Bernardo Valli, passione reporter
Eugenio Scalfari, di EUGENIO SCALFARIRaccolti per la prima volta in un volume i reportage del grande inviato. E Scalfari ricorda quando chiese all'amico di una vita di dirigere Repubblica
HO avuto e avrò finché saremo in vita un rapporto di fratellanza con Bernardo Valli ed è da qui che voglio cominciare per segnalare l'uscita del suo primo libro. Non è un libro con un tema, una trama, dei personaggi e neppure un libro saggistico di pensieri che si svolgono attorno a qualche problema. È una raccolta dei suoi articoli, una selezione dal 1956 ad oggi, pubblicati sui quotidiani nei quali ha lavorato per cinquantotto anni: Il Giorno, il Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica dove arrivò nel 1977. La nostra fratellanza dura da allora, cioè da 37 anni.
Non è stata soltanto un sentimento di reciproco affetto; a me è servita per capire le caratteristiche di un personaggio insolito, vorrei dire eccezionale, del giornalismo italiano ed europeo; come lui nella mia lunga carriera ne ho conosciuti ben pochi, anzi a ben pensarci nessuno.
Quell'eccezionalità emerge come primo segnale dall'indice del volume…
Non è stata soltanto un sentimento di reciproco affetto; a me è servita per capire le caratteristiche di un personaggio insolito, vorrei dire eccezionale, del giornalismo italiano ed europeo; come lui nella mia lunga carriera ne ho conosciuti ben pochi, anzi a ben pensarci nessuno.
Quell'eccezionalità emerge come primo segnale dall'indice del volume…
HO avuto e avrò finché saremo in vita un rapporto di fratellanza con Bernardo Valli ed è da qui che voglio cominciare per segnalare l'uscita del suo primo libro. Non è un libro con un tema, una trama, dei personaggi e neppure un libro saggistico di pensieri che si svolgono attorno a qualche problema. È una raccolta dei suoi articoli, una selezione dal 1956 ad oggi, pubblicati sui quotidiani nei quali ha lavorato per cinquantotto anni: Il Giorno, il Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica dove arrivò nel 1977. La nostra fratellanza dura da allora, cioè da 37 anni.
Non è stata soltanto un sentimento di reciproco affetto; a me è servita per capire le caratteristiche di un personaggio insolito, vorrei dire eccezionale, del giornalismo italiano ed europeo; come lui nella mia lunga carriera ne ho conosciuti ben pochi, anzi a ben pensarci nessuno.
Quell'eccezionalità emerge come primo segnale dall'indice del volume che fornisce la testimonianza dei luoghi, delle popolazioni, della storia e dei problemi che in quelle terre si sono svolti. Quei luoghi sono il mondo intero, dall'America del Nord all'Amazzonia, all'Africa, alla Cina, all'India, al Medio Oriente, al Maghreb. E naturalmente all'Europa da lui percorsa palmo a palmo, dall'estremo Nord fino al Sud mediterraneo, compresa la Russia al di qua e al di là degli Urali.
Valli ormai conosce il mondo e le interconnessioni politiche e sociali nella loro globalità al punto tale che potrebbe tranquillamente scriverne seduto nel suo studio di Parigi, dando un'occhiata alle notizie di internet sull'attualità quotidiana; ma si rifiuta di farlo. Per scrivere utilizzando la sua esperienza e conoscenza di quei luoghi sente la necessità di ritornarci ogni volta, la sua testimonianza deve essere diretta e contemporanea, deve rivedere quelle strade, quelle persone, parlare con i testimoni e gli attori di quanto accade e poi, soltanto a queste condizioni, riferirne ai suoi lettori.
Ha superato da tempo gli ottant'anni, Bernardo, ma questo è il suo modo. Lo ha teorizzato nella breve introduzione al volume che in questi giorni è arrivato nelle librerie. Ha scritto: "Viaggiare per scrivere e scrivere per viaggiare? Per me posso adottare tutte e due queste ipotesi".
È esattamente così e la sua vita lo dimostra. Sarebbe affascinante se scrivesse la sua biografia che comincia con il suo arruolamento nella Legione Straniera. Qualcuno prima o poi lo farà. Nella postfazione di questo volume Francesco Contorbia ne dà qualche cenno, ma se fosse lui stesso sarebbe una testimonianza diretta d'una vita vissuta con modalità molto rare, ma Bernardo non lo farà, non è nel suo genio il gusto di parlare di sé, gli ripugnerebbe.
Eppure qualche cosa inevitabilmente trapela dagli articoli qui raccolti e dalle tre pagine che aprono la sua raccolta. Trascrivo qui solo poche righe di quella sua brevissima introduzione, che mi sembrano quanto mai significative e che la curatrice del libro, Renata Colorni, ha messo giustamente nella controcopertina. Eccole: "Non vorrei far sorridere ma mi piace l'idea di essere un piccolo, modesto, insignificante Adriano di Marguerite Yourcenar, che nella maturità avanzata guarda il passato e il presente con ponderatezza dall'alto del suo cavallo e riconosce al tempo stesso che i momenti migliori in questo nostro mestiere sono quelli della passione. L'equilibrio tra fatti e commenti che è la chiave del mestiere non può esser soltanto calcolato, non può essere freddo".
Questa sì che è una sorpresa per chi non lo conosce: Bernardo non è un osservatore disincantato. Certamente cerca l'obiettività e ne fa il metro dei suoi articoli, ma la forza che anima la sua ricerca è la passione. La domina, ma senza di essa la sua vita sarebbe stata diversa, diverso il suo modo di lavorare, diversi i risultati.
La passione non gli impedisce di veder lucidamente ciò che sotto i suoi occhi avviene, ma lo spinge verso un giudizio, unisce il racconto al commento. "L'equilibrio non può esser freddo": questa è la chiave. Tutti noi che facciamo il suo stesso mestiere sappiamo che le cose stanno così, ma la difficoltà è l'equilibrio tra racconto oggettivo e commento. Quello è molto difficile e pochissimi lo realizzano. Lui è uno di quei pochissimi ed è questo che lo ha reso prezioso per i giornali che l'hanno utilizzato. A me per esempio capita di rado di raggiungere quell'equilibrio davanti alla pagina bianca da riempire. Mi capita più frequentemente nella vita, anzi ho vissuto vicende dove c'era al tempo stesso molta passione e altrettanta ragionevolezza che poteva avere spesso la prevalenza, infatti le cronache non sono state il mio forte; il commento, quello sì. Il commento contiene un giudizio e il giudizio è inevitabilmente dominato dalla passione.
Racconterò qui un fatto che finora è conosciuto soltanto da Bernardo e da me. Si tratta di questo: era il 1989 e io avevo compiuto 65 anni, quindi ero in età di pensione. Dopo ormai aver fatto il giornalista da quarant'anni, fondato due giornali (l'Espresso e Repubblica essendone stato anche comproprietario e quindi editore insieme a Carlo Caracciolo) avendo deciso di uscire da quel mestiere, volevo approfondire la mia predilezione per la filosofia e scrivere libri, saggi soprattutto e forse, se l'estro mi fosse venuto, anche qualche romanzo. Ma non era facile lasciare Repubblica che dirigevo ormai da 13 anni. Ci sarebbe voluto un giovane che avesse il talento necessario e in più realizzasse un salto generazionale che introducesse nel giornale gli aggiornamenti necessari per conquistare i giovani che entravano in quegli anni nella vita.
Un giornalista con quelle caratteristiche non lo conoscevo e poi c'era un'altra considerazione che mi tratteneva: la redazione, da quando il giornale era nato, aveva avuto un solo direttore; un salto generazionale così inatteso poteva creare problemi interni non lievi. Ci voleva dunque una fase di transizione affidata a uno dei nostri che fosse universalmente stimato e che per qualche anno mi sostituisse. Il talento d'un trentenne sarebbe diventato più accettabile al secondo cambiamento di direzione ma non al primo.
Fatte queste considerazioni la scelta per me era semplicissima: dopo di me Bernardo Valli, il più dotato, il più accettabile e il più apprezzato dall'intera redazione. Presi un aereo e andai a trovarlo a Parigi. Ci incontrammo all'hotel dell'Opéra in place de la Madeleine e gli esposi il mio progetto. Lui ascoltò molto sorpreso, lo stupore per quella mia proposta gli si leggeva in faccia, ma non mi interruppe, ascoltò fino in fondo e poi mi disse: non sai quanto mi dispiaccia la tua decisione di andartene e quanto mi faccia piacere la proposta che mi riguarda, ma la risposta è no. La mia passione è scrivere e viaggiare. Gestire un giornale e le persone che lo fanno non è compito mio, non saprei farlo, ma soprattutto non ho nessuna voglia di farlo.
Io naturalmente insistetti anche perché non avevo alternative; parlammo per oltre un'ora, ma lui non si spostò d'un centimetro. Alla fine ci separammo. Io l'informai che sarei partito il giorno dopo alle due del pomeriggio, lo pregai di ripensarci poiché era la sola strada per far avanzare il giornale verso un futuro che non era più oltre rinviabile. L'appuntamento lo fissammo per le undici del mattino dopo ma salutandomi lui mi disse: "Verrò a ripeterti il mio no. Tu devi restare ancora e tra qualche anno troverai il giovane che ti sostituisca".
Alle undici del giorno dopo ci rivedemmo al Café de la Paix che era al pianoterra dell'albergo. Inaspettatamente mi disse: "Farò quello che hai proposto. Te lo debbo per l'affetto che ci lega da tanti anni. Non so se la scelta sia buona, ma è quella che hai fatto perciò accetto ma ad una condizione: non più di due anni. Tu nel frattempo cerca quello che mi sostituirà". Ci abbracciammo a lungo. Io ero felice per tante ragioni, a cominciare da quel gesto d'affetto che capivo quanto gli fosse costato. Il caso volle però che non se ne facesse nulla perché, tornato a Roma, seppi che gli eredi di Mario Formenton avevano venduto a Berlusconi le loro azioni di Repubblica spostando la maggioranza a suo favore. Cominciava quella che fu definita la guerra di Segrate, che durò due anni e si concluse con la spartizione degli "asset" della cosiddetta Grande Mondadori. Repubblica tornò a noi e a Carlo De Benedetti con la conseguenza che in quelle condizioni non avrei certo potuto lasciare il gironale. Bernardo ne fu felice e continuò a realizzare la sua vita professionale come aveva sempre voluto: scrivere per viaggiare e viaggiare per scrivere. Il titolo del suo libro è, non a caso, La verità del momento.
Chiudo questa mia testimonanza citando (lo faccio spesso e i miei lettori mi scuseranno) Italo Calvino. Bernardo era grande amico di Italo che in quegli anni viveva a Parigi. Talmente amici che diede da leggere a Bernardo il manoscritto del romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore perché voleva il suo parere prima di pubblicarlo. Quanto a me, Calvino è stato un altro mio fratello: quando eravamo ragazzi a Sanremo e poi di nuovo negli ultimi anni della sua vita quando lasciò il Corriere e venne a Repubblica fino a una morte che lo colse prematuramente.
Calvino sosteneva (lo scrisse nella prima delle sue Lezioni americane) che il suo temperamento era "saturnino" cioè introverso, melanconico, solitario, ma il suo desiderio sarebbe stato di esere "mercuriale" cioè estroverso, socievole, desideroso di conquistare gli altri più che di conoscere se stesso. Lui pensava che io appartenessi a questa seconda categoria e io gli risposi che aveva ragione e anche a me capitava di desiderare d'esser saturnino essendo invece mercuriale. Due opposti omologhi ed era probabilmente quella la ragione del nostro legame che durò per tutta la vita.
Perché ho ricordato questo rapporto tra Calvino e me e la sua motivazione? Perché - secondo quello che so di lui sia nella vita professionale, sia nel suo privato - Bernardo a differenza di Calvino e di me è al tempo stesso saturnino e mercuriale. Leggete la sua breve introduzione al suo libro e lo capirete anche voi.
Non è stata soltanto un sentimento di reciproco affetto; a me è servita per capire le caratteristiche di un personaggio insolito, vorrei dire eccezionale, del giornalismo italiano ed europeo; come lui nella mia lunga carriera ne ho conosciuti ben pochi, anzi a ben pensarci nessuno.
Quell'eccezionalità emerge come primo segnale dall'indice del volume che fornisce la testimonianza dei luoghi, delle popolazioni, della storia e dei problemi che in quelle terre si sono svolti. Quei luoghi sono il mondo intero, dall'America del Nord all'Amazzonia, all'Africa, alla Cina, all'India, al Medio Oriente, al Maghreb. E naturalmente all'Europa da lui percorsa palmo a palmo, dall'estremo Nord fino al Sud mediterraneo, compresa la Russia al di qua e al di là degli Urali.
Valli ormai conosce il mondo e le interconnessioni politiche e sociali nella loro globalità al punto tale che potrebbe tranquillamente scriverne seduto nel suo studio di Parigi, dando un'occhiata alle notizie di internet sull'attualità quotidiana; ma si rifiuta di farlo. Per scrivere utilizzando la sua esperienza e conoscenza di quei luoghi sente la necessità di ritornarci ogni volta, la sua testimonianza deve essere diretta e contemporanea, deve rivedere quelle strade, quelle persone, parlare con i testimoni e gli attori di quanto accade e poi, soltanto a queste condizioni, riferirne ai suoi lettori.
Ha superato da tempo gli ottant'anni, Bernardo, ma questo è il suo modo. Lo ha teorizzato nella breve introduzione al volume che in questi giorni è arrivato nelle librerie. Ha scritto: "Viaggiare per scrivere e scrivere per viaggiare? Per me posso adottare tutte e due queste ipotesi".
È esattamente così e la sua vita lo dimostra. Sarebbe affascinante se scrivesse la sua biografia che comincia con il suo arruolamento nella Legione Straniera. Qualcuno prima o poi lo farà. Nella postfazione di questo volume Francesco Contorbia ne dà qualche cenno, ma se fosse lui stesso sarebbe una testimonianza diretta d'una vita vissuta con modalità molto rare, ma Bernardo non lo farà, non è nel suo genio il gusto di parlare di sé, gli ripugnerebbe.
Eppure qualche cosa inevitabilmente trapela dagli articoli qui raccolti e dalle tre pagine che aprono la sua raccolta. Trascrivo qui solo poche righe di quella sua brevissima introduzione, che mi sembrano quanto mai significative e che la curatrice del libro, Renata Colorni, ha messo giustamente nella controcopertina. Eccole: "Non vorrei far sorridere ma mi piace l'idea di essere un piccolo, modesto, insignificante Adriano di Marguerite Yourcenar, che nella maturità avanzata guarda il passato e il presente con ponderatezza dall'alto del suo cavallo e riconosce al tempo stesso che i momenti migliori in questo nostro mestiere sono quelli della passione. L'equilibrio tra fatti e commenti che è la chiave del mestiere non può esser soltanto calcolato, non può essere freddo".
Questa sì che è una sorpresa per chi non lo conosce: Bernardo non è un osservatore disincantato. Certamente cerca l'obiettività e ne fa il metro dei suoi articoli, ma la forza che anima la sua ricerca è la passione. La domina, ma senza di essa la sua vita sarebbe stata diversa, diverso il suo modo di lavorare, diversi i risultati.
La passione non gli impedisce di veder lucidamente ciò che sotto i suoi occhi avviene, ma lo spinge verso un giudizio, unisce il racconto al commento. "L'equilibrio non può esser freddo": questa è la chiave. Tutti noi che facciamo il suo stesso mestiere sappiamo che le cose stanno così, ma la difficoltà è l'equilibrio tra racconto oggettivo e commento. Quello è molto difficile e pochissimi lo realizzano. Lui è uno di quei pochissimi ed è questo che lo ha reso prezioso per i giornali che l'hanno utilizzato. A me per esempio capita di rado di raggiungere quell'equilibrio davanti alla pagina bianca da riempire. Mi capita più frequentemente nella vita, anzi ho vissuto vicende dove c'era al tempo stesso molta passione e altrettanta ragionevolezza che poteva avere spesso la prevalenza, infatti le cronache non sono state il mio forte; il commento, quello sì. Il commento contiene un giudizio e il giudizio è inevitabilmente dominato dalla passione.
Racconterò qui un fatto che finora è conosciuto soltanto da Bernardo e da me. Si tratta di questo: era il 1989 e io avevo compiuto 65 anni, quindi ero in età di pensione. Dopo ormai aver fatto il giornalista da quarant'anni, fondato due giornali (l'Espresso e Repubblica essendone stato anche comproprietario e quindi editore insieme a Carlo Caracciolo) avendo deciso di uscire da quel mestiere, volevo approfondire la mia predilezione per la filosofia e scrivere libri, saggi soprattutto e forse, se l'estro mi fosse venuto, anche qualche romanzo. Ma non era facile lasciare Repubblica che dirigevo ormai da 13 anni. Ci sarebbe voluto un giovane che avesse il talento necessario e in più realizzasse un salto generazionale che introducesse nel giornale gli aggiornamenti necessari per conquistare i giovani che entravano in quegli anni nella vita.
Un giornalista con quelle caratteristiche non lo conoscevo e poi c'era un'altra considerazione che mi tratteneva: la redazione, da quando il giornale era nato, aveva avuto un solo direttore; un salto generazionale così inatteso poteva creare problemi interni non lievi. Ci voleva dunque una fase di transizione affidata a uno dei nostri che fosse universalmente stimato e che per qualche anno mi sostituisse. Il talento d'un trentenne sarebbe diventato più accettabile al secondo cambiamento di direzione ma non al primo.
Fatte queste considerazioni la scelta per me era semplicissima: dopo di me Bernardo Valli, il più dotato, il più accettabile e il più apprezzato dall'intera redazione. Presi un aereo e andai a trovarlo a Parigi. Ci incontrammo all'hotel dell'Opéra in place de la Madeleine e gli esposi il mio progetto. Lui ascoltò molto sorpreso, lo stupore per quella mia proposta gli si leggeva in faccia, ma non mi interruppe, ascoltò fino in fondo e poi mi disse: non sai quanto mi dispiaccia la tua decisione di andartene e quanto mi faccia piacere la proposta che mi riguarda, ma la risposta è no. La mia passione è scrivere e viaggiare. Gestire un giornale e le persone che lo fanno non è compito mio, non saprei farlo, ma soprattutto non ho nessuna voglia di farlo.
Io naturalmente insistetti anche perché non avevo alternative; parlammo per oltre un'ora, ma lui non si spostò d'un centimetro. Alla fine ci separammo. Io l'informai che sarei partito il giorno dopo alle due del pomeriggio, lo pregai di ripensarci poiché era la sola strada per far avanzare il giornale verso un futuro che non era più oltre rinviabile. L'appuntamento lo fissammo per le undici del mattino dopo ma salutandomi lui mi disse: "Verrò a ripeterti il mio no. Tu devi restare ancora e tra qualche anno troverai il giovane che ti sostituisca".
Alle undici del giorno dopo ci rivedemmo al Café de la Paix che era al pianoterra dell'albergo. Inaspettatamente mi disse: "Farò quello che hai proposto. Te lo debbo per l'affetto che ci lega da tanti anni. Non so se la scelta sia buona, ma è quella che hai fatto perciò accetto ma ad una condizione: non più di due anni. Tu nel frattempo cerca quello che mi sostituirà". Ci abbracciammo a lungo. Io ero felice per tante ragioni, a cominciare da quel gesto d'affetto che capivo quanto gli fosse costato. Il caso volle però che non se ne facesse nulla perché, tornato a Roma, seppi che gli eredi di Mario Formenton avevano venduto a Berlusconi le loro azioni di Repubblica spostando la maggioranza a suo favore. Cominciava quella che fu definita la guerra di Segrate, che durò due anni e si concluse con la spartizione degli "asset" della cosiddetta Grande Mondadori. Repubblica tornò a noi e a Carlo De Benedetti con la conseguenza che in quelle condizioni non avrei certo potuto lasciare il gironale. Bernardo ne fu felice e continuò a realizzare la sua vita professionale come aveva sempre voluto: scrivere per viaggiare e viaggiare per scrivere. Il titolo del suo libro è, non a caso, La verità del momento.
Chiudo questa mia testimonanza citando (lo faccio spesso e i miei lettori mi scuseranno) Italo Calvino. Bernardo era grande amico di Italo che in quegli anni viveva a Parigi. Talmente amici che diede da leggere a Bernardo il manoscritto del romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore perché voleva il suo parere prima di pubblicarlo. Quanto a me, Calvino è stato un altro mio fratello: quando eravamo ragazzi a Sanremo e poi di nuovo negli ultimi anni della sua vita quando lasciò il Corriere e venne a Repubblica fino a una morte che lo colse prematuramente.
Calvino sosteneva (lo scrisse nella prima delle sue Lezioni americane) che il suo temperamento era "saturnino" cioè introverso, melanconico, solitario, ma il suo desiderio sarebbe stato di esere "mercuriale" cioè estroverso, socievole, desideroso di conquistare gli altri più che di conoscere se stesso. Lui pensava che io appartenessi a questa seconda categoria e io gli risposi che aveva ragione e anche a me capitava di desiderare d'esser saturnino essendo invece mercuriale. Due opposti omologhi ed era probabilmente quella la ragione del nostro legame che durò per tutta la vita.
Perché ho ricordato questo rapporto tra Calvino e me e la sua motivazione? Perché - secondo quello che so di lui sia nella vita professionale, sia nel suo privato - Bernardo a differenza di Calvino e di me è al tempo stesso saturnino e mercuriale. Leggete la sua breve introduzione al suo libro e lo capirete anche voi.