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L’attesa nel paese di Parolin: “Da bambino diceva messa dal balcone di casa”

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A Schiavon, nel Vicentino, le campane sono pronte per suonare a festa: “Se diventerà Papa saremo all’altezza, ma per noi resterà sempre don Piero”
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SCHIAVON – Sono pronte per suonare a festa la campane della chiesa di Santa Margherita, la parrocchia di Schiavon dove Pietro Parolin andava a messa da bambino. Il cardinale, tra i favoriti alla successione di papa Francesco, è nato a pochi metri dalla piazza centrale del piccolo paese del Vicentino, 2500 abitanti ai piedi del Monte Grappa e dell’altopiano di Asiago. “La sua vocazione – dice raggiante il parroco don Luciano Attorni – è stata precoce e si è rivelata qui grazie a una famiglia straordinaria. Anche per noi, travolti dall’orgoglio, in caso di elezione si profila una grande responsabilità: essere collettivamente all’altezza di quello che per noi resta don Piero. Ogni lunedì di Pasqua ha celebrato messa qui: quest’anno per la prima volta ha saltato l’appuntamento, poche ore dopo la morte di papa Francesco”.

Dall’apertura del Conclave Schiavon e l’intero Veneto trattengono il fiato, in attesa di un annuncio sperato ma allo stesso tempo messo in un angolo del cuore per sc…

SCHIAVON – Sono pronte per suonare a festa la campane della chiesa di Santa Margherita, la parrocchia di Schiavon dove Pietro Parolin andava a messa da bambino. Il cardinale, tra i favoriti alla successione di papa Francesco, è nato a pochi metri dalla piazza centrale del piccolo paese del Vicentino, 2500 abitanti ai piedi del Monte Grappa e dell’altopiano di Asiago. “La sua vocazione – dice raggiante il parroco don Luciano Attorni – è stata precoce e si è rivelata qui grazie a una famiglia straordinaria. Anche per noi, travolti dall’orgoglio, in caso di elezione si profila una grande responsabilità: essere collettivamente all’altezza di quello che per noi resta don Piero. Ogni lunedì di Pasqua ha celebrato messa qui: quest’anno per la prima volta ha saltato l’appuntamento, poche ore dopo la morte di papa Francesco”.

Dall’apertura del Conclave Schiavon e l’intero Veneto trattengono il fiato, in attesa di un annuncio sperato ma allo stesso tempo messo in un angolo del cuore per scongiurare la possibile delusione. “Venezia nell’ultimo secolo ha donato alla Chiesa tre papi – dice l’ex parroco Luigi Chemello – Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. In conclave i cardinali veneti sono quattro: oltre a Parolin, il bassanese Fabio Baggio, i veronesi Mario Zenari e Claudio Gugerotti. Una rappresentanza numericamente superiore a quella della Germania di Ratzinger, pari a quella della Polonia di Wojtyla e dell’Argentina di Bergoglio. Difficile, nonostante le previsioni dei vaticanisti, immaginare un altro veneto sul soglio di Pietro”. L’intero Veneto, grazie alla sua vocazione missionaria, è davvero una “super-potenza” della Chiesa: restando al solo Vicentino, altri tre cardinali sono rimasti fuori dal conclave per limiti di età. Nulla di strano così, in attesa della fumata bianca, se una piccola folla resta riunita anche nel caffè Centrale, davanti al municipio di Schiavon.

Per seguire le fumate dal comignolo vaticano da mercoledì sera si danno appuntamento amici e compagni di scuola di Parolin, rispettando il silenzio della famiglia, ritirata in casa. “Da bambino giocavo con Piero – dice Marco Cogo – e ricordo che aveva qualcosa di diverso da tutti. A volte rubava il grembiule da cucina di sua mamma e officiava messa dal balcone di casa. La fede per lui è stata tutto da subito”. Grande emozione anche nella vicina Schio, dove nei primi anni Ottanta Parolin è stato parroco nella chiesa della Santa Trinità, unica esperienza pastorale nella sua vita. “Da giovane diacono e poi da parroco – dice Beppe Bevilacqua, compagno di gioventù e grande amico ancora oggi - si occupava dei giovani e degli scout. I ragazzi lo chiamavano don Baloo, un po’ per la bontà e un po’ per la stazza. Nei campi, in montagna, leggeva e studiava sempre, fino all’alba. Una volta, prima di pranzo, per scherzo gli ho detto: “Piero, stùdito da papa”? Mi ha risposto: “Sito mato?”. Dopo un breve silenzio ha aggiunto: “Hai ragione, l’importante è fare”. Ha spostato i libri ed è venuto ad aiutarmi a pelare le patate. Da quel giorno pelare patate, o mescolare la polenta a malga Lora, sopra Valdagno, sono diventate le sue mansioni ufficiali”. Una semplicità e un affetto per le origini, confermato nello stemma cardinalizio: al centro c’è un piccolo paiolo, che in lingua veneta si chiama appunto “parolin”, come il cognome paterno.

Tutti, nel Vicentino, sono pronti a partire per Roma. In caso di elezione la diocesi organizzerà treni e pullman speciali per portare subito i fedeli ad abbracciare il loro don Piero, pur partito 43 anni fa per verso la carriera diplomatica presso la Santa Sede. “Siamo stati cappellani insieme – dice don Beppe Gobbo, fondatore della cooperativa Radicà, che aiuta i minori in situazioni di disagio – fino a un mese fa quando andavo a Roma cenavamo insieme. Mi chiedeva di compaesani e parrocchiani, ricorda i nomi e le storie di tutti, ogni dettaglio del passato. La sua inclinazione verso una diplomazia della pace affonda nel carattere: quando c’era uno screzio in parrocchia, lui correva ad appianare gli attriti. In caso di elezione so che continuerà nel solco di Francesco”.

Tra chi lo conosce bene, per tracciarne un sintetico profilo, ricorrono i medesimi termini: “Semplicità – dice Paolo Cortese, compagno alle elementari – umiltà, bontà. E poi senso pastorale, destinatario da sempre di una stima trasversale, dotato di una grande amore per la Chiesa. La figura perfetta per far mettere radici ai semi piantati da papa Francesco”. Chi gli parlato fino a poche ore dall’apertura del conclave, lo descrive “tranquillo e sereno, per nulla attratto dalla prospettiva di un suo pontificato, ancora profondamente ed esclusivamente parroco, o catechista per i bambini delle elementari”. “Dopo la morte di Bergoglio – dice l’amico Mario Ruaro – era dispiaciuto per il rinvio della canonizzazione di Carlo Acutis. Mi ha detto di non preoccuparmi, che presto sarebbe tornato in paese e che ci saremmo visti. Anch’io, scherzando gli ho detto: ”Piero, niente scherzi, non è che te diventi papa?”. E lui, ridendo, con la battuta che ci faceva sempre: “Papa mi, situ mato?”.

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