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L’oncologo: “Il nuovo farmaco per il tumore al pancreas allunga la vita, ma le incognite sono tante”

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Intervista a Michele Reni del San Raffaele, vincitore del premio Airc al Quirinale: “Non abbiamo ancora medicinali che permettono di guarire. Noi medici però possiamo chiederci cosa fare per migliorare i trattamenti e far sopravvivere un paziente più a lungo”. La Fondazione per la ricerca sul cancro dà il via ai Giorni della Ricerca
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Un tumore del pancreas costringe a riflettere: cosa conta di più adesso nella vita? Vale per chi soffre, ma vale anche per chi cura. “Non abbiamo ancora farmaci salvavita, che permettono cioè di guarire. Noi medici però possiamo chiederci cosa fare per migliorare i trattamenti e far vivere un paziente più a lungo” riflette Michele Reni, vincitore del premio biennale Guido Venosta conferito dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, oggi al Quirinale, “per la dedizione e il rigore con cui ha promosso studi clinici indipendenti e innovativi per la cura del carcinoma del pancreas, una delle neoplasie più difficili da trattare”.

Reni insegna Oncologia Medica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, è primario dell’Unità Operativa di Oncologia e del Day Hospital Oncologico. Fa parte anche del Pancreas Center dell'Irccs Ospedale San Raffaele. Il suo gruppo ha ricevuto per sette anni uno dei finanziamenti del 5x1000 dell’Airc.

Sono ogni anno 1,8 milioni gli italiani che scelg…

Un tumore del pancreas costringe a riflettere: cosa conta di più adesso nella vita? Vale per chi soffre, ma vale anche per chi cura. “Non abbiamo ancora farmaci salvavita, che permettono cioè di guarire. Noi medici però possiamo chiederci cosa fare per migliorare i trattamenti e far vivere un paziente più a lungo” riflette Michele Reni, vincitore del premio biennale Guido Venosta conferito dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, oggi al Quirinale, “per la dedizione e il rigore con cui ha promosso studi clinici indipendenti e innovativi per la cura del carcinoma del pancreas, una delle neoplasie più difficili da trattare”.

Reni insegna Oncologia Medica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, è primario dell’Unità Operativa di Oncologia e del Day Hospital Oncologico. Fa parte anche del Pancreas Center dell'Irccs Ospedale San Raffaele. Il suo gruppo ha ricevuto per sette anni uno dei finanziamenti del 5x1000 dell’Airc.

Sono ogni anno 1,8 milioni gli italiani che scelgono la Fondazione per la ricerca sui tumori come destinazione del 5x1000. Dal 2010 questi fondi hanno sostenuto 23 programmi speciali per la ricerca di nuove terapie.

La premiazione di Reni da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto oggi “I Giorni della Ricerca” dell’Airc, la campagna più importante della Fondazione per la comunicazione e la raccolta fondi.

Dall’1 all’8 novembre ci sarà la Maratona sulle reti Rai e il 7 novembre i volontari Airc porteranno in piazza i Cioccolatini della Ricerca.

I fondi raccolti finanzieranno il lavoro di medici e scienziati come Reni. Il tumore di cui si occupa, al pancreas, colpisce circa 15mila persone ogni anno in Italia ed è il cancro con il più basso tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi: 12 per cento.

Di recente però è arrivato un nuovo farmaco che si chiama daraxonrasib e ha allungato la sopravvivenza.

“È stato scritto che riduce il rischio di morire. In realtà non offre possibilità di guarigione. Allunga in media di 3 mesi e mezzo rispetto ai trattamenti tradizionali il periodo in cui il tumore smette di crescere. Prolunga la vita, a un costo di circa 40mila euro al mese, e pone molte domande delicate”.

Abbiamo letto di malati partiti per gli Stati Uniti per ricevere questo trattamento. Perché?

“È prodotto da un’azienda americana e finora la sua vendita è autorizzata solo lì. Anche in Europa siamo vicini all’approvazione da parte dell’Ema, l’Autorità Europea per i Medicinali. Poi ogni stato dovrà contrattare il prezzo con l’azienda. Potrebbero volerci mesi, o qualche anno, ma c’è un’ulteriore complicazione. Una nuova legge americana impone che il prezzo di un farmaco negli Stati Uniti non possa essere inferiore al prezzo più basso stabilito in un paese europeo. Offrendo troppo poco, uno stato potrebbe vedersi opporre un rifiuto da parte dell’azienda”.

Non dev’essere facile da spiegare a un paziente.

“E il tutto in 15 minuti, il tempo che ci è concesso per ogni visita. A volte mi chiedo che senso abbia allungare la vita di pochi mesi con un farmaco che ha effetti collaterali non inferiori a quelli di una chemioterapia, e poi non avere il tempo per curare la persona, in tutti i suoi aspetti, nel migliore dei modi. Il nostro ambulatorio, con l’aiuto della fondazione Paola Marella, offre a dei medici oncologi di tutta Italia corsi per seguire i pazienti da ogni punto di vista: nutrizione, lotta alle infezioni, uso dei farmaci. Anche questo fa parte del valore della vita”.

Da noi quindi il farmaco non è disponibile?

“Un paziente potrebbe acquistarlo a sue spese. Occorre però che un medico oncologo inoltri richiesta all’azienda e si prenda la responsabilità in caso di eventi avversi. La casa farmaceutica non garantisce nemmeno che le dosi successive alla prima arrivino in tempo al paziente. E dire che molti dei passi avanti nella ricerca di base sono stati fatti dalla ricerca indipendente, all’interno delle università e degli istituti di ricerca pubblici”.

Per questo molti pazienti vanno in America per avere il farmaco?

“Cercano di fare tutto il possibile. C’è chi scrive al presidente della Repubblica, chi spende tutto quel che ha, chi fa collette. Anche in Italia non mancano medici che sui social si rendono disponibili a prescrivere il farmaco. Ovviamente lo fanno in regime di libera attività professionale, con un’operazione deontologicamente non troppo corretta. Spesso si leggono notizie di farmaci salvavita che in realtà non sono tali. Il giorno dopo i pazienti vengono da noi, fanno la coda, e dobbiamo spiegargli con più precisione come stanno le cose”.

Quando però i risultati di daraxonrasib sono stati resi pubblici al congresso americano di oncologia, il 31 maggio, i medici in sala si sono alzati per una standing ovation.

“Mi piacerebbe vederne una simile per quei ricercatori indipendenti che hanno reso pubbliche le conoscenze di base, permettendo di arrivare a quel farmaco. Ma va bene anche così. Per anni il tumore del pancreas è stato una malattia orfana, abbandonata dalla ricerca. Ora vediamo una nuova energia, molti sforzi per arrivare finalmente a delle cure migliori”.

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