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I liceali scelgono la Cina per l’anno di studio all’estero

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Secondo l’ultima ricerca Ipsos Doxa commissionata da Intercultura, quasi uno studente su due vorrebbe passare un periodo di scuola a Pechino o Shanghai: nel 2017 era il 29%
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Samuele entrava in classe, a Nanchino, alle 7.20 e usciva alle 17.30. Vittoria, vicino a Pechino, passava nove ore al giorno sui banchi. Emma, a Qingyuan, un’ora da Canton, ha smesso presto di chiedersi se avrebbe imparato il cinese: «Quando lo parli tutti i giorni, ovunque vai, dovresti impegnarti per non impararlo». Sono tre dei ragazzi italiani che hanno passato un anno di scuola in Cina con Intercultura. Dietro di loro c’è un dato cresciuto molto in nove anni: oggi il 45% degli studenti tra i 14 e i 19 anni vorrebbe studiare lì per un periodo. Nel 2017 era solo il 29%.

A dirlo è una ricerca condotta da Ipsos Doxa, commissionata dalla stessa Intercultura e presentata oggi a Roma nel corso dell’evento Moving Minds: adolescenti italiani, Cina e mobilità interculturale, che ha messo a confronto 500 studenti delle classi superiori con 114 ex partecipanti ai programmi annuali in Cina della Fondazione. Tra gli adolescenti l’immaginario sul Paese dell’Asia orientale sta cambiando. Nel 20…


Samuele entrava in classe, a Nanchino, alle 7.20 e usciva alle 17.30. Vittoria, vicino a Pechino, passava nove ore al giorno sui banchi. Emma, a Qingyuan, un’ora da Canton, ha smesso presto di chiedersi se avrebbe imparato il cinese: «Quando lo parli tutti i giorni, ovunque vai, dovresti impegnarti per non impararlo». Sono tre dei ragazzi italiani che hanno passato un anno di scuola in Cina con Intercultura. Dietro di loro c’è un dato cresciuto molto in nove anni: oggi il 45% degli studenti tra i 14 e i 19 anni vorrebbe studiare lì per un periodo. Nel 2017 era solo il 29%.

A dirlo è una ricerca condotta da Ipsos Doxa, commissionata dalla stessa Intercultura e presentata oggi a Roma nel corso dell’evento Moving Minds: adolescenti italiani, Cina e mobilità interculturale, che ha messo a confronto 500 studenti delle classi superiori con 114 ex partecipanti ai programmi annuali in Cina della Fondazione. Tra gli adolescenti l’immaginario sul Paese dell’Asia orientale sta cambiando. Nel 2017 ad associare la Cina alla parola “inquinamento” era il 61% dei ragazzi. Oggi è il 34%. Cresce invece chi la lega alla cultura, dal 26 al 37%, e chi dice che gli suscita curiosità, dal 14 al 25%. A incuriosire sono soprattutto innovazione e tecnologia (45%) e stile di vita (41%).

Vittoria Rasulo 

Tra il desiderio e la partenza, però, c’è ancora molta strada. Le mete preferite però restano le stesse: l’Europa attira l’83% degli studenti, gli Stati Uniti con il 72%. È meno dell’84% del 2017, ma gli Usa restano molto avanti. La Cina arriva terza. I freni sono concreti: la difficoltà della lingua (71%), la distanza (67%), la mancanza di informazioni (59%). E restano le ombre: solo il 5% dei ragazzi associa la Cina alla parola “democrazia”, il 3% alla parola “libertà”.

«Il momento più difficile è stato gennaio», racconta Samuele Beltrametti, originario di Seveso, in Brianza, studente a Nanchino nel 2017-18. «Sentivo la fatica culturale. Faticavo a trovare il mio posto in un contesto che non era più una novità, e anche i piccoli inconvenienti sembravano problemi enormi». Si è laureato in ingegneria energetica al Politecnico di Milano e oggi progetta impianti in una startup dell’idrogeno.

Ammette che il suo cinese si è un po' arrugginito rispetto al livello B2 di allora. Dell’ultimo mese, però, ricorda la calma: «Ormai vivevo una vita che mi sembrava ordinaria». In Cina lo chiamavano Dashan. Sei anni dopo è tornato a trovare la famiglia che lo aveva ospitato: «Mi portavano nel cuore proprio come un figlio o un fratello».

Per molti i ricordi passano dalla tavola. «Il cibo, i pasti, sono momenti per stare insieme, per chiacchierare e legare», dice Emma Ferri, di Civitavecchia, rientrata da poco e ora all’ultimo anno di scientifico. Vittoria Rasulo, napoletana, racconta: «Mi sono sentita a casa fin da subito. La differenza più grande è il sistema scolastico». Il ricordo più bello è una gita di dieci giorni a Shanghai: «Mi ha fatto sentire libera». Prima di partire, dice, non aveva «ancora trovato il mio posto nel mondo». Adesso vuole tornare in Cina per l’università.

Samuele Beltrametti 

Nei numeri, i legami contano più di tutto. Pensando alla Cina, il 42% degli ex partecipanti parla di amicizia e legami. Tra chi l’ha visitata da turista è il 2%. Il 96% dice che l’esperienza lo ha arricchito sul piano personale e il 99% vorrebbe tornarci. Anche il loro percorso scolastico è brillante: il voto medio di diploma è 88 su 100, contro una media nazionale di 78, e il 54% ha continuato a studiare all’estero.

Emma Ferri 

«I risultati della ricerca confermano il valore delle esperienze di mobilità studentesca nello sviluppo di competenze linguistiche, interculturali e relazionali sempre più richieste nei percorsi di studio e nel lavoro», spiega Elisa Zambito Marsala, responsabile Education ecosystem and global value programs di Intesa Sanpaolo. «E l’importanza di offrire loro occasioni concrete di crescita, confronto e apertura verso culture e mercati internazionali».

Si tratta però di 114 ragazzi che hanno scelto di partire e hanno potuto farlo, e quei numeri dicono più di loro che della Cina. Lo confermano le loro stesse risposte: per superare le barriere il sostegno della famiglia (59%) oggi pesa quanto la curiosità, che nel 2017 citava il 79%. Chi parte per un Paese così lontano a sedici anni non decide mai da solo.

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