“Io indosso il velo ma sono contraria al burqa. Divieto a scuola? Rischia di allontanare le ragazze”
di Alessia Candito“Io sono contraria a niqab e burqa, credo cancellino l’identità. Ma questa norma mi fa molta paura. Temo che sia solo l’inizio: adesso il velo integrale, poi magari l’hijab, poi chissà cos’altro. C’è un clima di intolleranza e razzismo crescente e sta diventando pericoloso”. Bengalese d’origine, Israt è arrivata in Italia con la sua famiglia quando era poco più di una bambina. A Schio, in provincia di Vicenza, ha fatto tutte le scuole, per poi trasferirsi a Londra e tornare in Italia, a Monfalcone, con il marito. “Quella città è un laboratorio. Si stanno coltivando l’odio e la fobia verso l’Islam solo per rastrellare consensi. Ma è un’operazione pericolosa”.
Cosa ne pensa del divieto di burqa e niqab previsto nell’ultimo decreto?
“Ho lavorato nelle scuole come mediatrice e insegnante di inglese. Non mi è mai capitato di vedere una ragazza con il velo integrale, non c’è una reale necessità. Sembra più che altro un pretesto per creare ulteriori divisioni e davvero non se ne sente il bis…
“Io sono contraria a niqab e burqa, credo cancellino l’identità. Ma questa norma mi fa molta paura. Temo che sia solo l’inizio: adesso il velo integrale, poi magari l’hijab, poi chissà cos’altro. C’è un clima di intolleranza e razzismo crescente e sta diventando pericoloso”. Bengalese d’origine, Israt è arrivata in Italia con la sua famiglia quando era poco più di una bambina. A Schio, in provincia di Vicenza, ha fatto tutte le scuole, per poi trasferirsi a Londra e tornare in Italia, a Monfalcone, con il marito. “Quella città è un laboratorio. Si stanno coltivando l’odio e la fobia verso l’Islam solo per rastrellare consensi. Ma è un’operazione pericolosa”.
Cosa ne pensa del divieto di burqa e niqab previsto nell’ultimo decreto?
“Ho lavorato nelle scuole come mediatrice e insegnante di inglese. Non mi è mai capitato di vedere una ragazza con il velo integrale, non c’è una reale necessità. Sembra più che altro un pretesto per creare ulteriori divisioni e davvero non se ne sente il bisogno. Questo governo, la destra, ci stanno solo usando per creare un nemico, cavalcando l’odio”.
Qual è il rischio?
“Alcune ragazze potrebbero perdere l’opportunità di studiare, opportunità, occasioni di confrontarsi. Molte famiglie potrebbero non capire una norma di questo genere, lo vedrebbero come una violenza e magari anche alcune ragazze”.
Il governo sostiene che vengano costrette dalle famiglie a indossarlo“
“È vero, succede. Poi c’è chi si ribella, chi passa all’hijab, chi lo toglie del tutto. C’è chi invece lo sceglie. Può sembrare paradossale, ma alcune scelgono il velo integrale volontariamente. C’è anche chi adesso continua a portare la mascherina oltre all’hijab per nascondere qualche imperfezione, un naso grande, i brufoli. I percorsi sono diversi e molto personali. Alle donne va garantita libertà di scelta, tutte le scelte”.
Adesso le famiglie delle ragazzine che si presentano a scuola con il velo integrale rischiano addirittura una multa. Cosa ne pensa?
“Non credo possa avere effetti concreti, i casi sono limitati. Ma è inquietante. L'unico risultato sarà farci sentire ancora più distaccati dalla comunità e esclusi”.
Lei porta il velo?
“Non quello integrale ed è stata una mia scelta. L’ho messo tardi e ci ho pensato tanto. Mia madre aveva iniziato a portarlo solo qualche mese prima di me e quando mi ha visto mi ha detto di toglierlo immediatamente. Ma io sono testarda. Ci ho pensato tanto, avevo paura di essere non capita, emarginata. All’epoca andavo ancora a scuola, ma ho deciso di rischiare”.
Com’è stata la reazione dei suoi compagni?
“Stupiti inizialmente, mi hanno fatto molte domande, anche gli insegnanti. Poi hanno capito. La mia era una classe mista, c’erano ragazzi italiani, rumeni, algerini. La mia migliore amica era vietnamita. Ed era normale stare insieme. Fuori da scuola è stato più difficile. Anche per fare un’esperienza di scuola-lavoro ho avuto difficoltà. A Londra ho trovato un altro mondo”.
In che misura?
“Lì ho incontrato persone che mi guardavano come Israt, non come musulmana o donna velata. Non pensavano di default che fossi una vittima di qualche imposizione. Ho capito che in Italia il problema non era che non fossi abbastanza intelligente o brava, ma il colore della mia pelle o la mia religione. Ma un pezzo di stoffa sulla testa non ti cambia il cervello, non ti rende meno intelligente o meno libera. Adesso che vivo a Monfalcone il problema si è presentato con violenza ancora maggiore”.
Per quale motivo? Cos’è successo?
“Non posso parlare di un episodio specifico, perché la quotidianità. In strada capita spessissimo che ti insultino, ti dicano di tornare al tuo Paese. Io sono qui da quando avevo sei anni, parlo perfettamente italiano, ho studiato e nelle scuole ho lavorato, ma mi vedono come straniera. Sono autonoma, prima di rimanere incinta ho sempre lavorato, guido regolarmente, ma tutti danno per scontato che sia sottomessa”.
Per lei in concreto cosa significa?
“A volte ho paura di uscire di casa, perché so che non sopporterei commenti del genere. Adoro il mare, ma non ci vado più perché fanno le ronde fotografiche contro le donne in burqini. A Londra, dove mi trovo in questi giorni, vado regolarmente a fare jogging. A Monfalcone so che non potrò farlo, perché verrei derisa per il mio velo, lo stesso mi succederebbe in palestra. Vivere così è sfiancante”.
Lei si sente italiana?
“Penso e sogno in italiano, amo l’Italia e quando la mia famiglia si è trasferita a Londra ero triste perché avevo l’impressione di lasciare casa mia. Mi sono sempre sentita italiana, ma da qualche anno non più perché sento che questo Paese non mi vuole, mi rifiuta”.