno scorso a quest’anno ci sono stati passi avanti incredibili: questo movimento si sta replicando in Spagna, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti, Brasile”.

Genesi di un movimento

La rete dei “preti contro il genocidio” è nata l’estate scorsa dopo che una suora bolognese che vive in Giordania, suor Giovanna della comunità fondata da don Giuseppe Dossetti, ha fatto un appello su Facebook: “Esasperata, ferita, chiedeva: perché i preti non fanno niente?”, ricorda don Rito Maresca: “Io e qualche amico ci siamo chiesti: cosa possiamo fare? Possiamo metterci insieme. E così l’anno scorso intorno a Ferragosto chi stava in ferie, chi a fare gli esercizi spirituali, chi ai campi scuola ci siamo messi a lavorare online ed è venuto fuori un documento che oggi è stato firmato da 2600 sacerdoti e 27 vescovi”.

Viaggio in Cisgiordania

Tra la folla c’è anche qualche suora, come Jeneviève Jeanningros, la religiosa francese amica di papa Francesco. “Preti contro il genocidio” o anche “suore contro il genocidio”? “Ma certo anche suore”, risponde veloce, poi precisa: “Non siamo contro Israele, siamo contro chi comanda”. Don Davide Ferrini è appena tornato con una piccola delegazione dalla Cisgiordania, dove hanno visitato i villaggi palestinesi assediati dai coloni israeliani, ed hanno anche incontrato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme (che non usa il termine “genocidio”): “Ha dedicato tutta la vita al dialogo con la cultura ebraica, oggi non demorde, cerca di incoraggiare una società israeliana diversa, che c’è con piccoli semi che speriamo portino frutto”.

Una canzone per Taybeh

Alla fine il gruppo di preti e suore intona una canzone dedicata a Taybeh, l’unico villaggio cristiano in Cisgiordania, a sua volta oggetto di minacce e violenze da parte dei coloni israeliani. L’ultimo saluto dal megafono è un messaggio di speranza: “L’anno prossimo speriamo di non vederci perché non ce ne sia più bisogno”.

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