Trieste, la questura vieta di distribuire pasti ai migranti nel weekend: turba lo svago cittadino
di Alessia Candito“Qui siamo arrivati al punto di vietare di dare da mangiare agli affamati per consentire alla gente di fare l’aperitivo”. Attivista di lungo corso, che ha trovato nei fornelli la sua forma di solidarietà e militanza, Lara Cavalli rimane in bilico fra stupore e rabbia. “Siamo al divieto di solidarietà”. L’affermazione potrebbe sembrare surreale, ma in realtà a Trieste è nuda cronaca.
L’ordinanza
Lo mette nero su bianco la questura con un’ordinanza con cui vieta all’associazione Linea d’ombra, perno di una rete di associazioni tanto ampia da tenere insieme Caritas e centri sociali, di distribuire pasti e coperte nella piazza della stazione, da più di sette anni crocevia di chi transita dalla rotta balcanica e a Trieste arriva per restare o rifiatare prima di una nuova partenza, il più delle volte con destinazione Centro Europa. La motivazione? Prevenire “ogni eventuale turbativa dell’ordine pubblico e della sicurezza al fine di garantire il regolare svolgimento delle attività di sociali…
“Qui siamo arrivati al punto di vietare di dare da mangiare agli affamati per consentire alla gente di fare l’aperitivo”. Attivista di lungo corso, che ha trovato nei fornelli la sua forma di solidarietà e militanza, Lara Cavalli rimane in bilico fra stupore e rabbia. “Siamo al divieto di solidarietà”. L’affermazione potrebbe sembrare surreale, ma in realtà a Trieste è nuda cronaca.
L’ordinanza
Lo mette nero su bianco la questura con un’ordinanza con cui vieta all’associazione Linea d’ombra, perno di una rete di associazioni tanto ampia da tenere insieme Caritas e centri sociali, di distribuire pasti e coperte nella piazza della stazione, da più di sette anni crocevia di chi transita dalla rotta balcanica e a Trieste arriva per restare o rifiatare prima di una nuova partenza, il più delle volte con destinazione Centro Europa. La motivazione? Prevenire “ogni eventuale turbativa dell’ordine pubblico e della sicurezza al fine di garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento e svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino”.
Una buona ragione, a quanto pare, per contingentare le attività solidali di assistenza sociale, legale, distribuzione pasti, coperte e vestiti asciutti durante la settimana, limitandole a una precisa fascia oraria, dalle 18 alle 20. Nel weekend, neanche quelle. C’è una manifestazione sportiva, sulla carta, termina nel primo pomeriggio, ma per la Questura è motivazione sufficiente per paralizzare l’attività di supporto umanitario. Che non è detto che riprendano la prossima settimana.
Da giugno le nuove procedure
“Questo non è un caso, né un provvedimento estemporaneo – spiegano gli attivisti, non solo di Linea d’ombra che ogni sera animano la piazza – a questo siamo arrivati”. L’orologio, spiegano, va portato indietro fino a giugno, quando è stato varato il nuovo Patto di migrazione e asilo e sono state introdotte le nuove procedure. Nello stesso periodo, è iniziata la stretta progressiva. Di sera, più pattuglie in piazza, più occhi. Di giorno, file sempre più lunghe in questura, sempre più persone abbandonate in strada senza assistenza, zero trasferimenti in altre sedi, nuove procedure di frontiera applicate per appuntamento e dopo settimane di attesa anche a chi – contrariamente a quanto previsto dalle nuove norme – a Trieste ci sta da un po’ o a chi si presenti spontaneamente in questura e non tenti di “eludere i controlli alla frontiera”, come previsto dal nuovo regolamento.
Sempre più ostilità
“Nel frattempo – racconta Cavalli – abbiamo iniziato a registrare sempre maggiore ostilità”. E dire che si tratta di una rete che ha Linea d’ombra come perno, ma tiene insieme centri sociali e scout, valdesi e associazioni che si occupano di accoglienza, collettivi e chiesa valdese. E non si tratta neanche solo di ragazzini: a distribuire pasti ci sono tante di quelle generazioni da tenere insieme nonni e nipoti senza che nessuno si senta di troppo. Alla destra cittadina non sono mai stati simpatici, ma si tratta di una realtà consolidata e stimati, tanto da meritarsi negli anni scorsi il San Giusto d’oro, il premio che in città viene consegnato ogni anno alle personalità illustri di Trieste.
A inizio settembre, arriva dalla questura l’ordine di comunicare in anticipo la presenza dei volontari in piazza, con le stesse procedure previste per le manifestazioni. Ma gli attacchi, social e non, sono diventati più frequenti. Poi sono arrivati gli esposti. Infine le aggressioni, per lo più verbali, di militanti dell’estrema destra. “Anche quando sono avvenute in piazza, nessuno è intervenuto, nonostante fosse pieno di forze dell’ordine”, raccontano gli attivisti. Quando però, qualche settimana fa, un diverbio fra un ragazzo afghano e alcuni dei volontari storici, fra cui il fondatore Gian Andrea Franchi, 90 anni compiuti ma regolarmente presenta in piazza diventa assai acceso, la musica cambia.
Prendendo un po’ tutta la rete alla sprovvista, l’associazione decide di avere qualche giorno di pausa, ma quando torna in piazza, arrivano le limitazioni: tempi contingentati, distribuzione pasti e coperte e informativa sociale e legale limitata a solo poche ore, dalle 18 alle 20, controlli sempre più stretti. “E se alle 20.15 arrivasse un ragazzo sbranato dai cani della polizia croata, con le scarpe tenute insieme dai lacci, se avesse visto i compagni di viaggio annegati nella Kulpa e fosse bisognoso di soccorso? Prestargli aiuto potrebbe comportare la violazione dell’articolo 650 del codice penale”, è uno dei messaggi sul profilo di Lorena Fornasir, fondatrice dell’associazione. "Una ferita da medicare può aspettare. Chi ha fame può aspettare. Chi scappa dalle più orrende repressioni può aspettare. La festa, invece, no. La città che vuole mostrarsi bella, divertente, audace, insomma una città sotto l’effetto di sostanze alteranti, assunte per scappare dalla realtà”, protesta un altro.
In piazza arrivano anche i Nas. “Sono venuti a controllare persino la distribuzione di pizza al taglio, appena comprata da un esercente della zona”, racconta chi era in piazza. Linea d’ombra si era preparata, in mano aveva già le certificazioni necessarie per la distribuzione pasti e persino una pec del sindaco Dipiazza – non certo un sostenitore delle attività solidaristiche – che riconosce l’assoluta legittimità dell’intervento umanitario. Eppure.
Sabato e domenica tutta l’attività per ordine della Questura si ferma. Di giorno le reti di supporto rimangono attive, la sera, quando dal Carso scendono i gruppi – spaesati, impauriti – in transito o arrivati per restare, la piazza – da sette anni ogni sera riempita da una rete solidale che supplisce con il volontariato alle lacune istituzionali – rimarrà vuota. E ancora non è chiaro per quanto. I migranti, che transitino o restino, nella città ancora inebriata dai postumi della Barcolana, sono sempre più ombre, destinate a sopravvivere confondendosi con quelle dei magazzini in rovina del Porto vecchio.