Mani intrecciate, s’indovinano a dita strette, bianche, in pressione, rapido saluto a braccia aperte, un ponte virtuale con la piazza, poi di nuovo mani intrecciate, di nuovo un saluto con la destra, ora con la sinistra, ma ancora e a lungo e soprattutto attraggono lo sguardo quelle mani intrecciate sul petto o, se si preferisce, sul cuore.
Il Papa nuovo sotto scrutinio al balcone: gestualità posturale e apostolica, osservazioni captate senza sonoro e valutazioni convenientemente azzardate perché da un lato le visioni a distanza, diciamo pure le immagini, sconsigliano interpretazioni univoche e dall’altro perché certe cose lassù si sa come cominciano, ma non come vanno a finire.
Mani intrecciate, s’indovinano a dita strette, bianche, in pressione, rapido saluto a braccia aperte, un ponte virtuale con la piazza, poi di nuovo mani intrecciate, di nuovo un saluto con la destra, ora con la sinistra, ma ancora e a lungo e soprattutto attraggono lo sguardo quelle mani intrecciate sul petto o, se si preferisce, sul cuore.
Il Papa nuovo sotto scrutinio al balcone: gestualità posturale e apostolica, osservazioni captate senza sonoro e valutazioni convenientemente azzardate perché da un lato le visioni a distanza, diciamo pure le immagini, sconsigliano interpretazioni univoche e dall’altro perché certe cose lassù si sa come cominciano, ma non come vanno a finire.
Con una punta di rassegnazione si può aggiungere che i registi e gli operatori del tg adorano le folle esultanti e le inquadrature da lontano, grandiose e monumentali, a scapito dei primi piani e di riprese ravvicinate, iper-visibili, come invece la rete impone — e da questo punto di vista all’impietosa attenzione non sfugge un tic che dalla narice destra arriva sotto l’occhio.
Peccato non si siano potuti vedere i piedi, non solo per il tipo di scarpe indossate, ma in quanto sono gli organi che, proprio perché lontani dalla testa, in realtà “parlano” di più. In ogni caso Papa Prevost appare abbastanza saldo, ha una voce che risuona più giovane della sua età (69), gli occhi sono mobili, ad alcuni è parso emozionato, mentre secondo un’altra scuola mostrava a sorpresa un’espressione piuttosto soddisfatta, o almeno questo diceva la piega della bocca. Ha afferrato la cartella e i fogli con una certa energia, pronto a sottolineare ritmicamente i concetti con la mano destra. Ha quindi salutato di nuovo la piazza a palme aperte, però con misura e accettabile sincronia; alla fine si è riposizionato a mani strette e giunte, secondo l’intreccio di partenza che a dar retta ai manuali di body language di solito vorrebbe esprimere un atteggiamento di difesa e anche di frustrazione, ma che in ambito ecclesiastico accompagna soprattutto la preghiera.
“Mani di Papi” s’intitola appunto un capitolo di un saggio di Claudio Franzoni dal titolo Da capo a piedi: racconti del corpo moderno (Guanda, 2013). Vi si legge che, a differenza dei capi politici, braccia, mani e dita dei pontefici sono “organi spirituali”, appendici corporee da cui promanano abbracci, preghiere e benedizioni, più raramente moniti, ma tutto quel che si vede in fondo alla prima apparizione dalla Loggia ha il senso di una rivelazione e forse anche di un presagio confezionato e insieme vissuto secondo i codici e i target dei media.
In tempi piuttosto remoti, decisamente pre-televisivi, Pio XII apparve così alto, sottile e ieratico da potersi collocare entro un bassorilievo assiro; mentre di Roncalli fu notato che a causa della veste stretta al balcone non poté alzare le braccia, “le catene del Pontificato” spiegò lui con un certo humour. Paolo VI, fra i papi più intellettuali della storia, nascondeva le mani come sconcertato dalla loro fragilità. Di Papa Luciani colpì il sorriso mite e l’intonazione cantilenante; al contrario di Wojtyla che appena eletto, come primissimo gesto, si appoggiò deciso sulla balaustra di marmo e fino all’ultimo, anche se ormai preda del Parkinson, ebbe mani che a Claudio Magris sembrarono “ruvide e forti”.
L’uscita di Ratzinger fu contraddittoria, un po’ aveva l’aspetto di un principe teutonico, un altro po’ quello di un uccellino fuori dal nido. Francesco invece trasmetteva una forza tranquilla e, inquadrato per un istante da dietro, spalle belle larghe. Con Leone XIV prosegue la storia visiva dei pontefici. Vederli, in questo secolo, significa moltissimo — anche se spesso la vista inganna e il diluvio di immagini ha pur sempre bisogno di cuore.