Metà dell’acqua custodita nei ghiacciai della Valle d’Aosta potrebbe sparire entro il 2070, anche se il mondo rispettasse l’Accordo di Parigi. Nelle altre regioni glacializzate del Nord Italia i risultati sono simili, o più marcati. E la neve non se la passa meglio: sotto i 2.000 metri la risorsa idrica nivale potrebbe calare del 50% e oltre. Sono i primi risultati di IT-WATER, il progetto coordinato da Fondazione CIMA con l’Agenzia ItaliaMeteo e Fadeout Software, presentati al Festival dell’Acqua di Utilitalia.
La fascia più esposta è quella tra i 1.500 e i 2.000 metri. È da lì che arriva gran parte dell’acqua di fusione in primavera, quando nei campi comincia la stagione irrigua. Meno neve in quota vuol dire meno acqua a valle, proprio quando serve. Il calo riguarderà tutto il Paese, ma il conto più pesante lo pagheranno gli Appennini: più vulnerabili, e più bassi delle Alpi. Sul Gran Sasso, per esempio, è già realtà: il Calderone, fino agli anni Duemila l’unico ghiacciaio della cat…
Metà dell’acqua custodita nei ghiacciai della Valle d’Aosta potrebbe sparire entro il 2070, anche se il mondo rispettasse l’Accordo di Parigi. Nelle altre regioni glacializzate del Nord Italia i risultati sono simili, o più marcati. E la neve non se la passa meglio: sotto i 2.000 metri la risorsa idrica nivale potrebbe calare del 50% e oltre. Sono i primi risultati di IT-WATER, il progetto coordinato da Fondazione CIMA con l’Agenzia ItaliaMeteo e Fadeout Software, presentati al Festival dell’Acqua di Utilitalia.
La fascia più esposta è quella tra i 1.500 e i 2.000 metri. È da lì che arriva gran parte dell’acqua di fusione in primavera, quando nei campi comincia la stagione irrigua. Meno neve in quota vuol dire meno acqua a valle, proprio quando serve. Il calo riguarderà tutto il Paese, ma il conto più pesante lo pagheranno gli Appennini: più vulnerabili, e più bassi delle Alpi. Sul Gran Sasso, per esempio, è già realtà: il Calderone, fino agli anni Duemila l’unico ghiacciaio della catena montuosa, dal 2000 si è diviso in due glacionevati, cioè accumuli perenni di neve e ghiaccio. Nel 2021 la Carovana dei ghiacciai di Legambiente calcolava che in venticinque anni avesse perso il 65% della superficie e nove metri di spessore.
Le estati che hanno già cambiato i conti
Il futuro, in parte, è già visibile. Nelle estati del 2022 e del 2026 i ghiacciai hanno registrato fusioni da tre a quattro volte superiori a quelle di un anno medio. Oltre il confine, i numeri raccontano la stessa storia: secondo la rete di monitoraggio svizzera Glamos, nel 2025 i ghiacciai elvetici hanno perso un altro 3% del volume, circa un quarto in dieci anni.
E la siccità che ha colpito il Nord Italia nel 2022, nel 2023 e quest’anno ha mostrato cosa succede quando l’acqua manca: il cuneo salino che risale i fiumi, i campi a secco, le restrizioni per la popolazione, le tensioni su come dividere la risorsa tra ecosistemi, usi civili, agricoltura e industria. Poi c’è l’energia. Nel 2022, secondo Terna, la produzione idroelettrica è crollata del 37,7%. Quest’anno il copione si ripete: -20% nel primo semestre, -16% ad agosto rispetto all’anno prima. Con la progressiva riduzione delle riserve di neve e ghiaccio, avvertono gli autori dello studio, queste condizioni potrebbero diventare più frequenti e più intense.
La montagna che cambia forma
Intanto la geografia si riscrive. “Nelle nostre Alpi italiane negli ultimi vent’anni si sono estinti almeno 180 ghiacciai di grandi e piccole dimensioni”, scrive Michele Sasso in Montagne immaginarie (Edizioni Ambiente). Nello stesso periodo, in Valle d’Aosta, il numero dei laghi glaciali è quasi raddoppiato: 170 nuovi specchi d’acqua. Più acqua in superficie, meno riserva sotto il ghiaccio.
È il paesaggio del dimezzamento, visto in anticipo. E a muoversi sono perfino i confini. Tra Italia e Svizzera la frontiera corre in gran parte lungo lo spartiacque, la linea che separa un bacino idrografico dall’altro. Dove quella linea è fatta di ghiaccio, la fusione la sposta. Nel settembre 2024 il Consiglio federale svizzero ha approvato una nuova convenzione che ridisegna il confine nell’area del Plateau Rosa, sotto il Cervino, spostandolo di alcune decine di metri verso l’Italia.
Una mappa dell’acqua fino al 2070
È proprio per bacini che ragiona IT-WATER. Il progetto mette insieme scenari climatici ad alta risoluzione, modelli fisici del ciclo dell’acqua e calcolo ad alte prestazioni. I modelli stimano quanta acqua si accumulerà come neve e come fonderà, come evolveranno i ghiacciai, quanta tornerà in atmosfera per evapotraspirazione, quanto saranno umidi i suoli, quali portate avranno i principali fiumi italiani. Il tutto a una risoluzione tra 200 e 500 metri, leggibile per regione e per bacino idrografico.
“La sfida non è soltanto sapere come cambierà il clima, ma capire che cosa quel cambiamento significherà per l’acqua che avremo realmente a disposizione”, spiega Luca Ferraris, presidente di Fondazione CIMA. “Con IT-WATER portiamo gli scenari climatici futuri dentro il ciclo dell’acqua, provando a unire i puntini e permettere a chi la gestisce di pianificare, adattarsi e prendere decisioni”.
Chi quelle decisioni deve prenderle aspetta i numeri. “Per i gestori del servizio idrico è fondamentale contare su una base di dati ampia, approfondita e affidabile”, dice Annamaria Barrile, direttrice generale di Utilitalia. “Le previsioni a lungo termine costituiscono un elemento centrale per la pianificazione degli interventi e quindi per gli investimenti”. Il primo banco di prova arriverà in primavera, quando la neve caduta sopra i 1.500 metri comincerà a fondere e nei campi riprenderà l’irrigazione.