NEW YORK - Il mondo della fotografia internazionale è in lutto. Lunedì sera è morta a Manhattan Mary Ellen Mark, all'età di 75 anni. Il pubblico italiano la ricorderà per le foto di Fellini durante la lavorazione di Satyricon, ma la fotografa statunitense era nota in tutto il mondo per i suoi scatti in bianco e nero su temi sociali come i senzatetto, la solitudine, la tossicodipendenza e la prostituzione, che affiancava alla passione delle fotografie sul cinema.
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Mark è conosciuta per i suoi ritratti e per i suoi lavori nel campo della pubblicità e del fotogiornalismo ed è stata tra i primi fotografi a realizzare un reportage sull'attività caritativa e umanitaria di Madre Teresa di Calcutta, su cui poi ha pubblicato un libro nel 1985. Sedici collezioni di suoi lavori sono state esposte in varie gallerie e musei del mondo. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Robert F. Kennedy Journalism Awards, il George Polk Award, il Cornell Capa Award e il Photographer of the Year Award.
Nata a Filadelfia nel 1940, ha studiato pittura e storia dell'arte alla Pennsylvania University, dove si è poi specializzata in fotogiornalismo (1964). Ha iniziato la carriera di fotografa dopo avere pubblicato un reportage sulla droga a Londra nella rivista "Look" (1968). Interessata ai problemi sociali e, in particolare, a quelli degli emarginati, ha realizzato numerosi servizi per "Life", "New York Times", "Paris Match", "Rolling Stone", "The New Yorker" e "Vanity Fair".
Nella prima metà degli anni Sessanta Mark ha viaggiato in Turchia, Inghilterra, Germania, Grecia, Italia e Spagna. Nel 1966 si stabilisce a New York, dove per diversi anni fotograferà le dimostrazioni pacifiste contro la guerra in Vietnam, i movimenti di liberazione delle donne, la cultura omosessuale, sviluppando una sensibilità "lontana dalla società tradizionale, orientata verso le frange della popolazione più travagliata". Come Mark stessa affermò in un'intervista del 1987: "Sono interessata alle persone borderline. Provo affinità con coloro che non hanno sfondato nella nostra società. Quello che voglio fare più di ogni altra cosa è riconoscere la loro esistenza".
Mary Ellen Mark ha partecipato a diverse competizioni internazionali e le sue opere sono conservate in varie collezioni pubbliche (Museum of fine arts di Houston, Museum of contemporary photography di Chicago, ecc.).
Tra i suoi libri "Passport" (1981), "Falkland road" (1981), "Mother Teresàs mission of charity in Calcutta" (1985), "Mary Ellen Mark: 25 years" (1991), "Ellen Mark: American odyssey" (1999, in occasione di una mostra itinerante, iniziata nel Museum of art di Filadelfia nel 2000), "Photo Poche: Mary Ellen Mark" (2002), "Twins" (2003), "Exposure" (2005).
Nel 2007 il National museum of Iceland di Reykjavik, in Islanda, le ha commissionato il progetto "Extraordinary child", una mostra e una pubblicazione che documentano le attività di due scuole speciali per disabili. Ha inoltre prodotto il film "American heart" (1992), diretto da Martin Bell.
Mark è stata, infine, fotografa di scena nel mondo della cinematografia su vari set, tra cui "Alicès Restaurant" (1969), "Comma 22" (1970), "Conoscenza carnale" (1971) e "Apocalypse Now" (1979). Per la rivista "Look" realizzato un reportage sul set del film S"atyricon" (1969) di Federico Fellini.
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Mark è conosciuta per i suoi ritratti e per i suoi lavori nel campo della pubblicità e del fotogiornalismo ed è stata tra i primi fotografi a realizzare un reportage sull'attività caritativa e umanitaria di Madre Teresa di Calcutta, su cui poi ha pubblicato un libro nel 1985. Sedici collezioni di suoi lavori sono state esposte in varie gallerie e musei del mondo. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Robert F. Kennedy Journalism Awards, il George Polk Award, il Cornell Capa Award e il Photographer of the Year Award.
Nata a Filadelfia nel 1940, ha studiato pittura e storia dell'arte alla Pennsylvania University, dove si è poi specializzata in fotogiornalismo (1964). Ha iniziato la carriera di fotografa dopo avere pubblicato un reportage sulla droga a Londra nella rivista "Look" (1968). Interessata ai problemi sociali e, in particolare, a quelli degli emarginati, ha realizzato numerosi servizi per "Life", "New York Times", "Paris Match", "Rolling Stone", "The New Yorker" e "Vanity Fair".
Nella prima metà degli anni Sessanta Mark ha viaggiato in Turchia, Inghilterra, Germania, Grecia, Italia e Spagna. Nel 1966 si stabilisce a New York, dove per diversi anni fotograferà le dimostrazioni pacifiste contro la guerra in Vietnam, i movimenti di liberazione delle donne, la cultura omosessuale, sviluppando una sensibilità "lontana dalla società tradizionale, orientata verso le frange della popolazione più travagliata". Come Mark stessa affermò in un'intervista del 1987: "Sono interessata alle persone borderline. Provo affinità con coloro che non hanno sfondato nella nostra società. Quello che voglio fare più di ogni altra cosa è riconoscere la loro esistenza".
Mary Ellen Mark ha partecipato a diverse competizioni internazionali e le sue opere sono conservate in varie collezioni pubbliche (Museum of fine arts di Houston, Museum of contemporary photography di Chicago, ecc.).
Tra i suoi libri "Passport" (1981), "Falkland road" (1981), "Mother Teresàs mission of charity in Calcutta" (1985), "Mary Ellen Mark: 25 years" (1991), "Ellen Mark: American odyssey" (1999, in occasione di una mostra itinerante, iniziata nel Museum of art di Filadelfia nel 2000), "Photo Poche: Mary Ellen Mark" (2002), "Twins" (2003), "Exposure" (2005).
Nel 2007 il National museum of Iceland di Reykjavik, in Islanda, le ha commissionato il progetto "Extraordinary child", una mostra e una pubblicazione che documentano le attività di due scuole speciali per disabili. Ha inoltre prodotto il film "American heart" (1992), diretto da Martin Bell.
Mark è stata, infine, fotografa di scena nel mondo della cinematografia su vari set, tra cui "Alicès Restaurant" (1969), "Comma 22" (1970), "Conoscenza carnale" (1971) e "Apocalypse Now" (1979). Per la rivista "Look" realizzato un reportage sul set del film S"atyricon" (1969) di Federico Fellini.