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“Lavoro al supermercato e anche uscire per una pizza è diventato un evento”

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Quarta puntata della serie “Piccoli salari”. Parla Donatella Conte, 61 anni, dietro al banco della gastronomia da tanti anni: “Guadagno 1600 euro, la mia pensione sarà da fame. Cosa mi fa arrabbiare? Non poter più scegliere nulla”
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«Sa cos’è che mi fa arrabbiare davvero? Il fatto di non poter scegliere». Quel che Donatella Conte intende è il non poter scegliere l’appartamento in cui abitare, l’auto da guidare, il viaggio da prenotare. Non poter scegliere se prendere un ombrellone e due lettini al lido o stendere il telo sulla spiaggia libera. Non poter scegliere quando andare a cena fuori, al cinema, al teatro, dal parrucchiere o a quante sedute di fisioterapia sottoporsi.

«Eppure lavoro da tutta una vita, da quando sono una ragazzina perché mia madre e mio padre mi hanno insegnato l’importanza dell’autonomia di una donna, la libertà di non dovermi appoggiare a nessuno», racconta seduta al tavolo del soggiorno di casa sua, un appartamento in affitto nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una tovaglia colorata, le foto di famiglia su una madia di legno.

«Sa cos’è che mi fa arrabbiare davvero? Il fatto di non poter scegliere». Quel che Donatella Conte intende è il non poter scegliere l’appartamento in cui abitare, l’auto da guidare, il viaggio da prenotare. Non poter scegliere se prendere un ombrellone e due lettini al lido o stendere il telo sulla spiaggia libera. Non poter scegliere quando andare a cena fuori, al cinema, al teatro, dal parrucchiere o a quante sedute di fisioterapia sottoporsi.

«Eppure lavoro da tutta una vita, da quando sono una ragazzina perché mia madre e mio padre mi hanno insegnato l’importanza dell’autonomia di una donna, la libertà di non dovermi appoggiare a nessuno», racconta seduta al tavolo del soggiorno di casa sua, un appartamento in affitto nella borgata romana di Tor Bella Monaca, una tovaglia colorata, le foto di famiglia su una madia di legno.

Ha 61 anni Donatella Conte, tra qualche tempo potrà andare in pensione «ma sarà da fame», dice, ora lavora come addetta al banco della gastronomia in un grande supermercato in zona San Giovanni. Ha iniziato con piccoli lavoretti, poi a 22 anni è entrata nella ristorazione collettiva, dipendente part time e poi full time di una mensa aziendale. Quando è cambiata la ditta appaltatrice, come spesso accade, anche Donatella, insieme ad altri, ha perso il lavoro. «Mi sono iscritta all’agenzia interinale e per un anno ho fatto l’aiuto cuoca e la barista», racconta mentre mette sul fuoco il caffè. «Guadagnavo pochissimo, il minimo sindacale. Ho mandato curriculum in tutta Roma e alla fine mi hanno chiamato da un piccolo supermercato di famiglia che apriva un nuovo punto vendita e aveva bisogno di personale». Da lì, a quarant’anni, il salto nella grande distribuzione a tempo pieno: commessa di una catena di supermarket. «Sono fortunata — racconta — i più giovani hanno contratti precari, part time, jobs act, tutte parole inglesi che per me si traducono in fregatura».

Eccola, la fortuna di Donatella: «Quando sono entrata, prendevo 1200-1300 euro netti in busta paga. Adesso, grazie ai rinnovi contrattuali e agli scatti di anzianità che comunque non coprono il costo dell’inflazione, arrivo a prendere 1600 euro al mese». Sono passati, nel frattempo, ventuno anni. Un tempo lungo in cui lo stipendio è aumentato di appena trecento euro. E attorno però è cambiato tutto. Il potere d’acquisto, in primo luogo. «Prima era molto più alto. Anche con un’entrata più bassa, a fine mese ci arrivavo senza problemi. Adesso, io che sono senza figli, alla fine della terza settimana devo stare attenta a ogni spesa».

Eppure c’è stata un’epoca in cui il supermercato è stato il simbolo di una rivoluzione economica e dei costumi. E stare dietro al bancone significava sorrisi più o meno forzati e certezze. Oggi il bilancio familiare è tutto un equilibrio sopra la follia. C’è una mamma di cui Donatella deve occuparsi, che ha bisogno di cure mediche e di assistenza. Poi gli altri soldi se ne vanno con l’affitto, le bollette, i mezzi pubblici per attraversare Roma, la fisioterapia necessaria per le gambe e per la schiena dopo tante ore di lavoro in piedi, gli acquisti per riempire il carrello. «Avevamo degli sconti, i buoni pasto aggiuntivi per Natale e una sorta di premio di produttività e presenza: la chiamavamo la “quindicesima». Poi è cambiata l’azienda e non c’è più stato alcun integrativo.

Allora anche Donatella ha tagliato. «La spesa per le terapie è sempre più oculata a causa dei costi. Dal parrucchiere vado sei volte l’anno, ma solo per il taglio. A mangiare la pizza o a cena fuori, uno sfizio che prima mi levavo due o tre volte al mese, è diventato un evento che si fa una volta e a cui tante altre si rinuncia. Magari con gli amici la ordiniamo a casa per spendere meno e stare comunque in compagnia», racconta.

La vita sociale è la prima che, tra turni e ristrettezze, va a farsi benedire. «Se hai una spesa medica in più o ti si rompe un elettrodomestico, un tubo o una tapparella a casa, è finita. La prima cosa a cui rinuncio sono le uscite», dice.

Sempre ammesso di averne il tempo e l’energia. «Lavoriamo per turni di 6 o 7 ore, di solito la mattina o il pomeriggio. Ma capita di farne 13 di ore, pausa compresa, perché manca il personale. Magari stacco alle 9 di sera e la mattina dopo devo riattaccare. Quando arriva il fine settimana voglio solo riposare». Sempre che arrivi il fine settimana. «Da quando si sono diffuse le aperture domenicali dei supermercati siamo sempre lì. Quando un collega purtroppo si ammala o giustamente va in ferie, facciamo anche tre domeniche di fila».

Poi arriva l’estate. E anche le vacanze vanno calibrate. «Scelgo mete italiane, sempre più vicino casa per risparmiare sui trasporti, e frequento solo la spiaggia libera, un po’ per mentalità ma anche perché lo stabilimento è un lusso che per due settimane non mi permetto. Cerco di partire a giugno e a settembre: costa meno e c’è meno folla, a contatto con le persone passo già tutta la vita», scherza Donatella. Il resto si risparmia. «Tra due o tre anni potrei andare in pensione, ma sarà da fame. Prenderò il 60-65% del mio stipendio. Io sono una combattente, mi lamento poco e c’è chi sta peggio, ma mi accorgo che il mio tenore di vita si è ridotto all’essenziale per il terrore dell’imprevisto».

Il caffè è finito, Donatella Conte deve rientrare da sua madre. «Se tornassi indietro darei retta a mio padre che mi diceva: “Continua a studiare”. Il lavoro che faccio non l’ho scelto, ma mi è capitato e io l’ho preso. È dignitoso e rispettabile come ogni altro ma per chi sta in crisi c’è chi guadagna troppo. Sono i nostri salari che andrebbero adeguati al costo della vita».

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