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I cattolici Lgbtq+: “Francesco ci ha fatto uscire dalla clandestinità, serve un papa che ci ascolti”

(ansa)

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Gruppi, sigle e associazioni oggi guardano con speranza, ma anche con apprensione, all’elezione del nuovo Pontefice. Le testimonianze di Andrea Rubera, Vladimir Luxuria, Dea Santonico. “Oggi le nostre unioni vengono benedette e siamo accolti nelle parrocchie. E domani?”.
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“Grazie a papa Francesco noi cattolici omosessuali, lesbiche e trans siamo usciti dalla clandestinità. Oggi nelle parrocchie siamo accolti e visibili, non dobbiamo più nasconderci. E questa sì che è stata una rivoluzione. Per lunghi anni le persone Lgbtq+ sono state costrette a vivere la propria fede in solitudine e nel silenzio, oppure riunendosi lontano dai luoghi sacri. Chi sono io per giudicare un gay? ha detto invece Francesco e mai nessuno pronunciato parole così nette I nostri figli frequentano il catechismo, vengono battezzati, le nostre unioni benedette. Se però molto cambiato nella realtà e nella vita pastorale, nulla invece è mutato nella dottrina della Chiesa”.

Andrea Rubera, manager romano, è papà gay di tre figli concepiti con gestazione per altri in Canada ed è sposato con Dario De Gregorio. Portavoce del gruppo “Cammini di speranza” fa parte del frastagliato e folto mondo di omosessuali, lesbiche e persone transgender che si definiscono cattoliche, riunite in una …

“Grazie a papa Francesco noi cattolici omosessuali, lesbiche e trans siamo usciti dalla clandestinità. Oggi nelle parrocchie siamo accolti e visibili, non dobbiamo più nasconderci. E questa sì che è stata una rivoluzione. Per lunghi anni le persone Lgbtq+ sono state costrette a vivere la propria fede in solitudine e nel silenzio, oppure riunendosi lontano dai luoghi sacri. Chi sono io per giudicare un gay? ha detto invece Francesco e mai nessuno pronunciato parole così nette I nostri figli frequentano il catechismo, vengono battezzati, le nostre unioni benedette. Se però molto cambiato nella realtà e nella vita pastorale, nulla invece è mutato nella dottrina della Chiesa”.

Andrea Rubera, manager romano, è papà gay di tre figli concepiti con gestazione per altri in Canada ed è sposato con Dario De Gregorio. Portavoce del gruppo “Cammini di speranza” fa parte del frastagliato e folto mondo di omosessuali, lesbiche e persone transgender che si definiscono cattoliche, riunite in una fitta rete di gruppi, sigle e associazioni che oggi guarda con speranza ma anche con apprensione all’elezione del nuovo papa. Perché seppure in chiaroscuro, con molte contraddizioni e senza mai scalfire i cardini del cattolicesimo che continuano a definire le relazioni omosessuali come portatrici di “disordine morale”, addirittura la sessualità non etero come “peccato mortale”, papa Francesco, dice Andrea Rubera, “ci ha spalancato le porte della Chiesa, dove fino ad allora eravamo ospiti non graditi, ricordo bene l’ostracismo sulla nostra pelle”. Se dunque il conclave eleggesse un papa conservatore, espressione delle aree più integrali del cattolicesimo, le diocesi africane ad esempio, il rischio, aggiunge Rubera, “è che questo delicato cammino si interrompa, allontanando di nuovo molti credenti dalla casa di Dio e non solo tra le persone Lgbtq+”.

Perché, invece, le testimonianze di una “Chiesa ritrovata” durante il pontificato di Bergoglio, da parte di chi ne era tradizionalmente escluso sono tante. Vladimir Luxuria, simbolo del movimento transgender italiano, racconta di essere tornata al cattolicesimo nel 2013, “proprio nei mesi in cui don Gallo, il primo ad affermare che anche noi trans siamo un dono di Dio, moriva, mentre papa Francesco veniva eletto”. O le testimonianze dei gruppi riuniti nella rete “3VolteGenitori”, famiglie di veri credenti alle prese con lo “tsunami” emotivo e ideologico del coming out di un figlio o di una figlia, considerati dalla Chiesa dei peccatori e moralmente condannati. Racconta Dea Santonico, mamma di Emanuele, omosessuale. “Papa Francesco non ha potuto o non ha voluto agire sui cardini della dottrina, però ha “aperto” alle persone Lgbtq in quanto persone, ci ha più volte ricevuti, ha risposto alle nostre lettere, ha introdotto la pastorale per le comunità gay, lesbiche e trans. La Fiducia Supplicans, dichiarazione del Dicastero della fede dove si afferma, nero su bianco, che i sacerdoti possono benedire le unioni omosessuali, è una realtà, un messaggio che ha aiutato tanti genitori a fare un percorso verso i propri figli. Tornare alle parole di condanna, all’esclusione, riaprirebbe ferite e lacerazioni nelle famiglie. (E com’è noto nel conclave il partito della restaurazione sui temi etici e la morale sessuale invece c’è ed è forte, dal cardinale tedesco Muller all’americano Dolan, dal ghanese Turkson all’ungherese Peter Erdo). Le speranze dei cattolici Lgbtq+, invece, sono riposte su figure più progressiste, come i cardinali Zuppi e Pizzaballa.

Anche nella vita di Alessandra Gastaldi, lesbica, 51 anni, oggi project manager, un passato da attivista nell’azione cattolica, le parole di Francesco hanno avuto una eco forte, anche se contraddittoria. “Nella mia famiglia, molto molto legata alla Chiesa, la possibilità che una figlia fosse lesbica non era contemplata. Era semplicemente impensabile, come se quel mondo non esistesse. Ho lasciato l’azione cattolica quando all’università mi sono innamorata di una donna che ho amato per 16 anni in segreto. Ormai adulta ho fatto coming out trovando una Chiesa divisa: c’è chi mi ha accolto e chi mi ha respinto. E papa Francesco è stato lo specchio di questa contraddizione: lasciando il catechismo così com’è non ha attenuato la condanna nei nostri confronti, pur “riabilitandoci” come persone. Ma il fatto che la dottrina sia rimasta uguale a se stessa, se arrivasse un papa conservatore, potrebbe cancellare le poche ma importanti innovazioni di Francesco”.

Certo, nel pontificato di Bergoglio restano frasi pesanti come pietre, da “c’è tanta frociaggine dentro la Chiesa”, a “l’ideologia gender è il pericolo più brutto, annulla l’umanità”. Andrea Rubera, però suggerisce di cambiare la prospettiva. “La rivoluzione di Bergoglio bisogna guardarla da dentro la Chiesa, non dal di fuori, dove sembra non sia cambiato nulla”. Capire insomma quel mondo a parte che è il Vaticano, dove a volte le riforme avvengono prima nei fatti e poi nella dottrina. “Fino a Ratzinger, il Vaticano si era sempre opposto alla decriminalizzazione dell’omosessualità. Nel 2024 Bergoglio ribalta frontalmente la posizione della Chiesa e dichiara “contrario alla dignità umana discriminare, o perseguitare, una persona per il suo orientamento sessuale”. A mio parere è una rivoluzione epocale, come la benedizione delle coppie gay. Sì, fu poi specificato che le benedizioni dovevano avvenire fuori dalla liturgia, molti nella comunità Lgbtq lo interpretarono come una marcia indietro, io penso invece che pur tra un’infinità di contraddizioni si sia trattato di passi in avanti”.

E Andrea Rubera ricorda l’emozione di una telefonata di papa Francesco. “Era il 2015. Risposi soltanto alla terza chiamata di quel numero sconosciuto. Gli avevo scritto una lettera nella quale raccontavo di essere un papà gay, del desiderio di dare un’educazione cattolica ai propri figli con il timore però di essere respinto dalla Chiesa. Incredibilmente il pap mi telefonò e fu molto incoraggiante: mi disse di andare dal mio parroco, di non avere paura e di chiamarlo se avessi incontrato delle difficoltà”.

Racconta Vladimir Luxuria: “Posso dire con serenità che papa Francesco mi ha cambiato la vita. Da tempo mi ero allontana dalla fede: da ragazza a Foggiai il parroco mi aveva detto cose ignobili quando manifestai la mia intenzione di iniziare la transizione. Chiusi con la Chiesa e quel cattolicesimo integralista. Poi però incontrai don Gallo, la comunità di San Benedetto al Porto, a Genova, dove noi trans eravamo figlie amate. Nel 2013, proprio per rispettare un desidero di don Gallo e pensando anche a questo nuovo papa, così diretto, così vicino gli emarginati - e noi trans eravamo e siamo emarginate - feci di nuovo la comunione in una chiesa dei Quartieri Spagnoli a Napoli. Così sono tornata alla fede”.

Dea Santonico ha oltre sett’anni e un lunga militanza nella comunità cristiana di base di San Paolo fuori le mura, fondata a Roma da Giovanni Franzoni, il famoso “abate rosso” scomunicato nel 1974. “Mio figlio trovò il coraggio di parlarci della sua omosessualità soltanto a 27 anni, dopo una lunga e dolorosa segretezza. Pensando a quanto doveva aver sofferto Emanuele prima di dichiararsi, ho deciso di impegnarmi nel sostegno dei genitori cattolici di figli e figlie Lgbtq+. Noi venivamo da un’ esperienza di cattolicesimo aperto, quindi accogliere Emanuele, oggi felicemente sposato con il suo compagno, fu in qualche modo spontaneo, ma per molte famiglie credenti è ancora una tragedia. Il messaggio di papa Francesco, nonostante le cadute, ci ha portati a uscire dall’ombra. La nostra paura, adesso, è l’elezione di un pontefice che ci riporti indietro, causando enormi sofferenza ai nostri figlie e figlie omosessuali, lesbiche e trans”.

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