NEW YORK. LA PARADOSSALE vicenda dell'ultimo libro di Francesca Marciano è esemplare per capire le contraddizioni e le miopie del nostro sistema editoriale. In Italia l'autrice, che è nata e vive a Roma, è apprezzata soprattutto come sceneggiatrice eclettica e di grande professionalità (ha lavorato con Bertolucci, Salvatores e Verdone), ma in realtà è una narratrice tradotta in diciassette paesi, dove è ammirata come scrittrice di romanzi e racconti. Ne è prova evidente The Other Language, che in Italia non ha ancora un editore, ma che negli Usa è stato pubblicato dalla Pantheon con recensioni eccellenti: sul New York Times Michiko Kakutani ha paragonato le sue storie a quelle di Alice Munro, mentre il Kirkus Review ha definito la raccolta "una gemma". Non meno entusiasti gli scrittori: Gary Shteyngart si è dichiarato "pazzo" del libro, mentre Jhumpa Lahiri ha definito questa magnifica raccolta "stupefacente", e scritta "con straordinaria chiarezza ed eleganza". "Non so spiegarmi questo diverso apprezzamento" racconta con garbo Marciano e senza alcuna vena polemica "alcuni dei miei libri precedenti sono stati tradotti anche in Italia. In questo caso posso ipotizzare che il problema è che scrivo in inglese, o forse c'è uno schema rigido, secondo il quale rimango una sceneggiatrice".
Ha vissuto in America e in Africa: come ha formato ciò la sua scrittura?
"In maniera imprescindibile: mi sono trasferita a New York giovanissima, leggendo tanta narrativa americana, che è rimasta dentro di me. Oltre all'esperienza di vita devo molto alla lettura di Paul Bowles, Alice Munro, Richard Yates e John Cheever. L'esperienza africana è stata più fisica e in qualche modo speculare. Mi sono sentita una cosa piccola in uno spazio grandissimo ed è stato come rovesciare la clessidra. È lì che ho scritto il mio primo romanzo".
Perché ha iniziato a scrivere in inglese?
"Non c'è una premeditazione: vivevo lì e la storia era ambientata in quei luoghi. Mi sforzai di scrivere in italiano, ma suonava falso: l'inglese era la lingua con cui pensavo e mi esprimevo".
Ritiene che la narrativa italiana sia paragonabile oggi a quella degli altri paesi?
"Sì, e abbiamo una grandissima autrice, che ritengo scandaloso non sia mai neanche entrata a far parte delle cinquine dello Strega: Elena Ferrante. All'interno di un mondo spesso prigioniero del minimalismo ha una scrittura di una grandissima potenza, terrena e sfrontata".
Lei cita Derek Walcott: "Per cambiare la tua lingua devi cambiare la tua vita".
"È come abbandonare una parte di se stessi ed entrare in altro mondo. Parlare un'altra lingua è anche una liberazione: non sei più legato a quella dell'infanzia, e ne vieni rigenerato".
Il suo libro tratta la fallacia dei vincoli e dei sentimenti.
"Sì, ma la consapevolezza di questa fragilità, e la rottura di alcuni vincoli, non rappresentano una sconfitta, ma un passaggio. Sono momenti di transizione e reinvenzione: è fondamentale saper accettare di non essere quello che si avrebbe voluto, e aver consapevolezza dei propri limiti".
Lei affronta anche il peso del passato.
"È un elemento inesorabile, ma l'importante è saper reinventare e reinterpretare, contrastando la trappola della nostalgia".
Ha vissuto in America e in Africa: come ha formato ciò la sua scrittura?
"In maniera imprescindibile: mi sono trasferita a New York giovanissima, leggendo tanta narrativa americana, che è rimasta dentro di me. Oltre all'esperienza di vita devo molto alla lettura di Paul Bowles, Alice Munro, Richard Yates e John Cheever. L'esperienza africana è stata più fisica e in qualche modo speculare. Mi sono sentita una cosa piccola in uno spazio grandissimo ed è stato come rovesciare la clessidra. È lì che ho scritto il mio primo romanzo".
Perché ha iniziato a scrivere in inglese?
"Non c'è una premeditazione: vivevo lì e la storia era ambientata in quei luoghi. Mi sforzai di scrivere in italiano, ma suonava falso: l'inglese era la lingua con cui pensavo e mi esprimevo".
Ritiene che la narrativa italiana sia paragonabile oggi a quella degli altri paesi?
"Sì, e abbiamo una grandissima autrice, che ritengo scandaloso non sia mai neanche entrata a far parte delle cinquine dello Strega: Elena Ferrante. All'interno di un mondo spesso prigioniero del minimalismo ha una scrittura di una grandissima potenza, terrena e sfrontata".
Lei cita Derek Walcott: "Per cambiare la tua lingua devi cambiare la tua vita".
"È come abbandonare una parte di se stessi ed entrare in altro mondo. Parlare un'altra lingua è anche una liberazione: non sei più legato a quella dell'infanzia, e ne vieni rigenerato".
Il suo libro tratta la fallacia dei vincoli e dei sentimenti.
"Sì, ma la consapevolezza di questa fragilità, e la rottura di alcuni vincoli, non rappresentano una sconfitta, ma un passaggio. Sono momenti di transizione e reinvenzione: è fondamentale saper accettare di non essere quello che si avrebbe voluto, e aver consapevolezza dei propri limiti".
Lei affronta anche il peso del passato.
"È un elemento inesorabile, ma l'importante è saper reinventare e reinterpretare, contrastando la trappola della nostalgia".