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L’italiano sopravvissuto: “Ero vicino a mia sorella, temo che lei sia morta”

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“L’ultima immagine che ho, prima di perdere conoscenza, è Ana Martina che non risponde quando la chiamo. Non respirava più”
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TOLEDO – Edificio 3, quinto piano, stanza 561. Letto unico. Il cartoncino giallo ci consente di superare gli accessi riservati e l’infermiere, lasciato l’ascensore dell’ospedale universitario di Toledo alle spalle, apre la porta della “561” e ci lascia davanti a Jeremías Conte Grande, l’italiano sopravvissuto al disastro di Urda.

Ha 36 anni, una figlia di tre mesi, una moglie, Samira, di trentatré. Vive a Torrejon de Ardoz, comune a est di Madrid. È nato in Argentina, a San Juan, e si è trasferito giovane in Spagna, dove è un informatore farmaceutico. È di nazionalità italiana, e non l’ha mai voluta lasciare. Un italiano residente all’estero. Il bisnonno nel 1915 lasciò Fenestrelle, sulle montagne sopra Torino, «e mio nonno non ha mai smesso di raccontarmi quel paese, quella storia, quell’Italia».

Parla a fatica, Jeremías. Ha il volto tumefatto e molti pezzi rotti: due costole fratturate, così la scapola destra e, dice, la cervicale. La gamba destra è bendata, dalla coscia al piede, l…

TOLEDO – Edificio 3, quinto piano, stanza 561. Letto unico. Il cartoncino giallo ci consente di superare gli accessi riservati e l’infermiere, lasciato l’ascensore dell’ospedale universitario di Toledo alle spalle, apre la porta della “561” e ci lascia davanti a Jeremías Conte Grande, l’italiano sopravvissuto al disastro di Urda.

Ha 36 anni, una figlia di tre mesi, una moglie, Samira, di trentatré. Vive a Torrejon de Ardoz, comune a est di Madrid. È nato in Argentina, a San Juan, e si è trasferito giovane in Spagna, dove è un informatore farmaceutico. È di nazionalità italiana, e non l’ha mai voluta lasciare. Un italiano residente all’estero. Il bisnonno nel 1915 lasciò Fenestrelle, sulle montagne sopra Torino, «e mio nonno non ha mai smesso di raccontarmi quel paese, quella storia, quell’Italia».

Parla a fatica, Jeremías. Ha il volto tumefatto e molti pezzi rotti: due costole fratturate, così la scapola destra e, dice, la cervicale. La gamba destra è bendata, dalla coscia al piede, le bende coprono i punti: «Non so come sono arrivato qui, un miracolo. Soffro molto, anche se sono pieno di anestesia».

Jeremías, lei è il fratello di Ana Martina, la donna di 33 anni data per dispersa?

«È mia sorella, e per me non è dispersa. È morta. L’ultima immagine che ho, dentro il treno, prima di perdere conoscenza, è lei che non risponde quando la chiamo, non respira più».

Su quale treno eravate?

«Il Renfe, quello che è ripartito dopo la sosta in mezzo alla campagna, che ha centrato l’altro convoglio fermo. Eravamo nella seconda carrozza, uno a fianco all’altro».

Sua sorella era venuta a trovarla dall’Argentina?

«Sì. ho una figlia di tre mesi, voleva vederla, e quella mattina stava venendo con me a Cordoba, dove lavoro».

C’è la mamma, in reparto, lei ha lontani parenti ad Alba, nel Cuneese. «Ho perso due figli», singhiozza.

Per fortuna, Jeremías, lei è ancora qui. Cosa ricorda di quel mercoledì mattina?

«Non si può raccontare. Ho visto un treno volare sopra di me. Non so se erano le nostre carrozze dietro, se era quello che abbiamo speronato. Non so. Sono rimasto sveglio per mia sorella, la chiamavo, non c’era più».

Come è uscito dalla seconda carrozza?

«Non lo so, davvero. Quando ho capito che Ana Martina se n’era andata, ho chiuso gli occhi e li ho riaperti qui, in ospedale».

Quale è stato il primo pensiero?

«Ana Martina, una sorella dolce. Non aveva figli e non la vedevo da due anni, l’ho persa per sempre».

Che rapporti ha con l’Italia?

«Vengo a visitarla. Roma, le città d’arte».

Ha ricevuto le condoglianze dal ministro Antonio Tajani.

«Al telefono, sì. Voleva sapere come stavo. Gli ho detto bene, ma non è così. È venuto a trovarmi anche il re Felipe, e lo ringrazio per questo».

Entrano due infermiere, il sopravvissuto italiano, e argentino, e spagnolo, ha bisogno di riposo. Arrivano anche i familiari, e la moglie Samira. Lei racconta: «Ero a casa con la piccola e ho sentito dell’incidente dalla tv spagnola. Sapevo che mio marito e Ana Martina erano su quel treno. Ho iniziato a telefonare a Jeremías, niente. Compulsavo il suo numero, non c’era linea. Gli scrivevo. Sono rimasta quattro ore senza informazioni, un incubo. Ero gelata e guardavo la nostra figlia, poi mi hanno detto che era in ospedale a Toledo. Ho iniziato a piangere, e ringraziare».

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