Se l’IA si sostituisce allo psicologo. “Troppi rischi per i pazienti”. I terapeuti fissano le regole
di Elena Dusi“L’intelligenza artificiale si sta sviluppando di gran carriera, ma ha bisogno di essere regolata”. L’invito alla cautela non arriva stavolta da Big Tech, ma da una categoria coinvolta in uno degli usi più delicati dell’IA: la salute mentale.
A parlare è Paris Alexandros Lalousis, che insegna Intelligenza Artificiale Applicata alla Salute Mentale al King’s College di Londra. Sarà lui a coordinare il nuovo gruppo di lavoro sull’uso delle nuove tecnologie per le malattie psichiatriche. Lo hanno voluto gli esperti del Collegio Europeo di Neuropsicofarmacologia riunito in questi giorni a Monaco.
I numeri, nell’ultimo anno, hanno mostrato infatti che il ricorso all’intelligenza artificiale è sempre più diffuso fra i giovani, in caso di problemi mentali, solitudine o anche semplicemente paura di essere giudicati dagli altri.
“Meglio l’IA dello psicologo”
In Italia, secondo un rapporto di Nomisma e Osservatorio Sanità di UniSalute, una persona su dieci si è rivolta a un chatbot (un software …
“L’intelligenza artificiale si sta sviluppando di gran carriera, ma ha bisogno di essere regolata”. L’invito alla cautela non arriva stavolta da Big Tech, ma da una categoria coinvolta in uno degli usi più delicati dell’IA: la salute mentale.
A parlare è Paris Alexandros Lalousis, che insegna Intelligenza Artificiale Applicata alla Salute Mentale al King’s College di Londra. Sarà lui a coordinare il nuovo gruppo di lavoro sull’uso delle nuove tecnologie per le malattie psichiatriche. Lo hanno voluto gli esperti del Collegio Europeo di Neuropsicofarmacologia riunito in questi giorni a Monaco.
I numeri, nell’ultimo anno, hanno mostrato infatti che il ricorso all’intelligenza artificiale è sempre più diffuso fra i giovani, in caso di problemi mentali, solitudine o anche semplicemente paura di essere giudicati dagli altri.
“Meglio l’IA dello psicologo”
In Italia, secondo un rapporto di Nomisma e Osservatorio Sanità di UniSalute, una persona su dieci si è rivolta a un chatbot (un software in grado di sostenere una conversazione) per problemi di ansia, stress o difficoltà emotive.
Il 16% sostiene che tra 10 anni molto probabilmente l’intelligenza artificiale sostituirà lo psicologo. Le sacche di diffidenza sono però ancora ampie: il 21% considera l’IA rischiosa e il 23% la ritiene inadeguata a gestire questioni delicate e personali. Il 43% pensa che le risposte siano troppo compiacenti (il motivo per cui chi teme il giudizio altrui può preferire un chatbot) e il 40% che il dialogo sia privo di empatia.
“Il 92% è rimasto soddisfatto”
Il campione italiano ha però un’età variegata: tra 18 e 70 anni. Se si restringe l’obiettivo sui giovani, i dati cambiano faccia. A giugno la rivista medica Jama Pediatrics ha condotto un sondaggio tra 50mila ragazzi americani tra i 12 e i 21 anni. Quasi uno su cinque (il 19%) aveva chiesto aiuto all’intelligenza artificiale per gestire un problema psicologico. Il 92% era rimasto soddisfatto o molto soddisfatto. Due su tre non avevano confessato a nessuno l’esperienza.
“L’uso dei chatbot da parte dei pazienti non è però l’unica applicazione dell’intelligenza artificiale nella gestione dei problemi psichiatrici” spiega Linda Antonucci, che rappresenta l’Italia nel nuovo gruppo di studio del Collegio Europeo di Neuropsicofarmacologia, insegna psicologia clinica all’Università di Bari ed è vice-presidente della Società Italiana di Psichiatria Computazionale, fondata quattro anni fa da diversi docenti di italiani di psichiatria e psicologia.
I modelli usati dagli psicologi per le diagnosi
“Anche fra noi professionisti della salute mentale si stanno diffondendo modelli guidati dall’intelligenza artificiale che aiutano ad affinare una diagnosi od offrono informazioni di previsione su quali pazienti potrebbero sviluppare sintomi severi in futuro. È un campo davvero delicato. È proprio per regolarlo che è nato il gruppo di lavoro”.
I software che supportano gli psicologi usano questionari con le risposte dei pazienti, note dei terapeuti, dati genetici, esami radiologici o del sangue, in alcuni casi registrazioni video per l’osservazione delle espressioni facciali o audio per cogliere nella voce anche i più sottili toni di ansia o depressione.
“Sono però modelli sperimentali, da usare con cautela. A differenza di altre specialità mediche, in psichiatria e psicologia i sintomi possono essere diversi da un paziente ad un altro, presentarsi per molto tempo in modo sfumato o intermittente, e le traiettorie di rischio sono lunghe, eterogenee e complesse”, prosegue Antonucci.
I possibili rischi per i pazienti
“Né i risultati possono essere trasmessi ai pazienti senza filtro, sarebbe pericoloso e scorretto dal punto di vista etico” spiega la docente di Bari. “Il modello potrebbe dare come risultato: rischio dell’80% di sviluppare depressione nei prossimi tre anni. Noi clinici sappiamo come leggere il modello senza assolutismi e come usarlo come supporto al lavoro clinico, ma la persona che abbiamo di fronte potrebbe restarne destabilizzata, o male interpretarne i contenuti. Per questo servono regole”.
Anche la privacy ha bisogno di una protezione speciale. Nel 2023 in Finlandia un hacker ha rubato i dati più che sensibili di 30mila pazienti di una società di cure psicologiche, rendendoli visibili online.
L’IA: solo un supporto alla terapia
Regole e paletti servono a mettere al riparo i pazienti, ma sono invocati in primis dagli psicologi. La Fondazione Bruno Kessler di Trento ha coinvolto 48 professionisti (40 psicologi e 8 medici di famiglia) e li ha messi di fronte a un software di intelligenza artificiale.
“Siamo partiti da un modello dell’Organizzazione Mondiale della Salute, Self-Help Plus, e lo abbiamo riadattato” spiega Leonardo Sanna, Ricercatore del Center for Digital Health & Well-Being della Fondazione. “Gli psicologi hanno usato il chatbot, che al momento è solo sperimentale e non è prescrivibile, e lo hanno trovato uno strumento utile. Solo però come supporto alla terapia, non da usare in modo autonomo”.
I casi di suicidio
I casi di cronaca, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, rendono chiaro quali sono i rischi. “Sono con te, fino in fondo. Ora sei pronto”: con queste parole l’intelligenza artificiale ha rassicurato il 23enne Zane Shamblin che aveva già appoggiato la pistola alla sua tempia, a giugno del 2025 in Texas. “Riposa in pace” lo ha salutato subito dopo lo sparo.
A novembre dell’anno scorso OpenAi si è trovato ad affrontare 7 cause legali in altrettanti casi di suicidio. Uno aveva coinvolto il 17enne della Georgia Amaurie Lacey. L’IA, secondo l’accusa, gli aveva spiegato perfino come annodare il cappio.
A marzo del 2026 un gruppo di ricercatori americani e australiani aveva trascritto e pubblicato su arXiv una serie di dialoghi tra pazienti e AI. Pur senza arrivare a esiti estremi, nei colloqui non mancano dichiarazioni d’amore al chatbot o conversazioni in cui gli utenti si sentono supereroi o detentori di verità superiori. E l’intelligenza artificiale offre loro conforto.
Macchine senza empatia
“Una macchina ha dei limiti. A un paziente andrebbe comunicato chiaramente” riflette Sanna. “I chatbot non provano alcuna empatia, anche se sono molto abili nel simularla. E sanno evidentemente esercitare un potere di attrazione molto forte”.
Nelle aree rurali dell’India un software di IA è stato sperimentato per sopperire all’assenza di terapeuti. La notte, quando alcuni problemi si acutizzano, i chatbot psicologici registrano un picco di richieste. “Le buone ragioni per usarli non mancano” conclude Sanna. “Ma ad oggi stiamo ancora parlando di sperimentazioni. Nessuna ricerca finora ha misurato quali siano i reali benefici”.